IL MARCATEMPO - Matteo Rusconi - Voci di poesia civile
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Matteo Rusconi |
Sembra non esistere una linea di netta demarcazione che indichi dove e quando, in poesia, si è passati dall’esaltazione dell’io a un’espressione del sentire comune. Certo è che, parlando di poesia, spesso pensiamo alla lirica, a quel genere che esprime in modo soggettivo i pensieri e i sentimenti del poeta e non a qualcosa di comunitario.
Ci sono momenti della storia talmente importanti, però, da essere anche rilevanti nell’esperienza individuale, eventi in grado di rendere comuni le emozioni soggettive rendendole sensazioni collettive. La poesia che si muove con queste peculiarità, diventando così lo specchio di una comunità e di un momento storico, è la poesia civile. Con poesia civile intendiamo una poesia che, oltre ad affrontare temi legati al divenire storico, ai problemi sociali e alla politica, spesso è d’occasione, cioè legata ad avvenimenti precisi e riferita a fatti e personaggi ben determinati, e quasi sempre militante, perché l’autore sostiene una tesi invitando il lettore a condividerla. Queste caratteristiche fanno sì che necessiti di essere contestualizzata, ma ai suoi livelli più alti può arrivare a parlare di valori universali. Ma qual è la sua storia? Anche se i primi poeti civili accertati furono i greci Tirdeo di Sparta e Simonoide di Ceo, insieme ai romani Lucrezio e Virgilio, il poeta più conosciuto a offrire un nitido quadro della politica del suo tempo fu il sommo Dante, il quale inserì nella sua Commedia molte pagine di ispirazione civile, commentando le lotte tra papato e impero, fazioni e classi sociali, partiti e ideologie. Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena […]” (Inferno, III cerchio, vv.37-93) Il Settecento, con l’avvento della cultura illuminista, ci regala le voci di Giuseppe Parini, che nel poema Il giorno denuncia le abitudini di una nobiltà divenuta ormai parassita, e di Vittorio Alfieri, il quale da un lato esalta il valore della libertà e dall’altro polemizza contro le degenerazioni della Rivoluzione francese. Dal XIX secolo, con il diffondersi delle idee di libertà e la nascita delle aspirazioni all’unità e indipendenza nazionale, in Italia la poesia civile ebbe uno slancio principalmente grazie alle opere di tre poeti: Ugo Foscolo, con il carme Dei sepolcri, Giacomo Leopardi con la canzone All’Italia e Alessandro Manzoni con le odi Marzo 1821 e Il cinque maggio. Ei fu. Siccome immobile dato il mortal respiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro, così percossa, attonita la terra al nunzio sta, muta pensando all’ultima ora dell’uom fatale […] Il secolo scorso è stato sconvolto dai due conflitti mondiali e ha visto fiorire, in Europa ma soprattutto in Italia, un’importante produzione di poesia civile dai toni pacati ma incisivi, la quale aveva come soggetto gli sconvolgimenti causati dalla guerra e dalla modernità. Gli autori più importanti di questo periodo furono gli italiani Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba e Salvatore Quasimodo, e il tedesco Bertold Brecht. Generale, il tuo carro armato è una macchina potente spiana un bosco e sfracella cento uomini. Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista. Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare. A dimostrazione di come il tema della poesia civile sia stato universale, è impossibile non citare il russo Vladimir Majakovskij, cantore della Rivoluzione d’ottobre e principale interprete della cultura russa post-rivoluzione. In una vaga disperazione il vento si dibatteva inumanamente. Gocce di sangue annerendosi si gemmavano sulle labbra d’ardesia. E uscì, a isolarsi nella notte, la vedova luna. Nella seconda metà del Novecento, la dimensione etica e civile diventa uno dei filoni prevalenti nella poesia; poeti come Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini, Andrea Zanzotto e il cileno Pablo Neruda osservano la realtà che li circonda con sguardo critico e lucido. “La poesia è sempre un atto di pace. Il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina”. E oggi? Oggi la poesia civile ha assunto un tono di denuncia, ampliando parecchio gli argomenti trattati; per citarne alcuni, il dramma dei genocidi, il divario esistente tra le classi sociali, la questione gender, il problema del rispetto dei diritti dell’uomo e la difesa di un equilibrio naturale sempre più precario. Un esempio di questo filone può essere la poesia di Guido Oldani. Nato a Melegnano (MI) nel 1947, Oldani è il fondatore del Realismo Terminale, corrente poetica, divenuta poi