IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - Il gioco della poesia

 

Ester Guglielmino

Happy new year

Guarda, non chiedo molto,
solamente la tua mano, tenerla
come una piccola rana che così dorme contenta.
Io ho bisogno di questa porta che aprivi
perché vi entrassi, nel tuo mondo, questo pezzetto
di zucchero verde, di tonda allegria.
Non mi presti la mano questa notte
di fine d’anno, di civette rauche?
Tu, per ragioni tecniche, non puoi. Allora
io la tesso nell’aria, ordendo ogni dito,
e la pesca setosa della palma
e il dorso, questo paese d’alberi azzurri.
Così la prendo così la sostengo, come
se da ciò dipendesse
moltissimo del mondo,
il succedersi delle stagioni,
il canto dei galli, l’amore degli uomini. (1)

Happy new year ho subito pensato in questo primo scorcio di gennaio, se non altro per ragioni tecniche d’inizio anno, come lo stesso Cortázar avrebbe detto sorridendo. Tuttavia si tratterebbe solo di un motivo estemporaneo. La verità è che ho sempre ammirato la poesia di Cortázar, contemplandola da lontano come un paese di alberi azzurri in cui ti ritrovi all’improvviso e da cui non vorresti più tornare indietro, perché il ritorno - va da sé - porta sempre l’amaro della presa di coscienza, dell’abbandono della pesca setosa, che riesci a fare solo tendendo le mani verso l’alto e l’orecchio al suono evocativo delle civette rauche: ti ricordano come questo perdersi sia solo un gioco provvisorio, seppur il più serio tra quelli possibili. La cifra caratteristica della poesia di Cortázar risiede proprio in questo, nella sua capacità di partire dal dato concreto per innalzarsi poi spontaneamente verso le vertiginose altezze del fantastico e della magia; come poeta - oltre che come narratore - Cortázar ha l’abilità di prendere con delicatezza la tua piccola mano di lettore; di condurti verso lunghi viali alberati, che oscillano di verde e di profumi, per farti smarrire - infine - dinanzi allo stupore incantato d’una piccola radura, coi suoi cespugli di pan di zucchero, i suoi uccelli azzurri, i suoi tramonti che s’aranciano di colori rari e suggestivi. E tu lettore, certo del tuo ragionare adulto, riscopri l’incanto del pensare bambino; ridiventi abile a districarti fra rovine e case colorate, fra nuvole dolci e sassi grigi di torrente, perché c’è un confine oltre il quale la realtà non può che svanire nell’immaginazione; ci sono spiegazioni razionali che non sarai mai in grado di trovare; ci sono giochi che potrai sperimentare, ma di cui non potrai mai comprendere le regole di fondo. Cortázar è questo immergersi in una lingua quotidiana e lussureggiante insieme, volutamente non aulica e allo stesso tempo suggestiva e irreale. 


Vento all’angolo della strada

Rompiti qui, piccolo vento della sera, in piena faccia.

Che cosa mi porti? Campane candite

che me le mando giù una a una pian pianino.

Odori di platano, di fiume blando, di ponte,

gatto rotondo di terrazza, aquilone celeste, ciuffo e compare.

Soffi perché ti va di soffiare, perché sei così,

te sei te. Mi strappi la sciarpa,

mi schiaffeggi il berretto. E i fiori

te li fischi, e le guardie

le fai pensare alla pensione, stupendo.


Forse fu sempre questo la poesia per il grande narratore, un vento che soffiava dall’angolo della strada, un gatto rotondo che lo guardava - la sera - dal cantuccio più riposto della terrazza, un aquilone celeste a cui affidare il più autentico “sé” che resta “sé”.



