FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Per una lettura di "Come d’aria".
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Deborah Prestileo |
E’ passato un anno da quella straordinaria vittoria del Premio Strega della scrittrice Ada D’Adamo, venuta a mancare il 1 aprile 2023 – due giorni dopo la diffusione della notizia secondo cui il suo libro era stato selezionato nella rosa dei dodici semifinalisti; a giugno, poi, passa nella cinquina dei finalisti fino a essere il vincitore assoluto di una stagione ‘stregata’ peraltro particolarmente brillante, se si considerano i ‘colleghi’ finalisti – Mi limitavo ad amare te di Rosella Postorino, Dove non mi hai portata di Maria Grazia Calandrone, Rubare la notte di Romana Petri e La traversata notturna di Andrea Canobbio. Ma di queste proposte è proprio quella di Ada D’Adamo a superare tutte le altre in classifica, probabilmente – almeno questa è la spiegazione che mi sono data io – per aver saputo trovare una propria lingua – o forse addirittura un linguaggio, tant’è nuovo – utile a sviscerare un argomento che, ahimè, è ancora troppo ‘sclerotizzato’ da un sentire sociale comune che invisibilizza le necessità e le difficoltà di chi è caregiver.
Faccio molta fatica a restituire questo romanzo a una ‘recensione’, se così la si vuole chiamare, ma dirò subito che Come d’aria è una storia che lascia senza fiato sin dal suo incipit, che preannuncia il dramma di un amore che si manifesta storto, deforme, crudo, eppure rimane incorrotto e incondizionato. La si potrebbe considerare a tutti gli effetti una fenomenologia della malattia, un manifesto della fragilità umana, uno spaccato brutale di una realtà che non fa addizioni o sconti e che anzi logora da dentro il corpo – da dentro il ventre materno.
La storia è quella di Ada e Daria, madre e figlia legate dalla contraddittorietà di un amore che attraversa i loro corpi, che alla fine finiscono per essere incorporati l’un l’altro. I loro sono corpi non conformi, corpi non funzionanti, corpi che non rispondono più – neanche ai bisogni vitali: Ada scopre di avere un tumore e il suo corpo non riesce più a sostenere per come vorrebbe – o per come ha sempre fatto – le pluridisabilità della figlia Daria.
Daria, ‘come D’Aria’ – da qui il titolo al romanzo.
A lei, a Daria, Ada rivolge le sue ultime parole, che si spogliano di ogni tipo di retorica confezionata sulla disabilità per lasciare spazio a un’altra narrazione – le giornate stanche, i fluidi corporei, i pensieri nudi e crudi – mantenendo una liricità splendidamente disarmante.
Nel romanzo, Ada D’Adamo prova a dare un senso alla pluridisabilità della figlia e si chiede cosa farebbe se potesse tornare indietro: risparmierebbe tutto questo dolore? e a chi? Tutti questi pensieri non rendono Ada, come spesso è stata accusata, ‘meno madre’, perché la disabilità è un evento difficile e travolgente e non è questione di naturalità del sentimento materno. Anzi: nessun lettore potrebbe, neanche solo per un secondo, mettere in dubbio l’amore profondo e assoluto di Ada per Daria, che – qui la straordinaria bellezza di questa lettura – emerge negli estratti più dolorosi, nella richiesta che alle loro vite venga data un po’ di pace, che possano essere – solo per una volta – figlia e madre. Infine la storia di Ada e Daria – configurata come linguaggio di corpi del tutto inaudito – volge al termine con un’incorporazione ancora più grande, quella della morte: come le lettere dei loro nomi, anche Ada – come e insieme a Daria – si dissolverà nell’aria.
"Come d'aria" di Ada D'adamo |
Grazie
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