FRASEGGI DI LUCE - Annalisa Lucini - La forza del destino

 

Annalisa Lucini

MARCHESE DI CALATRAVA: Buona notte, mia figlia...

Addio , diletta. Aperto ancora é quel verone!


Questa sera torna ad inaugurare la stagione scaligera La Forza del destino di Giuseppe Verdi con la direzione del Maestro Riccardo Chailly e la regia di Leo Muscato.



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Il secolo scorso, l’unica volta in cui questo melodramma in quattro atti fu eseguito in occasione di Sant’Ambrogio è stato nel lontano 1965, con la direzione del Maestro Gianandrea Gavazzeni e la regia di Margherita Wallmann.

Venne nuovamente eseguito nel 1999, sempre  al Teatro La Scala di Milano con la direzione del Maestro Riccardo Muti e la regia di Hugo De Ana.


Poi più nulla.


Un po’ come quegli amori che per una serie di situazioni e coincidenze della vita si perdono ma non finiscono mai.


Nell’arte, come nella vita l’obliare apparente è assai frequente ed altrettanto straordinarie sono le sensazioni che appartengono ad ognuno.


In un interessante articolo di Helmut Failoni, comparso su “La Lettura” a metà novembre, Riccardo Chailly racconta le ragioni della scelta di riportare proprio a Milano quest’opera verdiana e pone l’accento su un’idea di fondo che è quella della “riconciliazione” tra Verdi e La Scala, dopo l’ultima esecuzione de La Forza del Destino che il compositore ne fece a Milano il 27 febbraio del 1869.


Verdi riteneva che La Scala non rappresentasse bene la sua musica e che le scelte artistiche -di spettacolo e cantanti- non fossero adeguate alla difficoltà delle sue opere.


Riferendosi poi a La Forza del destino, Giuseppe Verdi in una lettera scriveva che «non è necessario sapere fare solfeggi ma bisogna avere dell’Anima e capire la parola ed esprimerla».


Credo che questo concetto, sebbene legato a considerazioni di carattere tecnico inerenti la complessa armonizzazione tra sceneggiatura in prosa dell’opera, parti musicali, versi e importanza specifica di ogni singolo personaggio, possa ben riassumere l’essenza di ogni composizione verdiana e possa adattarsi anche ad ambiti non strettamente musicali.


Sentire davvero, trasmettere il phatos, rendere veicolo di emozioni la Parola ed esprimere sensazioni creando trasporto. Se si riesce in questo, non ha alcuna importanza l’aspetto positivo o negativo della sensazione trasmessa. Si diventa parte integrante di un processo di rivoluzione, nel senso di “ritorno” -revolutio- che trasforma in modo autentico l’Io in altra forma. 

Così l’Io diventa Altro e in questo processo le sensazioni, veicolate al di fuori, arrivano – se non a tutti - a molti.


Quest’opera verdiana è forse quella che più si avvicina agli echi manzoniani dal punto di vista della narrazione e mi torna in mente quell’ambientazione che nei Promessi Sposi fa presagire gli accadimenti che seguiranno dopo la rivolta di San Martino.

“Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi, sopportiamo, non  rassegnati, ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile”.

Come dice Chailly nell’intervista rilasciata a Helmut Failoni, quest’opera «tocca tutti questi angoli remoti dell’essere umano e i tragici coinvolgimenti della vita dei personaggi».


Un grande amore -quello tra Leonora e Don Alvaro- osteggiato dal destino.

Un amore che gli accadimenti stessi rendono impossibile -morte accidentale del Marchese di Calatrava, padre di Leonora, per mano di Don Alvaro-.

Un amore che non placa la sete di vendetta dell’uomo e che conduce, anche nell’istante che precede la morte di uno dei protagonisti -Don Carlo fratello di Leonora- all’uccisione della sorella.


E così la Forza del destino nega quell’amore.


Perché il destino non sempre è benevolo e, talvolta, indirizza le vite altrove. 

Le disperde, le allontana, le priva del loro naturale intreccio. 


E poi, a voler sentire l’immanenza di quegli echi manzoniani già richiamati e declinati anche in questo capolavoro verdiano, l’Arte deve  «proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo».

Nasce spontanea la riflessione relativa a quanto l’uomo influenzi certi eventi, a quanto talvolta scelte indirizzate a belligeranze a prescindere possano essere indirizzate verso soluzioni diverse.


Anche un melodramma in quattro atti come La Forza del Destino può aiutare a riflettere, e non soltanto sull’aspetto romantico di un amore che non ha avuto fortuna.


Quanti amori di questo tipo ci sono stati raccontati, tramandati, oppure abbiamo avuto la sventura di vivere.


L’esistenza non è solo permeata di amori e passioni, di estrinsecazioni egoistiche e personalismi.

Esiste altro. E dunque, mi chiedo se l’ostinazione di voler proseguire certi conflitti, senza valutare l’opportunità e la necessità di trovare soluzioni e riappacificarsi, abbia un senso.


Ancora quanto orrore dovranno vivere quelli che subiscono le guerre di altri? 


Continueremo a raccontare di vite spezzate, riempiendo pagine di racconti dell’orrore, senza trovare una soluzione?


Ed è giusto prendersela esclusivamente con la Forza del destino?


LEONORA: Ti perdono, fra…tel. (a Don Alvaro) Vedi destino!... Io muoio!... ahimè ti lascio!...

Alvaro... Addio... Ci rivedremo in cielo... Addio...


ALVARO: Leonora!

Alfine ti trovai!... ti trovai morta!...



***


Per chi vorrà:

una meravigliosa Monserrat Caballé insieme ad Ambrosian Opera Chorus, Royal Philharmonic Orchestra, nel 1971 eseguono La Vergine degli Angeli (Atto 2 “ La Forza del Destino) - durata circa 3 minuti -




Fonti bibliografiche:


1. Lettera sul Romanticismo, Tutte le opere di Alessandro Manzoni, a cura di A. Chiari, F. Ghisalberti, Mondadori, Milano, 1957-1990

2. Verdi va alla guerra, articolo di Helmut Failoni su La Lettura 17 novembre 2024

3. La Forza del destino, Libretto in quattro Atti, Milano, Tito Di Gio Ricordi 186

4. I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni, Feltrinelli 2014


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