FRASEGGI DI LUCE - Annalisa Lucini - Fulvio Arpini "Tor de Nona"

 

Annalisa Lucini

Apro la rubrica mensile “Fraseggi di luce” con una poesia in romanesco di Fulvio Arpini, autore di talento e di grande cuore.

È  un amico, non posso negarlo. Un amico recente, amico di penna e poesia, compagno di passeggiate romane e di convivi, interlocutore in discorsi che di pindarico hanno, talvolta, soltanto la sottoscritta.

Fulvio Arpini è dissacrante e spaventosa concretezza. Rara e poetica la sua bellezza d’animo. Nelle nostre conversazioni romane nutriamo, inconsapevolmente ossimori. E così finisce che con matematica certezza, pur avendo punti di vista differenti rispetto a questioni universali, ci riconosciamo l’uno nell’altro, incarnando il significato più semplice della poesia: immedesimazione.

Che poi sia lapalissiano essere tutti luce ed ombra, risa e grida, coraggio e paura, non è altrettanto ovvio trovare un ragionevole compromesso tra concretezza e vaghezza.

Siamo tutti vita e morte. Siamo tutti grandissima contraddizione vivente. E chi non è mai stato, almeno una volta, spettatore di scene come quella della poesia di “Tor de Nona”?

Non temete se non siete di Roma. Il romanesco si legge come si scrive. Il romanesco viene dar core e te dona sorisi e piagnistei, e te rigala sempre un motivo pè esse vivo.

 

TOR DE NONA 

 

Ieri matina dalle parti de Tor de Nona,

ho visto un barbone che chiedeva aiuto. 

 

Nun faceva niente de male

semplicemente gridava verso Dio, 

je chiedeva de spiegaje armeno un motivo

per cui lo facesse esse ancora vivo.

 

Je ne bastava sortanto uno.

 

Infonno nun era un grido de rabbia, 

era più che artro un piagnisteo. 

 

Infatti nun imprecava, 

ma chiedeva sortanto "Perché?" 

 

Nun bestemmiava ma strillava,

 "Ma te che voi da me!?"

 

Stava sur sagrato de Sant'Alessio ai Pettinari,

circondato da le mura de na Roma ormai bona 

solo pe li Santi e i cravattari.

 

D'artronne er centro è diventato innimanco

cinquant'anni, 

un posto riservato unicamente 

a politici, puttanieri

e patetici sartinbanchi.

 

Lui stava lì e urlava, solo, verso er Signore,

nun erano manco grida de dolore

Sembravano più che artro 

l'implori che fanno ì regazzini, 

quanno a insonni madri e padri

fanno sartà le notti 

e smadonnà pe li destini. 

 

Ma Dio nun ha risposto. 

 

Dicono che Dio nun deve risponne a li tormenti della gente, 

che ce penserà la giustizia dopo er trapasso 

a chiede indietro quarche cosa,

o a donacce e regno dei cieli

come giusto e coretto contrappasso. 

 

Ma er problema vero der Barbone, 

nun è lo Stato assente, 

zi' prete che dice che nun sente 

o er poro e contrito Dio...

 

Er problema der Barbone so Io! 

 

Che ho sentito e visto tutto, 

senza dije manco na parola, 

che bastava quella come risposta der Signore.

 

Che bastava un "Dimme Amico mio?" 

pe fallo smette de strazziasse,

pe fallo vení fori da un disgraziato oblio. 

 

Ma nun lo famo mai.

E lo dovremo spiegà prima o poi,

 

Ar Barbone o ar poro Dio.





Ascolta questa poesia letta dai Poeti del Trullo © su:



Una poesia che mette i brividi e che ci convince che certi sciocchi problemi del quotidiano siano basati sul nulla più assoluto.

Il distinguo vero tra un buon osservatore ed un poeta risiede in quella linea di demarcazione che esiste tra uno sguardo attento al contesto che circonda e saper trasformare in versi ciò che si sente profondamente.

Nell’intersecarsi di più voci e nell’alternanza tra pazzia e lucidità, s’annida non un semplice giudizio morale tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. No, in quell’alternanza c’è forse il desiderio di ridestare la coscienza. In primis la propria e poi, anche la coscienza degli altri.

Certo per ridestare la coscienza dei più, non basta la poesia. In fondo lo ha scritto anche Patrizia Cavalli:

Qualcuno mi ha detto/ che certo le mie poesie/ non cambieranno il mondo./ Io rispondo che certo sì/le mie poesie/ non cambieranno il mondo.

Ed è così. E’ inutile trovare mille pretesti per giustificare l’utilità di questa forma espressiva.

Quando però si ha la fortuna di imbattersi in un poeta raffinato che osserva le cose e sente sulla pelle quel flusso di vita che accende mille sensazioni, tutto sembra più semplice. O almeno, così pare.

Esiste tanta bella poesia che non cerca fama. Poeti che scrivono per il piacere di esprimere certi sentimenti. Poeti che mettono a nudo se stessi e le proprie paure per guardare in faccia la realtà, senza pretesa di cambiarla.

Poeti che nascono poeti e che – forse - lo erano ancor prima di arrivare qui.

 

Sarà solo l’eco de na passione

ma scrivo la vita pe condivisione,

nun cerco le lodi, l’oro o er fomento

cerco er motivo pe guardamme dentro.

 

(da Cori distanti di Fulvio Arpini)

 

Leggilo in Versi senza voce a cura di Michele Piramide

 

E come si arriva qui?

Forse attraverso “i punti di rottura, dagli inizi di viaggi, dagli inizi di incontri che respirano e vivono per Noi, in Noi.” (cit. 18 aprile 2024).

 

Sono certa che sentiremo parlare ancora di Fulvio Arpini, ma non perché è un amico. Il motivo vero è la sua Autenticità.

 

E per lui, solo un consiglio..

 

Se non vuoi far volare via un palloncino gonfiato con elio, tu legalo con un filo ad un sanpietrino. 

Se poi  vuoi sfidare il destino e le leggi della fisica, mentre il sanpietrino attende collocazione tra le strade di Roma, tu sciogli piano piano i nodi che lo legano. Sta tutto lì il senso di questa vita. Sciogliere i nodi e osservare con occhi pieni di gioia un palloncino che vola libero in alto, mentre i pesi non hanno più alcuna importanza.

Nessuna importanza.

 


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