FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Mythos e mansplaining
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Deborah Prestileo |
Dal greco μῦϑος –
“parola”, “discorso”, “racconto” – ha origine l’universo mitologico di
straordinarie imprese compiute da dèi, semidèi, eroi e mostri. Il mito è una
parola sacra che esercita il suo potere ogni volta che viene pronunciata: così
a volte offre una spiegazione dei fenomeni naturali, altre volte legittima
pratiche rituali o istituzioni sociali e, più spesso, risponde agli
interrogativi universali che l’essere, in quanto umano, si pone. In sostanza, diviene determinante nella costruzione
e nella condivisione di un immaginario collettivo che, come tale, è funzionale
all’esistenza stessa della comunità che definisce. Il mito è una modalità di storytelling, che non è solo dire una storia ma, nel dirla, raccontare e raccontarsi attraverso dei filtri che agiscono in modo più profondo
e pervasivo sulla cognizione sociale.
Ci sono parole che, pur
essendo state codificate in tempi lontani e in spazi remoti, resistono al mutamento
che attraversa i secoli e i millenni, perché finiscono per specchiarsi in una
visione del mondo troppo radicata, e si stabilizzano in dei significati che non
potrebbero essere più attuali. Una di queste parole, senza il bisogno di andare
troppo lontano, è proprio mythos.
Nell’epica arcaica, il
termine non designa semplicemente dei discorsi, ma dei racconti che si
distinguono per autorevolezza, di
conseguenza i mythoi sono le orazioni
pronunciate niente meno che degli eroi durante le assemblee o dei guerrieri sul
campo di battaglia, in grado di raccogliere intorno a sé un’aura di timore
reverenziale, poiché parola che esige di essere eseguita, atto illocutorio
proprio ed esclusivo di chi detiene il krátos.
All’alba della
tradizione letteraria dell’Occidente, nell’Odissea
di Omero, Penelope chiede a Femio, l’aedo che rallegra i banchetti dei
Proci, di cantare qualcosa di meno doloroso del burrascoso ritorno da Troia
degli eroi greci, allora il giovane Telemaco interviene bruscamente e richiama
la madre, invitandola a rientrare nelle proprie stanze e ricordandole che la
parola spetta agli uomini:
Su, va’ nelle tue
stanze e attendi ai tuoi lavori,
telaio e fuso, e
comanda alle ancelle di lavorare.
Il parlare (mythos)
sia cura degli uomini, tutti
e io più di tutti: mio
è il potere (krátos)
in questa casa.
(Hom. Od. I, 356-359; trad. mia).
Telemaco utilizza il
termine mythos per indicare un
parlare autorevole, che può essere solo quello degli uomini in quanto detentori
del kratos, il dominio assoluto che
si esercita tra e al di fuori delle mura; di conseguenza, è implicito il
parallelismo: se solo gli uomini possono esprimersi autorevolmente, allora alle
donne sono permesse soltanto le ciance, le chiacchiere.
I versi omerici sono
la versione cavalleresca delle parole che un uomo sta rivolgendo – in questo
preciso momento, da qualche parte del mondo – a una donna: questa è la ragione
per cui l’episodio di Telemaco e Penelope riguarda tutti noi, anzi Telemaco e
Penelope siamo tutti noi. L’antichità di certe parole o di certe storie non può esimerci da
una riflessione attenta e critica sull’attualità né dal razionalizzare la
natura di un rapporto tra i sessi ancora profondamente distorto. Nel nome dell’autorità del mythos,
molti uomini sono convinti di poter controllare e decidere ogni aspetto
della quotidianità delle donne e intervengono, di fatto, come se fossero i
padroni delle loro vite. L’episodio omerico è a tutti gli effetti un mansplaining ante-litteram: Telemaco
assume un atteggiamento paternalistico nei confronti della madre, poiché la
invita in modo condiscendente a ritirarsi nelle sue stanze, ponendo sé stesso,
in qualità di maschio, in una
posizione superiore, e la madre, in qualità di femmina, in posizione subalterna. A lui spetta ordinare cosa fare,
a lei spetta non parlare, obbedire.
Il sistema patriarcale
si è perpetrato silenziosamente nei millenni ed esercita il suo potere sulle
donne ancora oggi: questa è la prova di come certi atteggiamenti e certi
comportamenti continuino ad essere invisibilizzati e normalizzati perché
ritenuti neutri, ma, ahimé, non fanno che alimentare alla base la piramide del
sopruso. Allora anche un episodio tratto dalla letteratura può offrire una
lettura critica: analizzare i meccanismi che regolano i rapporti di genere
permette di smantellare la gerarchia fondata sulla supremazia dell’uomo e di
comprendere le ragioni della resistenza delle donne, che afferma il diritto
alla libertà dell’essere e del sentire, indipendentemente dal genere.
A volte si può gridare
dicendo a bassa voce, – nel mythos –,
Esci da Itaca, Penelope, il mare è anche tuo.
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