Argentino di origini, annoverato tra i quattro grandi pilastri del cosiddetto boom latino-americano degli anni ‘60-‘70 con Márquez, Fuentes, Vargas Llosa ma riconosciuto scrittore chiave di tutto Novecento, Julio Cortázar nasce a Bruxelles il 26 agosto del 1914, dove il padre - diplomatico in carriera - si trovava in missione, come lui stesso ebbe a raccontare: 


«Sono nato a Bruxelles nell’agosto del 1914. Segno astrologico, la Vergine; di conseguenza astenico, con tendenza all’intellettualità, il mio pianeta è Mercurio e il mio colore il grigio (anche se in realtà pure il verde mi piace) [...] La mia nascita fu un prodotto del turismo e della diplomazia; mio padre fu aggregato a una missione commerciale presso l’ambasciata argentina in Belgio e, poiché si era appena sposato, portò mia madre a Bruxelles. Mi è toccato nascere durante i giorni dell’occupazione di Bruxelles da parte dei tedeschi, all’inizio della prima guerra mondiale. Avevo circa quattro anni quando la mia famiglia poté tornare in Argentina; parlavo soprattutto il francese, cosa che mi ha lasciato un modo di pronunciare la “r” di cui non ho mai potuto liberarmi.». (2)


Al ritorno in Argentina, a Banfield, un sobborgo di Buenos Aires, il padre andò via di casa, lasciando la famiglia in gravi ristrettezze economiche. Si rifece vivo solo molto più tardi, quando il figlio, scrittore ormai famoso, oppose un secco rifiuto alla sua volontà di riallacciare un qualsiasi tipo di rapporto. Alla madre - poliglotta a lettrice per necessità - Cortázar attribuì, invece, il merito di averlo precocemente avviato alla lettura di opere provenienti da paesi diversi, iniziandolo fin da piccolo al gioco multiforme dei linguaggi.  Adora Poe, infatti, il piccolo Julio, lo legge con assiduità e per emularlo scrive, a soli nove anni, il suo primo romanzo, mentre ai dodici risalgono i suoi primi versi. Si appassiona al jazz (impara a suonare il piano, la tromba, il sax). Consegue la licenza magistrale e si iscrive al primo anno della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Buenos Aires; ma, arrivatagli una proposta di insegnamento in una piccola cittadina di provincia, accetta per fare fronte alle precarie condizioni economiche della famiglia. Più tardi (1944-45) insegnerà per un breve periodo letteratura francese presso l’Universidad de Cuyo, a Mendoza, incarico che lascerà presto, opponendosi al regime peronista. Nel frattempo scrive e traduce moltissimo, anche se solo a partire dal 1948 comincia a ritenere i suoi lavori degni di pubblicazione: «A un certo punto, diciamo nel 1947, fui assolutamente certo che quasi tutte le cose che conservavo inedite erano buone, e che alcune fra esse erano addirittura molto buone.». (3)

Cortázar è amato per i suoi racconti, ammirato per le costruzioni ardite dei suoi romanzi, mentre l’attività poetica rimane per lungo tempo un’occupazione privata, non destinata alla pubblicazione. Solo verso la fine della sua vita, già allo zenit della sua carriera letteraria, si decide a dare un ordine alla produzione poetica di cinquant’anni almeno e lo fa in una raccolta, Salvo il crepuscolo, uscita postuma nel 1984 (e tradotta integralmente in Italia solo nel 2023, da Marco Cassini per SUR).  Eppure, mentre il debutto come autore di racconti risale al 1951 con Bestiario e quello di romanziere al 1960 con Viaggio premio, il primo vero esordio un Cortázar poco più che ventenne l’aveva affidato alle poesie di Presencia, un libricino firmato con lo pseudonimo di Julio Denis. Libricino che peraltro si rivelò un flop; cosa che forse permette di comprendere perché, per tanto tempo, lo scrittore considerasse la pubblicazione delle sue poesie un evento non necessario. Nonostante ciò, le poesie non risultano affatto slegate dal suo progetto letterario, anzi si possono considerare il terreno fertile in cui l’autore, libero da intenzioni di pubblicazione, affida le sue sperimentazioni più autentiche. Infatti, nel 1971, nel prologo di Pameos e meopas, anagramma giocoso che nega e assieme esalta la natura di poemas dei testi in questione, chiarisce: 


