LA LUCE DEGLI SPIGOLI - Rosalba De Filippis su "Il Sacrificio" di Anna Vasta
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Rosalba De Filippis |
La luce e le ombre, i colori e il nero denso della terra etnea, l’uva matura tra i vigneti, i paesaggi siciliani, la marina sognante di Riposto (sconvolta proprio di recente dalla furia della natura e, soprattutto, dall’incuria dell’uomo). Luoghi rigogliosi, da cui traspare un profondo senso di nostalgia; una nostalgia senza oggetto, che non riguarda il passato e neanche il futuro, radicata, forse, proprio nel nostro presente. É nel presente, infatti, che le scelte umane risultano potenzialmente orientate verso la realizzazione del bene, generando un’aspettativa di frequente, invece, nei fatti, delusa.
La scrittura di Anna Vasta, colta poetessa siciliana, il cui sguardo disincantato, ricco della luce calda di questa terra, si posa sulle cose del mondo, riflette una consapevolezza civile e una attenzione alle vicende della storia, da non considerarsi come semplice cornice dei fatti che in queste pagine vengono dipanandosi. Tra passato e presente sono infatti fissate le lancette degli accadimenti storici, come il passaggio degli anglo-americani e il duro scontro con i tedeschi dopo lo sbarco in Sicilia, poco prima dell’armistizio di Cassibile. Oppure il torbido trascorso fascista del padre della piccola Caterina, vittima inconsapevole di una mentalità gretta, sulla cui storia infelice, testardamente decenni dopo, la giovane Marianna intende fare luce.
Un tomba in un cimitero comune, un ricco palazzotto, in cui si sommano infelicità e gelosie di due “signorine”, un po’ avanti con gli anni. E poi “gli altri”, il cui giudizio sembra incidere sulle più torbide pulsioni di una famiglia “bene”, in cui il male si concretizza nella banalità di tanti piccoli gesti, fino al “sacrificio come male necessario”.
Il tutto all’interno di una comunità di per sé complice, in quanto testimone di un delitto inconfessato. Questo è l’humus in cui affonda la stessa volontà di capire, risolvere, sciogliere, fare giustizia di Marianna, una giovane discendente della famiglia al centro della storia, che, improvvisandosi detective, riflette e giudica, alla ricerca della verità. Ma, in fin dei conti, lei non è sola. Le fa compagnia una voce narrante che ragiona con lucida forza meditativa, intorno al caos delle vicende, umanamente predisposte al male.
Da queste riflessioni sembra affiorare una forma di nostalgia per una dimensione ancestrale, in cui il male e il bene si mescolavano, senza escludersi vicendevolmente, anch’essi comunque parte della natura. Una dimensione originaria, che nel tempo ha lasciato spazio, nelle credenze religiose, a un Dio superiore alla natura stessa. E qui la voce narrante si fa chiara, individuando nel libero arbitrio, il dono che il Dio ha fatto all’uomo, il presupposto drammatico di scelte invece orientate puntualmente a compiere il male. Perché questo è il nodo, come recita la dedica ad inizio del libro: Le vie del bene sono infinite. / Le vie del male così finite / e raggiungibili che le imbocchiamo / senza sforzo né fatica. Perché “il male ha ali veloci”.
Si fa strada, tra le pagine di questo romanzo, in un mondo opaco e dominato da convenienza sociale e ipocrisia, la volontà di “vedere”, oltre l’apparenza della realtà e del presente. E’ la stessa volontà che costituisce d’altra parte un importante filone delle migliore tradizione culturale e letteraria di questa terra. Sia pure in forme diverse, si pensi a quanto hanno scritto in questa prospettiva Verga o Pirandello, oppure, in modo del tutto originale, Leonardo Sciascia.
Sciascia farà un uso suo personale e “sociale” di un genere letterario come il poliziesco e il “giallo” (di cui era anche un vorace lettore), su cui scriverà riflessioni molto interessanti. In tal senso, l’investigatore non è più l’eroe che tutto risolve, ma è in qualche modo uno strumento della ragione che vuole diradare la nebbia in cui è impercettibilmente avvolta la realtà più profonda delle vicende umane.
Così avviene per la giovane Marianna che improvvisamente inizierà a vedere i luoghi cari alla sua infanzia sotto una luce del tutto diversa. C’è un velo da squarciare e c’è una operazione non indolore da compiere. Per andare oltre e per guardare in faccia il male, così lungamente e pervicacemente nascosto e rimosso. Marianna, infatti, non si accontenta delle versioni di comodo che avvolgono una cruda realtà occultata e rimossa e scuote dal suo torpore chi si è voluto attenere lungamente a una verità parziale.
Il sacrificio è un libro che rimanda a vicende collocate in un passato pur non lontanissimo, ma che invita a riflettere sul presente. Il lato oscuro della vita individuale e delle vicende collettive e sociali continua infatti ad incombere e ad accompagnarci. Un lato oscuro, oggi spesso affidato al sensazionalismo della comunicazione globale, ma che rappresenta una costante del nostro esistere. E con esso dobbiamo tornare a fare i conti.
La scrittura di Anna Vasta, ricca e densa di fascino, ci avvince nel narrare, ma, al tempo stesso, rappresenta una vera e propria chiamata alla responsabilità di ciascuno. E induce, senza appesantimenti, nel fluire di uno stile che a tratti ci ammalia, a riflessioni di carattere etico, esistenziale e filosofico, che chiedono in ogni tempo di fare i conti con l’ardua ricerca di un bene più che mai necessario.
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Il Sacrificio, Catania, Carthago 2024 |
Anna Vasta è nata a Catania e vive a Riposto. Docente di Materie letterarie, collabora con recensioni critiche alle pagine culturali del quotidiano “La Sicilia”, Letteratitudine, Pelagos, e Academia.edu.
Pubblicazioni: Confutazione delle religioni, 1993; per la poesia: La Curva del cielo, 1999; I Malnati, I quaderni de Battello Ebbro editore, Porretta Terme, 2005; Quaresimale, 2006; Sposa nel vento, 2008; Di un fantasma e di mari, 2011; Cieli violati, 2013; per la saggistica: La prova del bianco, Aforismi, 2015.
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