FILI D'ERBA - Viola Bruno – E La Soglia Trabocca D’amore
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Viola Bruno |
Io parlo dai confini della notte
dal termine del buio
e parlo
dei confini della notte.
Se vieni a casa mia, caro, portami un lume
e uno spiraglio da cui poi guardare
la folla nel vicolo felice.
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È
un viaggio in bianco e nero, nel buio, nel dolore, nell’ingiustizia e allo
stesso tempo nella luce, nella, forza, nella resistenza, nella speranza, quello
che vi propongo oggi, attraverso le voci di due donne straordinarie: Forugh
Farrokhzad e Shirin Neshat.
“Non
v’è carenza di orrore nel mondo. Se l’uomo chiudesse gli occhi su di esso, ve
ne sarebbe ancor di più. L’uomo, tuttavia, è un risolutore di problemi. Su
questo schermo apparirà un’immagine di bruttezza, una visione di dolore senza
sollievo che nessun essere umano dovrebbe ignorare. Spazzar via
quest’orrore e alleviare le sue vittime è lo scopo di questo film e la speranza
dei suoi produttori”.
Così la voce che emerge dal nero dello schermo, all’inizio di La casa è nera (Khaneh siah ast, 1963), film della poetessa e regista iraniana Forugh Farrokhzad:
Girato
nel lebbrosario di Tabriz, la telecamera di Forugh indugia sui volti, sui corpi
di donne, ragazzi, bambini, distrutti dalla lebbra. Ringraziano Dio per essere
venuti al mondo.
Con
grande grazia guarda l’inguardabile, l’invisibile: la lebbra è metafora della
sofferenza umana, la poesia è “l’uomo che scorre dentro la poesia”.
“Se
era necessario lo sguardo di una donna, se è sempre necessario lo sguardo di
una donna per stabilire la giusta distanza con la sofferenza e l’orrore, senza
compiacimenti né autocommiserazione, il suo sguardo ha ulteriormente
trasformato il soggetto e, aggirando l’abominevole trappola del simbolo, è
riuscita a collegare, al di là della verità, questa lebbra a tutte le malattie
del mondo.”
(Chris
Marker, Cinéma 67, n. 117,1976)
In
un’intervista, Forugh Farrokhzad dirà: “questa è la descrizione di una
società chiusa e rigida, l’immagine del vivere invano, da emarginati, come
scarti. Anche le cosiddette persone sane in una società apparentemente sana al
di fuori del lebbrosario possono soffrire degli stessi sintomi, nascosti nelle
profondità del loro animo”.
(Intervista
di Faraj Saba, Roshanfekr, febbraio 1964)
Appena
ventenne, nella postilla alla sua prima silloge, Prigioniera (1955),
chiedeva: “Io mi chiedo sempre per quale motivo la musica della mia poesia
risulti così estranea alle vostre orecchie. Perché sono tanti quelli che non
possono digerirla agevolmente? Forse perché mi accusano di contribuire con i
miei versi alla diffusione di dissolutezza e corruzione?”
Sosteneva
che nell’arte, nella poesia, il genere non avesse alcun ruolo, che “ciò che
conta è l’individuo, poco importa se sia uomo o donna. Quando una poesia
raggiunge questa maturità non importa chi l’abbia scritta; appartiene al mondo
della poesia, ha il proprio valore ed effetto che va oltre il poeta”.
Le
sue poesie furono bandite in Iran e dopo la rivoluzione islamica iniziata nel
1979, dodici anni dopo la sua morte, i suoi versi divennero oggetto di culto,
simbolo di ribellione e resistenza.
Negli
anni Novanta Shirin Neshat, fotografa e regista iraniana emigrata (ed
oggi esule) negli Stati Uniti, dopo la rivoluzione komehinista iniziò ad
indagare con la sua arte quel paese divenutole sconosciuto, lontano dai suoi
ricordi.
Con
la presa del potere da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, ebbe
inizio la svolta repressiva in Iran.
Il
28 febbraio 1979 tutti i tornei sportivi femminili vennero annullati, il 2
marzo venne vietato alle ragazze di frequentare la facoltà di giurisprudenza e
tutte le giudici sospese dal loro incarico, il 7 marzo venne istituito
l’obbligo di indossare il velo (hijab), oltre ad infinite restrizioni
comportamentali.
Le
donne non possono cantare (se non sono accompagnate in duetto da un uomo).
Non
possono ballare. Non possono viaggiare all’estero da sole.
Ogni
contravvenzione viene repressa duramente dalla polizia morale.
Da
45 anni il popolo iraniano è impegnato in una resistenza per l’ottenimento
della libertà contro un regime che cerca di distruggere una cultura millenaria,
quella persiana.
Una
rivolta che non riguarda solo le donne, ma anche gli uomini, studenti,
intellettuali, padri e figli vittime loro stessi di una cultura patriarcale, di
un potere ipnotico di dominio.
“Venire
da un paese in cui abbiamo tanta censura e tanto deve essere ancora nascosto e,
al tempo stesso, c’è tanta sovversione nell’aria. Questo è ciò con cui il
popolo iraniano ha imparato a fare i conti: l’assenza di libertà di espressione
significa trovare modi di parlare senza davvero aprire bocca”.
Queste
le parole di Shirin Neshat, in seguito alla morte di Mahsa Amini,
giovane ventiduenne morta nel settembre 2022 (per “un’improvvisa insufficienza
cardiaca”, diranno le autorità locali), dopo essere stata arrestata dalla
polizia morale iraniana perché non indossava correttamente l’hijab.
