FILI D’ERBA - Viola Bruno – Il trauma della parola e il disarmo della carezza
![]() |
Viola Bruno |
“State attenti alle parole,
anche a quelle miracolose.
Per le miracolose diamo il meglio,
brulicano alle volte come insetti
lasciando non un pizzico ma un bacio.
Possono essere buone come le dita.
Possono essere affidabili come le rocce
su cui mettiamo il sedere.
Ma possono essere sia margherite che ferite”[1]
“Possono essere sia margherite che ferite”. Possono essere luce e salvezza e possono essere pugnale e proiettile. Possono guarire o crivellare. Per questo vanno maneggiate con estrema cura: “Uova e parole vanno maneggiate con cura. /Una volta rotte non si possono/riparare”, così Anne Sexton a chiusura della sua poesia Parole.
Esiste un rapporto tra la parola ed il trauma. Massimo Recalcati, in un folgorante intervento a Festivalfilosofia a Modena nel 2023, riesce a “ipnotizzare” una gremita Piazza Grande, un luogo in cui sarebbe difficile essere ascoltati, raccontando di questo rapporto: “non è così evidente, quando si pensa alla psicoanalisi, che ha dato come contributo fondamentale all’esperienza della parola, quello di pensare che la parola, la dimensione umana della parola, sia soprattutto quella della luce. Dove c’è la parola c’è salvezza.” Così inizia il suo discorso.
Freud
attribuisce alla parola il potere di guarire, una sua paziente definisce
l’esperienza della psicoanalisi una “talking-cure”
(“cura attraverso la parola”).
L’analista si ritrova dinanzi al dolore, alla
sofferenza, alla pena silenziosa del paziente.
I sintomi sono “discorsi senza parole”. Il suo lavoro consiste nel “dare parola a ciò che non ha parola,
tradurre in parole quel dolore, quella sofferenza” e “questa traduzione, quando avviene, produce guarigione, cura, beneficio
terapeutico”.
Quindi, da questo punto di vista, il lavoro
della psicoanalisi “mette in luce il
potere liberatorio della parola. I sintomi sarebbero tutti più o meno parole
d’amore, di desiderio o di odio, che non abbiamo detto e che si sono dunque
convertite, per esempio, in fenomeni somatici, o in pensieri ossessivi, in
insonnie, o in altre forme depressive, di sofferenza.
Sono
le parole che non abbiamo detto, le parole che abbiamo mancato, o le parole che
ci attendevamo e che non ci sono mai state dette, parole di riconoscimento,
parole d’amore, che provocano il sintomo.”
E dunque il lavoro dell’analista è “ridare valore alla parola, laddove la parola
è stata interdetta”.
“Ogni parola è una preghiera”
Si pensi adesso ad un incendio, al fenomeno
fisico della combustione. Esso non si realizza se non attraverso la presenza
contemporanea di tre elementi fondamentali: combustibile, comburente (ossigeno)
e innesco.
Allo stesso modo, affinché quel risultato “miracoloso” avvenga, affinché l’analista riesca a tradurre il dolore in parola e dunque in guarigione, affinché la parola liberatoria possa svolgere la sua funzione, occorrono altri due indispensabili elementi: l’ascolto ed il silenzio.
“È l’ascolto che dà valore alla parola”
Questo spiega la mortificazione che proviamo
quando non veniamo ascoltati. “Mi
ascolti?”
“Quante
volte abbiamo sentito questo nei rapporti di coppia, nei rapporti familiari,
nei rapporti con gli amici, nei rapporti con le persone care, nei rapporti con
i maestri o dei maestri con gli allievi - Mi ascolti? - nel rapporto con Dio e
il grande grido di Giobbe - Mi ascolti? - qualcuno ascolta la mia sofferenza
qualcuno si accorge di me dunque la parola da questo punto di vista implica un
profondo nesso con la preghiera. Ogni parola è una preghiera. Ascoltami, mi
ascolti? E dunque ogni parola implica che vi sia qualcuno in una posizione di
ascolto.”
“Non c’è ascolto senza silenzio”
Affinché ci sia ascolto che onora la parola, è
necessaria l’esperienza del silenzio.
Jacques Lacan diceva “lo psicoanalista è tenuto a custodire il silenzio”, perché il suo silenzio onora la parola del soggetto.
“È il silenzio che cura”.