movimento riconosciuto anche all’estero, che denuncia il trionfo della vita artificiale. il conto è un’unica città il mondo intero libera che assomiglia a una tazza con al fondo la roba in cui si sguazza. e poi la specie umana tutta quanta non può di cose e cibi fare senza va a rovesciarsi sopra il recipiente, fra quelli che vi trovano rifugio i cuori si scazzottano a vicenda, dei fuori sparsi non si tiene conto, essendo che nessuno ha più pazienza: democrazia, quasi delinquenza. Altro interessante esempio è certamente la poesia di Dogan Akcali, poeta curdo ed esule politico, in Italia da circa dieci anni, autore della raccolta Amore Mesopotamico (2020, The Freak), in cui possiamo trovare sogni, amori e speranze di un’anima che ha conosciuto da vicino lo sterminio del suo popolo. Toccare i sogni Sono mai stati spezzati i vostri sogni? Le vostre speranze hanno mai bombardato? Avete mai rubato il vostro sole? Davvero, come siete cresciuti? Ha raccolto la vostra mamma il corpo dalla terra? Come vivete? Come dormite di notte? Vi hanno rubato il vostro futuro? Di che colore sono le vostre lacrime? Potete toccare il dolore? Vi ha mai rotto le braccia la polizia? Avete mai lanciato pietre contro l’ingiustizia? Come può sentimento essere terreno? ogni giorno lavate le vostre mani con il sangue? Fluisce sangue nel vostro rubinetto? Hanno distrutto il vostro parco giochi? Hanno ostacolato le vostre consolazioni’ Quando andate a scuola, avete resistito all’ingiustizia? Davvero non siete stati mai bambini? La poesia è anche un atto civile, e quella di Teodora Mastrototaro entra di diritto in questa sezione. Militante antispecista, con il suo Legati i maiali (2020, Marco Saya Edizioni) la poetessa affronta il tema dello sfruttamento degli animali denunciandone l’atrocità, tanto da chiamare - con un gioco di parole - la propria poesia incivile. Un recinto a destra, un recinto a sinistra, faccio due passi e cerco. Mi pisciano addosso ma nessun gioco solo un topo. Il foro sul muro riflette il foro sulla fronte e dell’ombra sono rossa estremità. Lo psicologo dei porci, guardiano dello stallo, fa da madre fa da padre e beve vino rosso alla salute. Mangio mangime dove ho defecato e nasco una seconda volta. La madonna è stata ingrata e del tutto inutile. L’immagine della vergine attaccata a pochi metri dalle corna delle capre si rivolge con lo sguardo decomposto mentre il sangue impazza il sacrificio impallidisce. Sporco l’ostensorio tra le mani accartocciate, l’ostia consacrata pesa poco, tanto la colonna vertebrale. Il volto scolorito tenta di marcire ora che avanza il volume del nervo reciso, l’insanguinamento del rumine sacro. L’ergastolo è il luogo dove non ho fretta e non mi sono accorto dell’inverno. Ulteriore caso di poesia civile è quella operaia, esplosa negli anni Settanta e oggi rivalutata grazie anche al fenomeno della letteratura working class, qui rappresentata dai versi di Marjo Durmishi, poeta militante e operaio metalmeccanico. Ti daranno il passaporto danese. a breve ti troverò un posto di lavoro. Ti daremo un alloggio. C’è anche una bicicletta. Era di Ferat, il bosniaco, vecchio lavoratore. Vuoi? Ti piace il tavolo che ti ho costruito? Bene. Ora il lavoro chiama. Ah, dimenticavo, qui in Danimarca è tradizione riservarsi un posticino al camposanto: meglio farlo prima che all’ultimo minuto! Ahmed, vuoi aderire? Infine, Giovanna Cristina Vivinetto è la prima poetessa a trattare il tema della transessualità; la sua raccolta Dolore minino (2018, Interlinea) è introdotta da Dacia Maraini e si presenta come uno strumento per ispirare il cambiamento a comprendere una realtà percepita come estranea. Un corpo transessuale come si lega a un altro corpo? Mi chiedi se un corpo transessuale può star bene tra le braccia di un corpo normale. Può trovare pace una pelle disforica al contatto di membra sane? Può contagiare? M’incalzi se un corpo diverso può far ridere o ammutolire. Se la vergogna è tutta dentro o in qualche punto traspare, come una voglia screziata. Bisogna stare attenti alle deformità, chiedere perdono per l’imprevisto? Mi chiedi, ti infuri, anche. Non rispondo. Il fatto è che un corpo come il mio quando si incastra a un altro corpo non è più transessuale. Quando si lega a una carne che accoglie forse non è più nemmeno un corpo. Concludendo, viste le complesse condizioni sociopolitiche che ci circondano, dovremmo riflettere tutti sull’importanza della poesia civile, non solo come testimonianza del nostro tempo, ma anche come mezzo di riflessione e di formazione per le generazioni future. |
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