A
lei è dedicata l’opera digitale dal titolo emblematico Woman
Life Freedom (Jin, Jiyan, Azadi).
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(Shirin Neshat, Woman Life Freedom, 2022) |
Le
opere di Shirin Neshat si intrecciano alla voce di Forugh Farrokhzad e di altri
grandi poeti iraniani nella serie Women of Allah (1993-1997).
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(Shirin Neshat, Unveiling, 1993) |
Centrale
nell’indagine di Shirin Neshat è l’attenzione verso i diritti umani ed
il ruolo della donna, la sua condizione, la sacralità ed anche la dualità del
ruolo che la società iraniana post-rivoluzionaria le assegna: da un lato le
forti restrizioni cui è sottoposta dai rigidi dettami religiosi, dall’altro il
paradosso che la vorrebbe responsabile e partecipe (si noti la presenza dei
fucili).
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(Shirin Neshat, Women of Allah, foto insignita del Master of Photography Award nel 2020) |
Troviamo
i versi di Saluterò di nuovo il sole di Forugh Farrokhzad scritti
in calligrafia farsi sul volto della donna nella foto I am Its Secret, come
saluto rivoluzionario di rinascita e indipendenza universale:
Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le aride stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in dono
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva nello specchio,
immagine della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli come odori
che sgorgano dal sottosuolo
e gli occhi miei, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi oltre il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.
(Saluterò di nuovo il sole – Forugh Farrokhzad)
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(Shirin Neshat, I Am Its Secret, 1993) |
Ogni
speranza è in quell’ “Arrivo, arrivo, arrivo”.
Speranza
che mai si spenga la voce di protesta, di canto di libertà e democrazia, che
diventi eco nel mondo intero, voce di tutti, finché quella soglia non torni a
traboccare d’amore.
“Perché dovrei fermarmi?
Mi stringo al petto le spighe acerbe del grano
E le allatto.
La voce, solo la voce,
la voce del limpido desiderio dell’acqua di scorrere,
la voce del flusso della luce stellare
sulla luce femminea della terra,
la voce che concepisce il senso
e spande il desiderio condiviso dell’amore.
La voce, la voce,
è solo la voce che resta.”
Forugh Farrokhzad, da È solo la voce che resta
Perché
in fondo è solo la voce che resta.
Shirin
Neshat, Turbulent, 1998: https://youtu.be/VCAssCuOGls
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Forugh Farrokhzad nasce a Tehran nel 1934 e muore a 32 anni in un incidente d’auto. Si sposa giovanissima, poi lascia il marito ed il figlio per dedicarsi interamente alla scrittura e all’arte, sia in patria che in Europa. Soffrirà molto per la separazione dal figlio, tanto che sarà sottoposta a cure estreme per un esaurimento nervoso. Nel 1963 scrive e dirige un corto di venti minuti, La casa è nera, ambientato in un lebbrosario, che accende un vivissimo interesse nel mondo cinematografico, mentre le sue raccolte poetiche suscitano scandali ed entusiasmi in un Iran ancora fortemente legato alla tradizione. L’ultimo libro pubblicato in vita, Una rinascita, è considerato un capolavoro del modernismo persiano.
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Shirin Neshat è un’artista visiva e regista iraniana
che vive a New York. Attraverso la fotografia, il video e il film, Neshat crea
narrazioni complesse che riguardano l’umanità e affrontano temi universali come
il genere, lo sradicamento, l’oppressione e l’identità.
Neshat ha presentato il
proprio lavoro in numerose mostre personali in tutto il mondo, sia in gallerie
sia in musei, ed è stata insignita del Leone d’Oro – Primo Premio
Internazionale alla 48° Biennale di Venezia (1999), del Leone d’Argento per la
Migliore Regia alla 66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
(2009), The Crystal Award (2014) e il Premium Imperiale (2017), tra molti
altri.
Si terrà al PAC – Padiglione
di Arte Contemporanea a Milano, dal 18 marzo all’8 giugno 2025, la prima ampia
mostra personale dell’artista.
La libertà si conquista. Grazie di avere scritto questo pezzo, Viola...
RispondiEliminaSì, se non abbiamo altra scelta...Grazie a te 🙏🌺
EliminaDa brivido. Grazie.
RispondiEliminaGrazie per la tua attenzione, Anna.❤️
EliminaE la soglia trabocca d'amore.
RispondiEliminaQuando chi scrive riesce a trasmettere ogni cosa "di ciò che è e ciò che dovrebbe essere".
Magistrale in questo, come sempre, la nostra Viola Bruno. ❤🙏❤
Grazie di cuore, Annalisa 🙏 Onorata ed emozionata per le tue parole ❤️
Elimina“...ciò che conta è l’individuo, poco importa se sia uomo o donna. [...]" Direi che questa è l'unica cosa, forse, errata nella visione poetica di Farrokhzad, perchè soprattutto le donne nel mondo attuale stanno conquistando la capacità di dire e rendere manifesta la falsità di un mondo che ancora gira (e si incarta) dietro logiche prettamente maschili (potere, prestigio, forza ecc.). Grazie di averci offerto questo squarcio di opposizione allo status quo.
RispondiEliminaVerissimo. Forugh, ventenne nel '55, iniziava quantomeno ad invocare la parità, senza sapere quanto oltre saremmo dovute andare.
EliminaGrazie per la preziosa attenzione, Mauro.🙏🌺