E “dare la parola” è “l’essenza democratica della psicoanalisi”. “L’esperienza della parola è un’esperienza inclusiva. In quanto implica necessariamente l’ascolto.”
Come spiega l’Antico Testamento, la parola non è semplicemente ciò che descrive le cose che già esistono, non è la nominazione delle cose. La parola genera le cose, fa esistere le cose. “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.”[2]: Dio non nomina le cose, ma genera l’evento.
Lo stesso avviene nell’esperienza della
psicoanalisi.
La Regola Fondamentale dell’analisi freudiana è quella delle “associazioni libere”: “dica tutto quello che gli passa per la mente”, questa è la formula utilizzata quando il paziente si sdraia sul lettino dell’analista. Ma cosa significa esattamente “tutto quello che passa nella mente?”
Significa dire tutto senza preoccupazioni
morali, di coerenza logica, di ordine logico, senza censure. Ogni paziente si
accorge di non riuscire a rispettare la regola, sente di non aver detto bene
ciò che avrebbe voluto dire, “pensa che
tra il suo dire ed il suo essere c’è una discrepanza, un’incompatibilità tra la
parola e l’essere”, che la sua parola non traduce perfettamente il suo
essere. “Non è facile svuotare il sacco,
ogni volta ci accorgiamo che nel sacco resta qualcosa”.
Si accorge però che, mentre parla “liberamente”,
alcune parole, alcuni significanti, si ripetono insistentemente, ritornano
costantemente.
“La Regola Fondamentale amplifica il movimento della parola, ma la parola tende a girare sempre attorno a certi temi.” In ogni persona ci sono parole che si impongono sulle altre parole, che si sono “caricate di significati”.
“Ogni nome proprio contiene un tracciato destinale.”
Queste parole sono come chiodi conficcati nella
nostra memoria. Ciascuno ha i suoi chiodi.
Il primo chiodo, la prima parola che si è
conficcata nella nostra memoria e a cui noi “abbiamo obbedito inconsciamente” è il nostro nome, il
nome proprio, “l’intraducibile di
ogni lingua”.
E il nostro nome è stato dettato da un Altro, “noi portiamo il nome che definisce la nostra
particolarità, così come ci è stato consegnato dall’Altro” e per questo “è caricato di attese, maledizioni, destini
che si sono coagulati attorno a questo grumo significante che è il nome”.
Quando i genitori decidono il nome del proprio bambino, magari il nome di un parente morto, il nome di un padre ideale, il nome di un traditore, già qui noi vediamo scheggiarsi il destino prodotto dalla parola traumatica”.
Ecco, il nome proprio è un primo esempio di
parola traumatica perché è deciso dagli altri eppure determina in parte il
nostro destino. Ci sono parole che noi portiamo in noi stessi e che non sono
state da noi pronunciate, ma sono “la
storia, il resto, la traccia, l’impronta indelebile lasciata dalle parole degli
altri”.
Perciò, per parlare di noi stessi, non possiamo che parlare degli altri: tutti noi portiamo l'altro nel nostro più intimo, così il nostro più intimo non è più intimo perché è fatto dell'altro.
Freud recupera la lezione di Sant’Agostino: “Non uscire da
te, ritorna in te stesso, nell’interno dell’uomo abita la verità; e se troverai
mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso.”[3]
Ma quando torniamo in noi stessi, presso la nostra anima, scopriamo che la nostra interiorità in realtà è un’esteriorità. Per Sant’Agostino, l’anima che incontra se stessa incontra Dio, incontra cioè il marchio dell’alterità.
Questi marchi lasciati dall’altro sono i chiodi nella nostra mente, sono quelli che Jaques Lacan chiama “parole-proiettile”: parole che provengono dall’altro e noi siamo fatti di queste parole. “Noi siamo parlati prima che parlanti”, siamo servi del linguaggio, dice, riprendendo Heidegger, prima che abitanti del linguaggio, siamo “parlati” e questo significa portare sui noi stessi i marchi dell’altro, i chiodi dell’altro.
“Noi siamo poemi dall’altro”
ma abbiamo in noi la possibilità di diventare il poeta del poema scritto dall’altro; tutto si gioca sulla sottile relazione tra libertà e destino.
Questo concetto è espresso in modo sublime anche da Jean-Paul Sartre: “noi siamo ciò che facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi”, essere bambini significa essere portati dalle parole dell’altro, significa avere l’avvenire che gli altri ci hanno consegnato.
