L'INGRATO - David La Mantia - Il romanzo perduto di Hector Schmitz. Il sequel mai letto.
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David La Mantia |
L’industriale Hector Schmitz , conosciuto in tutto il mondo per le sue vernici per sottomarini, le migliori stando ai giudizi del tempo, muore il 13 settembre 1928, per le conseguenze di un incidente automobilistico, quando la macchina di famiglia, di ritorno dalle terme di Bormio, esce di strada a Motta di Livenza e sbatte violentemente contro un albero.
L’industriale, sessantaseienne, si schianta il 12 settembre. Al momento dell’impatto era con il nipote Paolo Fonda Savio, l’autista e la moglie Livia, lungo la via Postumia, vicino a Motta di Livenza (TV). Non sono presenti altri alberi in quel tratto. In realtà, non muore sul colpo, ma muore a causa di una crisi cardiaca il giorno dopo, il 13 settembre, all’età di sessantasei anni.
Eppure non sembra grave. Parla. È cosciente. Secondo la figlia, Schmitz si sarebbe fratturato solo il femore, ma mentre viene portato all’ospedale ha una crisi respiratoria.
La causa del decesso sono asma cardiaco sopraggiunto per l’enfisema polmonare di cui soffre da tempo e lo stress psicofisico dell’incidente. O forse embolia post traumatica.
La moglie Livia, nella Vita di mio marito (1976), riferisce che Schmitz, vedendo la figlia in lacrime al suo capezzale, le disse in dialetto triestino: “No pianzer Letizia, no xe niente morir!” (Non piangere Letizia, non è niente morire!)
Stava rientrando a casa da Bormio, dove andava tutti gli anni per curare i polmoni. Fumava molto, moltissimo, circa sessanta sigarette al giorno.
Ha con sé l’inizio di un manoscritto. Perché quell’industriale, che parla inglese, tedesco e francese, in altri ambienti è noto con un altro nome. E per altre cose.
Il critico musicale del Corriere, prestato alla letteratura, è un giovane poeta grassottello. Gode di molto credito, nonostante l’età. Si chiama Eugenio Montale e poco tempo prima ha esordito con Ossi di seppia.
Non tantissime copie, ma si sa: la poesia non vende, non ha mai venduto, non venderà mai molto in Italia.
Quel critico genovese ha detto che quell’industriale dimenticato in Italia è amato in Francia e Inghilterra. Ha detto che persino Joyce è entusiasta di lui.
Nel 1923 è uscito un suo romanzo, dopo 25 anni di silenzio, dopo il fallimento editoriale e di vendite di Una vita e Senilità.
Quel romanzo è la Coscienza di Zeno.
L’attenzione per quel testo all’inizio è pressoché nulla. Siamo in epoca dannunziana, di eroi straordinari, di immani imprese. E quel personaggio simile a Charlot, un fallito, un incapace a vivere non piace quasi a nessuno.
Quasi. Perché dopo che Montale ha richiamato l’attenzione su di lui, si creano discussioni. La psicanalisi, il diario, il punto di vista falso del soggetto narratore. C’è molto di cui discutere.
È cosi che nei ritagli di tempo l’industriale scrive un seguito a quel romanzo. Il quarto romanzo, Il vecchione o Le confessioni del vegliardo, una “continuazione”; de La coscienza di Zeno, che rimarrà incompiuto. Proprio quel manoscritto che l’industriale tiene stretto tra le mani, quando rimane ferito.
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