«Scherzi a parte, e pomposa serietà anche, devo dire qualcosa su ciò che segue. Primo, che le mie poesie non sono come quei figli adulterini che vengono riconosciuti in articulo mortis, e poi che non ho mai creduto molto nella necessità di pubblicarle; eccessivamente personali, erbario per i giorni di pioggia, mi sono rimaste nelle tasche del tempo senza perciò dimenticarle e considerarle meno mie che i romanzi e i racconti. Adesso che amici insensati vogliono vederle stampate, non mi dispiace, ed eccone alcune. Ma niente cambia né per loro né per me, credo che rimarremo sempre come dall’altro lato del libro, facendo capolino talvolta là dove la poesia abita un verso, un’immagine. Allo stesso modo, talvolta anche un sorriso fa capolino ammirevolmente tra due sconosciuti in un vagone di metro o in un crocevia, oppure una voce al telefono ci dice qualche parola in piena notte prima di sapere che era il numero sbagliato (ma lo era veramente?).» (4)


La poesia è questo, sembra suggerire Cortázar, una voce sconosciuta eppure capace di svelare, in un attimo, la realtà autentica delle cose. Il mondo tende all’ordine e per mantenerlo crea strutture autoritarie di riferimento come la religione, che definisce un’etica dei rapporti; la società, che impone delle norme; la famiglia, che istrada il futuro e la personalità dei propri figli; la scuola, che trasmette una visione razionale della conoscenza. E tutto questo non può che tradursi nella metafora dell’incasellamento, ricorrente in molte delle sue poesie.


Quasi nessuno lo estrarrà dalle sue caselle

Il cavallo nitrisce, il cane latra,

la somma degli angoli di un triangolo

è uguale a due retti,

la minestra, la coscienza, il carciofo, dopo

il due il tre, dopo l’oggi il domani,

quasi nessuno lo estrarrà dalle sue caselle.

Quasi nessuno né niente, perché

come prender sul serio questi palpiti

in cui il sogno è un accesso, questi sguardi

di insopportabile lucentezza in un tram,

questo che adesso dice: Fuggi,

però alla fine, in fin dei conti, non era altro

che uno spicchio d’arancia

che esplode nella bocca? [...]





Ci siamo già visti da qualche parte


Perché farci fare vestiti su misura

quando la pelle ci va tanto bene e fra i capelli corrono

i luccichii della brillantina?

In realtà l’importante è ciò che non abbiamo fatto,

il viaggio a Marrakesh, la pesca d’alto mare.

Tutto l’amore sta in un gabardine

e la rocca del tempo in un congedo;

il male è che si entra al cinema quando è finito. [...]


Il bambino buono

 

Non saprò slacciarmi le scarpe e lasciare che la città mi morda i piedi,

non mi ubriacherò sotto i ponti, non commetterò errori di stile.

Accetto questo destino di camicie stirate,

arrivo in tempo al cinema, cedo il mio posto alle signore.

Il lungo sregolamento dei sensi mi sta male, opto

per il dentifricio e gli asciugamani. Mi vaccino.

Guarda che povero amante, incapace di mettersi in una fontana

per portarti un pesciolino rosso

sotto la rabbia di gendarmi e bambinaie. 


È questo il mondo dato, un mondo di certezze costruite dalla nascita con puntuale precisione, affastellate le une accanto alle altre in una gabbia dove l’uomo si lascia rinchiudere a un punto tale da scambiare il suo essere col ruolo assegnatogli dalla società. Forse perché non esiste prigione che non prometta, al contempo, un sollievo di difesa: obbedire all’ordine, in fondo, vuol dire anche proteggersi dal mistero insondabile della vita e della natura.