Dunque la “parola-proiettile” riguarda questo destino. Essa scava la nostra intimità, la rende esterna a se stessa, la crivella. “La parola-proiettile è una crivellatura”.
“Noi siamo tutti come lo schiavo messaggero che nelle leggende antiche porta scritto sulla nuca rasata il proprio destino, perché non possa leggerlo”,
così Massimo
Recalcati introduce due esempi straordinari di questa crivellatura, due
grandi scrittori a cui Jean-Paul Sartre dedicò
due opere: Jean Genet e Gustave Flaubert.
All’origine delle loro storie c’è una parola-proiettile.
Jean
Genet, abbandonato dai sui
genitori, fu affidato ad una famiglia adottiva. Un giorno, ancora bambino, la
madre adottiva lo sorprende con le sue manine dentro ad un cassetto in camera
sua e gli dice: “Ladro!”
Dire ladro ad un bambino che è stato abbandonato
dei genitori naturali, significa: “tu hai
rubato la tua identità. Tu non sei nostro figlio, tu non sei un vero figlio. Tu
sei un ladro.”
Ecco la parola-proiettile che crivellerà l’intera esistenza di Genet, lo pietrificherà, fissandolo ad un destino.
Gustave
Flaubert fu un figlio non desiderato,
non voluto, di troppo: il fratello Achille
era destinato ad essere il clone del padre, la sorella Caroline, il clone della madre, nessun’attesa c’era su di lui,
nessun posto per lui, in famiglia.
Aveva problemi di apprendimento, era considerato un idiota (ecco la parola-proiettile), deriso. “Quando i genitori trattano un bambino come un bambino insufficiente, il bambino diventa insufficiente”, spiega Recalcati.
“E dunque, com’è possibile che un ladro diventi un grande poeta ed un idiota un genio?”
Sartre chiama questo “miracolo” “petit décalage”, ovvero “un piccolo movimento”, “un piccolo scarto” con cui il soggetto sfugge al suo destino e imbriglia la sua libertà. E dunque la libertà non è più un “farsi da sé”, ma “fare qualcosa con ciò che l’altro ha fatto di me”.
Il fatto che Flaubert sia diventato un genio, non significa che abbia riscattato il suo essere idiota, non nega l’idiota, nessuno può liberarsi dai propri marchi. Flaubert diventa un genio perché riesce a radicalizzare in modo singolare la sua idiozia, Genet diventa un poeta non perché smette di essere un ladro, ma perché radicalizza in modo singolare il suo essere ladro.
Per spiegare cosa i genitori di Flaubert intendessero per idiozia: da piccolo, Gustave non sapeva parlare, non sapeva leggere. Era un bambino che passava il tempo nel bosco e in giardino a guardare gli animali, le piante, era un sognatore, viveva “nel suo mondo”, i genitori non lo comprendevano, non erano interessati a comprendere quel mondo. Flaubert crea perciò un “anti-mondo”. “Diventare scrittore non significa emanciparsi da questa “idiozia”, perché ogni scrittore è separato dalla realtà, porta con sé una vocazione “autistica”, che è la letteratura”, spiega Recalcati.
Dunque il genio è l’idiota e l’idiota è il
genio: è questa la trasformazione che possiamo operare sui nostri marchi.
Nessuno di noi può liberarsi dai propri marchi, ma possiamo assumerli come
nostri, possiamo fare di quella crivellatura il nome proprio.
Noi abbiamo la possibilità di trasformare i marchi traumatici, i chiodi, le parole-proiettile, “in qualcosa di nuovo ma che è anche molto antico”, trascrivendoli in modo nuovo.
“Non c’è possibilità di liberarci dalla ripetizione, ma c’è la possibilità di fare della ripetizione un punto di differenza.”
Recalcati conclude il suo intervento con un ultimo
esempio, d’ineguagliabile potenza:
Suzanne
Hommel è una paziente di Lacan che ha vissuto da bambina
l’orrore del campo di concentramento. Va da lui in età adulta, perché ogni
mattina alla cinque si sveglia di soprassalto per il solito incubo in cui viene
arrestata dalla Gestapo. Gli spiega
che fu effettivamente alle cinque di mattina il momento in cui la Gestapo fece irruzione in casa sua,
arrestò e deportò tutta la sua famiglia.
