LA STANZA COLOR GLICINE - Simona Garbarino - C'è bisogno di farsi tana

Simona Garbarino

 

Siamo in un mondo infestato di parole, di rumore, di chiacchiericci che sovrastano il pensiero, lo scacciano, lo stanano. Si rintraccia il bisogno di incontrarsi per riempire un'agenda sempre più colma, straripante di piccoli e grandi impegni. Crediamo sia elegante poter dire ogni volta "questa settimana è un disastro, risentiamoci tra un mese, non ho un minuto libero". Si, crediamo sia elegante e "alla moda" questo esser pressati dagli eventi, dagli appuntamenti, dai doveri ("lavoro in continuazione: non trovo tempo per altro"). E si sta sempre più tra la gente avvertendo un senso di solitudine onnivora, pervasiva, quasi lancinante nel suo farsi sentire, costi quel che costi. Soli in mezzo alla gente, strappati a se stessi…perché bisogna presenziare, bisogna partecipare, non si può dire di no, ma soprattutto non possiamo farci scoprire bisognosi di stare soli. "Ma come? Non vieni? Dai che ti tiri un po' su: facciamo un apericena tutti insieme!" E tu cerchi dapprima educatamente, poi sempre più disperatamente di dire di no, che l'uscire in maniera forzata non è cosa che possa aiutarti, che il dolore che senti è cosa tua e va abbracciato, ascoltato, che non si può scacciare come una mosca. Ma gli altri non comprendono e pensano che tu sia strano, ombroso, e che questo tuo stare rintanato sia l'esito di una depressione rapace o forse peggio, forse peggio. Non è concepibile in questo galoppare a mille all'ora, consentire a chi lo chiede la propria fetta di silenzio, la propria radura in solitaria. Se il desiderio di ritiro è protratto nel tempo, seppur inframmezzato dal lavoro, da qualche selezionato appuntamento, questo desiderio invocato fa scivolare il malcapitato nella categoria dei bizzarri, degli incomprensibili.

Chi rifugge lo schiamazzo della festa, il trillio di voci concitate e apparentemente felici, la caccia agli eventi (cinematografici, teatrali, d'opere prime o ultime, vernissages e qualunque cosa atta a stanare chiunque dal guscio), se resiste alle chiamate, sfinendosi di scuse alla fine inverosimili (sono appena caduto dal trapezio, starò in carcere per un bel pezzo: no panic)...ebbene, chiunque non potrà sottrarsi alla lista nera degli asociali. Non esistono mezze misure: o stai dentro l'infinita bolgia o ne sei fuori, per giunta guardato con sospetto. Bisogna sempre essere collegati, quanto meno collegati. Se non partecipi fisicamente, almeno iscriviti a una chat, ma che dico a un grappolo di chat, una moltitudine di chat, di gruppi dove poter dire la tua ogni nano-secondo, dove leggere le cose degli altri, qualunque cosa, un commento sul tempo, una fotografia della vacanza in Sardegna, una foto del gatto, del cane, del nipote di tua nipote, dando inizio a un carosello senza fine di apprezzamenti con punti esclamativi, spesso dati a casaccio mentre sei in ufficio o in coda alla posta. Ma si! Stiamo collegati al semaforo, mentre raggiungiamo il binario 3 e il tempo incalza ma la chat ha "brillato" (magari lo facesse, una volta tanto!), non ha solamente squillato e tanto vale rispondere subito e far vedere che tu ci sei, che tu esisti, e ancor meglio, che tu partecipi. Partecipi a qualunque sospiro, idea, monito, memento o invito, condividi, invii cuori, manine che salutano, faccine che sorridono e mandano baci. Perché così si fa, così si deve fare per non essere a-social. Che bello. Che bello. Tutti in un grande cosmico abbraccio virtuale e non, senza sentire quel che succede dentro, o forse, proprio per non sentirlo. A me piacerebbe, au contraire, sentirlo proprio quel vuoto che echeggia, quel pianto sommesso che cerca riparo, che vorrebbe farsi tana; mi piacerebbe tanto riavvoltolarmi nel buio, nella pancia di una solitudine prodiga e amica, a costo di sparire, almeno quel tanto che basta per ritrovarmi. Sì, per ritrovarmi ed invitarmi a fare una passeggiata, forse anche al cinema. Ma sì, dicono che l'ultimo di Wenders farebbe al caso mio.

 

 

 

" L'ultima mia proposta è questa:

se volete trovarvi,

perdetevi nella foresta."

Giorgio Caproni

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