LA STANZA DEI DESIDERI - Ivana Rinaldi - Mary Shelley. I miei sogni mi appartengono
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| Ivana Rinaldi |
Mary Shelley nacque il 30 agosto 1797 dall’unione di due grandi menti, William Godwin, filosofo libertario e punto di riferimento per i democratici e radicali inglesi del tempo, e Mary Wollstonecraft, pensatrice e saggista, tra le più importanti teoriche dei diritti delle donne. Crebbe in condizioni molto particolari e visse una giovinezza straordinaria, “più romantica di qualunque fantasia romanzesca”, come scrisse lei stessa ripensando al suo passato. La sua infanzia fu segnata dalla morte della madre per febbre puerperale, la quale diventa per lei un’invincibile fantasia e un irraggiungibile modello. Un’inquietudine che l’accompagna nell’arco della sua esistenza e da cui probabilmente ebbe vita il suo capolavoro: Frankenstein o il moderno Prometeo, considerato il primo romanzo di fantascienza moderna e il capolavoro della narrativa gotica. Si conosce la sua genesi: nato in Svizzera, in un’estate non estate, dove durante le sere di pioggia, lei, suo marito Percey Shelley, Byron, sedevano davanti al camino. È in una di queste sere che Byron propose al gruppo di poeti e scrittori di scrivere ciascuno una storia di terrore. Una notte, la conversazione si spostò sulla natura della vita e sulla possibilità che potesse essere generata artificialmente. Quando Mary andò a dormire, ebbe una visione che lei descrisse come “sinistro terrore”. “Ho visto questo fantasma di un uomo disteso che mostrava segni di vita e si muoveva”. La storia prese vita dalla sua paura con una trama semplice, complicata però da un sofisticato congegno narrativo. Il romanzo racconta della creatura costruita dallo scienziato Victor Frankenstein, assemblando pezzi di cadavere raccolti nei cimiteri e nei mattatoi; non ne risulta una creatura ottusa e brutale, ma un essere sensibile, che soffre della condanna dell’umanità intera, influenzata dal suo aspetto. Al suo creatore, al responsabile della sua infelicità, il “mostro” rivolge un ultimo appello inascoltato: promette di scomparire dalla vista degli uomini, a patto che lo scienziato replichi l’esperimento, dando vita a una compagna che lo ami e che con lui condivida la solitudine. Victor prima accetta, ma poi, assalito dall’angoscia di una progenie di mostri, distrugge la sua nuova creatura. Al mostro non resta che seminare distruzione e morte. È chiaro che ci troviamo di fronte non solo a un romanzo ma un vero e proprio “conte philosophique”, che rivela l’immensa e precoce sensibilità di Mary Shelley. La sua vita segnata da lutti – perse i tre figli avuti da Percey e poi lui stesso in un naufragio - fanno di lei una donna sofferente, eppure vitale. Dopo il ritorno in Inghilterra con l’unico figlio sopravvissuto, Percey Florence Shelley, ella scrisse opere di ogni genere: romanzi storici, diari di viaggio, racconti, saggi. E si dedicò alla traduzione di altri autori, tra cui Byron, e alla promozione delle opere di suo marito. Da poco (2015) sono state recuperate le lettere che aveva inviato al suo amato Percey e ai suoi amici e amiche letterate. Una produzione che testimonia come all’epoca le donne di grande talento letterario fossero chiuse e assediate in una società di uomini. Una società che aveva confinato la loro scrittura nel ristretto campo dello sfogo epistolare. Ed è forse per questo che la prima edizione di Frankestein del 1818 non apparse con il suo nome.
Le
lettere contengono invece lo straordinario brulicare degli incontri, gli
spostamenti, le avventure che segnano soprattutto la giovinezza dell’autrice.
Una ragazza che a diciassette anni fugge dall’ambiente familiare, dal padre,
dall’odiata matrigna e dalle sorellastre. Lo fa con un gesto spettacolare e
romantico: la fuga d’amore con il giovane poeta Percey Shelley, sposato e con
un figlio. Una fuga che segna l’inizio di una vita irrequieta e intensa,
insieme a compagni d’eccezione, oltre a Percey, John Keats e Lord Byron:
insieme costruiranno una leggenda che segna una tappa epocale della poesia.
Le lettere sono indirizzate al suo amato Shelley e rivelano il suo entusiasmo giovanile pur nelle mille difficoltà economiche, ma anche ad amici come AT.J. Hogg, Leigh Hunt, con cui condivide le impressioni sull’Italia, “Godiamo di un’aria dolce e di un bel sole di dicembre”, ma anche la sua attenzione a ciò che avviene nella politica e nella società: “Quanti e tanti italiani sospirano per la libertà, ma come in ogni paese i poveri non hanno potere, e i ricchi mai vogliono rischiare i loro denari quasi più degli inglesi. I ricchi d’Inghilterra amano l’oro, ma gli Italiani sono innamorati di rame e di quattrini” (Pisa, 3 dicembre 1820) A Maria Gisborne racconta delle sue esperienze in Svizzera e poi in Italia. Un’esistenza di viaggi, di studio, intellettualmente vivacissima, seppure assediata da ristrettezze economiche, gravidanze finite male, lutti. Il più doloroso, quello legato alla perdita di Shelley. L’amatissimo Percey naufragò con la sua barca annegando nel Golfo di La Spezia insieme al suo amico Edward Williams. Mary scrive alla sua amica Maria Gisborne, il 15 agosto 1822: “Sul palcoscenico della mia vita è calato il sipario e nessun piacere accompagna la ricostruzione delle scene che hanno preceduto l’evento che ha infranto ogni mia speranza. Eppure proverò a farlo”.
Fonti:
Mary Shelley,
I miei sogni mi appartengono. Lettere della donna che reiventò la paura, a
cura di Marco Federico Solati, L’Orma, 2015.
Mary
Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo, 1° edizione originale 1818,
1° edizione italiana 1944.


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