Gestapo, in tutta la sua durezza della pronuncia tedesca, è la parola-proiettile.
In un’intervista, Suzanne Hommel (diventata a sua volta psicoanalista), racconta di
quella seduta: “nel momento in cui dissi
a Lacan ’mi sveglio tutte le mattine alle cinque. È l’ora in cui la Gestapo
cerca gli ebrei nelle loro case…’
Lacan
si alza, si precipita su di me e mi accarezza la guancia sinistra. E conclude
la seduta.
In
un primo tempo ero sbalordita, turbata. In un secondo tempo ho scomposto la
parola geste - à - peau (carezza, in francese).
In un terzo tempo, a posteriori, ho potuto misurare che cosa questo atto di interpretazione avesse trasformato in me: il trauma si presenta come il rovescio di un atto. La parola tedesca Gestapo, attraverso un gesto sul corpo, è passata alla lingua francese geste - à - peau.”
Suzanne
Hommel aveva scelto di parlare la
lingua francese proprio per distanziarsi dalla lingua tedesca, la lingua reale
del trauma.
Come reagire al trauma? Lacan mette in gioco il rapporto tra la lingua del trauma e una nuova tessitura attraverso la lingua francese, mediante l’omofonia Gest-apo/geste-à-peau (le due parole hanno lo stesso suono, la stessa pronuncia, in lingua francese).
Come la delicatezza inaudita e disarmante di una carezza
Lacan
compie un atto di traduzione, di scomposizione e ricomposizione: toccare il
corpo, attraverso l’equivoco, blocca l’invasione dell’orrore. L’equivoco tocca
il corpo proprio lì, dove si trova quel marchio di sofferenza nella carne.
È un atto simbolico che dimostra come nella vita
di ognuno di noi non esista solo la Gestapo,
il limite imposto dal grande Altro, ma anche la possibilità che questo
limite si trasformi in un gesto dolce sulla pelle, in una carezza “inattesa, imprevista, inaudita”.
Perché l’inconscio è a fior di pelle.
È
dunque la trasformazione dell’orrore in un gesto di umanità.
Noi siamo questa possibilità: ogni volta, noi possiamo trasformare le parole-proiettile (Gestapo) in parole umane (geste-à- peau), in una carezza disarmante.
Propongo qui:
● l’intero intervento di Massimo Recalcati (15 settembre 2023 – Festival Filosofia, Piazza Grande, Modena) - Il trauma della parola: https://youtu.be/pxq58XFciXM?feature=shared
● l’intervista a Suzanne Hommel - Il disarmo della carezza: https://youtu.be/VA-SXCGwLvY?feature=shared
[3] Sant’Agostino, La vera religione XXXIX, 72
È vero che la parola ci inventa, ci forgia, decide ciò che siamo. Non a caso il Verbum viene percepito come l'origine di tutto. Abbiamo il potere di 'fare', di creare o distruggere identità attraverso la parola. Un potere su cui si dovrebbe tornare a riflettere. Grazie Viola per i tanti spunti offerti e sviscerati.
RispondiEliminaGrazie a te, Ester, per aver accolto e amplificato questi spunti 🙏❤️
Eliminanella benedizione di essere equivoci siamo stati seppelliti nella gravità d'un nome ch'è desertica aspettativa d'una radice schiva e schiava d'un movimento perpetuo nella forma dell'orma trapassata ma vincolante e come si possa pretendere da un essere vivente un modo cavo, innaturale, depersonalizzato, depressivo, egoistica vendetta del ciclico e quanto costi quella frattura in cui si tenta la Morte del Nome, in cui tutto diventa la sospensione dal presente e come ritorni al netto della disintegrazione quel filo di voce dal buio per fame di luce in un silente rifiorito deserto di sé...a seguire per tentativi dalla Morte, non più Vita insensata ma Amore, sul piano parallelo di Libertà liberata.
RispondiEliminagrazie a Viola Bruno per questa profonda esposizione dal proiettile distruttore alla carezza riparatrice che possiamo dimostrare in dì venire come riscatto dai tramutati mostri attorno al fuoco in esempio nobile di umana Pietas
Grazie per questo volo d'esplorazione, mosso dalla Parola, della sosta dinanzi alla possibilità di riscatto, Libertà liberata. Del viaggio da un mondo cavo alla carezza riparatrice. Dalla non vita alla Vita.
EliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
Elimina