Guadagni e perdite

Riprendo a mentire con grazia,
mi chino rispettoso allo specchio
che riflette il mio collo e la cravatta.
Credo d’essere questo signore che esce
tutti i giorni alle nove.

Gli dei sono morti uno a uno in lunghe file
di carta e cartone.
Niente mi manca, neppure tu
mi manchi. Sento un buco, però è facile
un tamburo: pelle ai due lati.
A volte torni la sera, quando leggo
cose che tranquillizzano: bollettini,
il dollaro e la sterlina, i dibattiti
delle Nazioni Unite. Mi sembra

che la tua mano mi pettina. Non sento la tua mancanza!
Solo cose minute all’improvviso mi mancano
e vorrei ricercarle: la contentezza
e il sorriso, questo animaletto furtivo
che ormai non vive più fra le mie labbra.

 

L’ordine, quindi, è solo un’invenzione umana per riuscire a cogliere in un unico sguardo il disordine naturale delle cose: in principio era il caos ed è quel caos l’autentica essenza del reale. Nel paese dell’entropia, al contrario, vivono la fantasia, il gioco, la letteratura, l’amore ossia gli elementi naturali della poesia di Cortázar, i moti che regolano la cifra profonda del suo scrivere, del suo sorprendere, del suo poetare. 

Attorno all’amore, ad esempio, si raduna un nucleo assai significativo della sua produzione poetica. Di amori Cortázar ne ebbe diversi e alcuni furono senza dubbio tappe fondamentali della sua esperienza di uomo e di scrittore: al 1953 risale il matrimonio con la scrittrice e traduttrice argentina Aurora Bernández, a cui lo legò una forte affinità intellettuale e da cui si separò nel 1968; al 1974 risale la sua intensa passione (non troppo ricambiata, in verità (5)) per la scrittrice, traduttrice e poeta Cristina Peri Rossi; infine, ma certo non per importanza, è del 1977 la travolgente passione per la giovane scrittrice, traduttrice e fotografa canadese Carol Dunlop, che sposerà nel 1981 e con la quale condividerà la tragica malattia che li condurrà, a distanza di due anni l’una dall’altro, alla morte. Leucemia fu la diagnosi ufficiale; AIDS, ricevuto da lui per trasfusione e trasmesso alla moglie, si insinuò dopo (sulla base di rivelazioni della Peri Rossi). Eppure anche questo tragico andare incontro a un destino ineludibile e condiviso si trasformò in un progetto controcorrente e coraggioso: trentatré giorni sull’autostrada Parigi-Marsiglia per vincere ogni moderna bulimica frenesia temporale e per dimostrare come non ci sia convenzione che non si possa sovvertire. 



Ne nacque un commovente diario, scritto a quattro mani, Gli autonauti della cosmostrada (6), a comprovare che “Si disordina tutto attraverso gli amanti”.


Gli amanti

E chi li vede che se ne vanno per la città

se tutti sono ciechi?
Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.

Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.

Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.


Escono all’alba gli amanti, lasciano nell’oscurità la nudità della loro essenza e nella luce del giorno indossano l’obbligo della menzogna, nello specchio riflettono la trappola che li inchioda, la maschera imposta al vero sé, che occorrerebbe strappare con un gesto risolutorio e definitivo. È questo l’Incarico commissionato all’amore o al sogno:

[...]

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome. 


