ACCESA RUPE - Fabio Barissano - A.M.O. POETESSA: DUE POESIE DI ANNA MARIA ORTESE
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Fabio Barissano |
La scrittura di Anna Maria Ortese è un edificio con vari piani e proiezioni
di livello: c’è la prosa narrativa, rappresentata da romanzi come Il porto
di Toledo dal sapore di epos familiare o da L’Iguana in chiave
favolistica e metaforica con aneliti alla salvezza universale. C’è il racconto
nei lavori giovanili di Angelici dolori e de Il Monaciello di Napoli.
Infine il libro inchiesta, pensiamo a Silenzio a Milano, fino al celebre
Il mare non bagna Napoli, raccolta di racconti dal piglio giornalistico
e di denuncia sociale. Questa è la Ortese nota, in chiave maggiore.
Ma c’è un’altra Ortese, in chiave diciamo “minore”, la Ortese poetessa.
Scelgo a proposito due poesie, assai lunghe e che mi permetto, a maggior
intelligenza del lettore, di riproporre per intero. La prima, dal titolo Ragazzo
iberico, è dedicata al padre Oreste (curioso anagramma del cognome Ortese).
Come sottolinea Luca Clerici nel suo importante studio su Anna Maria Ortese dal
titolo Apparizione e visione, la figura del padre non si limita a questo
cammeo poetico. Dice Clerici: “La maggior parte delle figure maschili
dell’universo letterario ortesiano sono in realtà figurazioni paterne. […]
biondi (gli occhi sono spesso azzurri), pallidi, il fisico asciutto, fumano la
pipa come Oreste, e ne condividono quel suo caratteristico sguardo obliquo”. (1) In realtà la poesia è un lungo flashback familiare, ripercorrendo
l’odissea di una famiglia che, per seguire il padre che mutava lavoro, mutava
anche, casa. E vi compaiono la madre, i figli…
Lasciatemi ricordare di mio padre, arabo, dai larghi occhi chiari e ricci di
bronzo; benché il suo nome all'anagrafe fosse un
comune Oreste preceduto da fu Giuseppe a sua
volta fu Oreste, fino al milleseicento o giù di
lì, il cognome era iberico, assai più breve
del mio, più fosco, mischiato di bave iberiche e
arabe; s'erano accampati sul mare che unisce
Algeri all'Iberia, quelli, quattrocento anni fa. Mio padre, miracoli del sangue che corre
sotto l'azzurro liquido corpo del mondo, spuntò in
Sicilia, tra monti deserti e subito come un rio
corse fino al regno di Napoli e qui si sposò. Sposò una donna più fine di lui e più
straniera, che non veniva da Iberia, ma molto a
occidente di là, dopo tre mesi di mare; là dietro le Ande erano i buoni antenati di mia madre Ines, ch'era sottile come l'aria e come la notte
libera, e aveva un cuore più piccolo di un
uccello, e volava più rapida del vento coi suoi
pensieri. Era anche pietosa con tutti, ridente con
l'erba, era Ines - mia madre - un uccello
soltanto. Povera gente, in questo secolo furono impiegati postali, e così si
conobbero. Non furono felici. Mia madre non sapeva fare nulla, e quando tornò a casa - costretta dai figli - soltanto ai sei
figli pensò. Mio padre nemmeno amava il lavoro,
costrinse Ines a molti viaggi d'una in altra
assolata città del desolato mezzogiorno, e quindi molti
ricordi assediavano i figli, e carrozze
pericolanti per monti, e improvvise marine all'alba rosate dal
sole, e case vuote risonanti di martelli –
dilette a mia madre che singhiozzava ricordandole
– e nuove case senza luce illuminate dal
petrolio che fuma nel tubo di vetro di fronte a un
nuovo tramonto. - L'ultimo paese fu a ovest - sud, la scarna testa dell'Africa, dove Europa col piede insultante la sfiora, ed essa neppure la vede perduta nel mare che si stende al suo fianco, il verde
grigio Atlantico, l'interminato sposo dal corpo d'acqua blu, la testa appoggiata di fianco sulle Canarie. (2)
Evidenti sono i caratteri di questa poesia: tono memoriale e autobiografico
che sempre sfuma nel fiabesco, nel vaporoso; tendenza a un verseggiare
prosastico da intendere non come preciso indirizzo di poetica ma intrinseca
necessità di racconto, per aderenza a una forma letteraria che, nel restante
corpus, è versata in prosa. Dalla poesia apprendiamo particolari biografici,
vale a dire l’origine mista dell’autrice (padre iberico, madre sudamericana)
connotata sempre da una forte hispanidad: del resto questa radice
compare altrove nella sua opera, da Il porto di Toledo fino a una
figurazione sempre un po’ spagnolesca di Napoli, allegra e miserabile, un po’
santa e un po’ truffaldina. E poi i paesaggi: l’Africa, il mare, preludio al
perpetuo peregrinare dell’autrice dalla natia Roma, a Napoli, a Milano, fino a
Rapallo dove avrà la sua ultima dimora.
La seconda poesia, invece, riecheggia un amore lontano, quello per il
giovane e brillante accademico Aldo Romano:
L'abbiamo visto insieme questo piccolo mare in cui, la sera, si riflettono i lumi delle case; insieme l'abbiamo contemplato sfiorandoci le mani, ma così non sarà più mai, o mio amico, giovane Romano.
Buttano a terra ogni cosa, scompare ogni giorno una pietra ed il sole più vaste illumina rovine, finché, tra breve... Ma perché pensare tanto dolore?
Quella sera di gennaio non aveva piovuto, il vento veniva dal mare, terso era il cielo fra brani di nuvolaglia; i lumi tremavano sulla via e lontano.
Giungemmo furtivi da non so che paese di sogno, per vicoli strani, fra mercanti e gente di mare e la luce e l’odor del caffe. Scivolavamo gentili come colombi, e nulla oh! pensavamo di male. Se il paradiso era aperto davanti agli occhi, se Dio stesso ci guardava, perché pensare del male, mio giovane amico Romano? (3)
Chi era Aldo Romano? Questa figura, ignota ai molti, era il fidanzato e
futuro marito di Adriana Capocci, compagna di università di Alda Croce, figlia
del celebre filosofo. Anna Maria conosceva Adriana, passeggiavano insieme. L’infatuazione
per Romano era dunque destinata a rimanere un pio e casto desiderio, in quanto
già promesso e per giunta a un’amica che la Ortese non avrebbe mai, se non
letterariamente e in toni sognanti, tradito. Di questo amore ci lascia
testimonianza sempre Luca Clerici nel suo Apparizione e visione, in cui
scrive:
“Di certo, quell’esperienza sentimentale ha segnato nel profondo Anna
Maria; verosimilmente, è stato Aldo a lasciarla. È da allora che comincia ad
affiorare in lei una strana sensazione, sgradevole, come il sospetto di una
drammatica inadeguatezza alla vita di coppia”.(4)
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Riferimenti:
1. L. Clerici, Apparizione e visione, Milano, Mondadori, 2002, pp. 20-21.
2. A.M. Ortese, Ragazzo iberico, pubblicato in “La fiera letteraria”, a. XLIII, n. 3, 18 gennaio 1968, p. 12
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