Oppure si può alzare la parola del dissenso: attraverso la scrittura, attraverso la poesia. Tuttavia, anche l’assunto del ruolo demistificante e liberatorio della parola va trattato con molta cautela, perché la parola è - per definizione - ordine, è grammatica stabilita. La parola fissa la realtà delle cose, dà loro consistenza, certezza, memoria. Proprio per questo la poesia ha, più d’ogni genere, il dovere di scardinare dall’interno il suo ordine precostituito: se la sua è una specificità fatta di rime, di ritmi, di figure metriche, di regole tacite, allora bisogna avere il coraggio di sottrarsi a queste stesse regole, di sfuggire al paradosso di incasellare la parola, di scardinare l’essenza del suo dire. E questo fa Cortázar in tutta la sua produzione poetica: si sottrae a schemi metrici precostituiti; decontestualizza la parola e la lega in nuove ardite congiunzioni; crea versi bustrofedici, palindromi, intercambiabili; ricontestualizza in maniera ironica parole, slogan, immagini prese a prestito da altri contesti; porta la parola nella zona fantastica del gioco, un termine - quest’ultimo - centrale per capire tutta la sua produzione. D’altronde come dimenticare che Rayuela, il suo romanzo più noto e ambizioso, rimanda nel titolo al “gioco del mondo(7) proponendo al lettore uno scardinamento totale delle consuete strutture e una partecipazione quasi attoriale nel decidere quale romanzo si voglia davvero leggere e inseguire. Gioco è la possibilità illimitata dell’invenzione, è il trionfo della sperimentazione, è la riconquista di un legame originario col bambino che non vuole essere buono, vuole solo essere bambino, al di là di ogni progetto imposto alla sua vita e al suo pensiero. È in questo gioco che risiede tutto il potere della poesia, in questa continua capacità di sovvertire il senso e di reinventarne nuovi, di trasfondere le parole in immagini creando suggestioni; perché in ogni gioco che si rispetti l’obiettivo non è mai la vittoria ma l’ebrezza del gioco stesso a cui tutti i giocatori (autori o lettori che siano) sono chiamati a partecipare. È questa partecipazione simbiotica che permette al poeta di dire gioco “con la stessa serietà con cui lo dicono i bambini(8), relegandolo non a un’esperienza marginale ma radicandolo alla possibilità stessa del vivere, generando continua trasformazione.                                              


Note:

1. Le poesie riportate sono derivate da Julio Cortázar, Le ragioni della collera, Traduzione di Gianni Toti, Edizioni Fahrenheit 

  451, 1995.

2.  In Karine Berriot, Julio Cortázar l’enchanteur, Presse de la Renaissance, Paris 1988.

3.  In Luis Harss, Julio Cortázar, o la cachetada metafísica, in Los nuestros, Sudamericana, Buenos Aires 1966.

4.  In Pameos y meopas, Ocnos, Barcellona 1971, pag. 9, traduzione di Gianni Toti.

5.  Così si evince dal famoso ciclo di poesie a lei dedicate: Cinque poesie per Cris, Altre cinque poesie per Cris, Ultime cinque poesie per Cris (Cinco poemas para Cris, Otro cinco poemas para Cris, Cinco últimos poemas para Cris)  

  inserite nella raccolta Salvo il crepuscolo del 1984.

6.  Los autonautas de la cosmopista, viaje atemporal Paris-Marsella, Muchnik, Barcelona - Gallimard, Paris 1983.
7.  La rayuela (da raya, che in spagnolo significa "linea", "striscia") è un antico gioco per bambini che si svolge su un tracciato di caselle disegnato per terra.  In Italia è anche chiamato "gioco del mondo" oppure "settimana" o "campana".
8.  “Poesia permutante: Noticia (dedicata a Raymond Queneau), in Ultimo round, “sezione pianterreno”, pag. 65.



Bibliografia:


Julio Cortázar, Le ragioni della collera, Trad. di Gianni Toti, Edizioni Fahrenheit 451, 1995.

Julio Cortázar, Bestiario, Trad. Flaviarosa Nicoletti Rossini, ET Scrittori - Einaudi, 2014

Julio Cortázar, Rayuela Il gioco del mondo, Trad. di Irene Buonafalce, Super ET- Einaudi, 2015

Julio Cortázar, Salvo il crepuscolo, Trad. di Marco Cassini, SUR, 2023





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