FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - La sommossa dei corpi

Zeudi Zacconi

 
Ogni cosa esiste / se viene toccata. *[1]

 

Nel tocco soltanto esistiamo. In questo allaccio di mani, la presa. L’uno sull’altra l’attracco e la resa. Corpo su corpo insistiamo. Rotola il buio, sotto il bacino e non ci vede, non sa nulla di noi che restiamo – sovrapposti – uno soltanto. Vuoti in tumulto, battiti doppi che perdi, che perdo. Ti rendo il tuo nome, tu rendi il mio corpo. Mi arrendo. Mi faccio verbo di pane a sfamare il tuo fianco. Vividi accanto – lividi – d’incanto o di brace ma vivi. Oppure morti per sempre. Di prove ne abbiamo, che cosa facciamo di corpi, intatti e gelati, mummie su prati dissepolti, polveri d’agguato. Non esistiamo – credimi – non esistiamo,  se abbiamo mani d’argento, ma non ci tocchiamo. *[1]

I corpi chiedono prova della loro esistenza – sostanza espulsa e attratta da altra sostanza – in una spirale di magnetismo duale e carnale, che si effonde e si fonde nel sentimento amoroso, in un compenetrarsi totale.

Si tratta di un’evidenza, di cui ci parla la stessa Patrizia Cavalli, quasi disarmante nella sua semplicità, quella del linguaggio d’amore come forza gravitazionale che si manifesta mediante i corpi, che si attraggono o si respingono, si avvicinano o si allontanano – come molecole – senza possibilità altre, senza via di scampo che non sia la pazzia.

 

È tutto cosí semplice,

sí, era cosí semplice,

è tale l’evidenza

che quasi non ci credo.

A questo serve il corpo:

mi tocchi o non mi tocchi,

mi abbracci o mi allontani.

Il resto è per i pazzi. *[2]

 

Dal momento in cui veniamo al mondo il contatto è la prima forma d’amore. Sicurezza, presenza, protezione, godimento passano dalle braccia, dalle mani, dai seni. È un incontro di nudità, uno scambio emotivo attraverso la pelle, una chimica che accende la vita e genera nutrimento e piacere. Veniamo stretti, accarezzati, presi in braccio, tenuti addosso. Il bisogno di calore viene soddisfatto attraverso il tocco e l’accudimento. È lì, dentro quel primo abbraccio, che si placa il pianto d’assenza, che ci si riconosce esseri, umani e vivi, che ha origine la costruzione della nostra identità corporea. Si ha prova che siamo di carne e sangue fatti, bisognosi, selvaggi, istintivi. 

 

Fossimo istinto soltanto / adesso / non servirebbe altro. *[1]

 

E se la prima forma d’amore in cui ci riconosciamo è il tocco, allora questo è ciò che andiamo ricercando nelle relazioni: l’essere toccati. Laddove l’altro chiude il cerchio della nostra interezza la apre, si fa al contempo prolungamento e scissione, congiunzione e scardinamento. Dentro e fuori di noi, restituzione, mancanza e pienezza, fusione e distacco. Pelle sopra pelle si attraversano luoghi interiori mai conosciuti prima. Toccandone la superficie. Percependone l’essenza. Sensazione dentro sensazione si diventa – nell’altro e con l’altro – ulteriore Sé, sostanza complessa.

In questa materia abitata è attraverso l’esperienza sensoriale  che si realizza il nostro reagire agli eventi del mondo, il nostro sentire le cose vibrare, fremere e invocare. Ogni nostra emozione ha un vissuto corporeo, un tessuto che impara a riconoscere rabbia e paura, ansia e felicità, tristezza, estasi, angoscia. I sensi sono dunque le nostre sentinelle, intimi alleati che ci indicano la strada della conoscenza.

Così, l’esperienza stessa della Poesia avviene attraverso il corpo, come ci restituisce Emily Dickinson, e il sentire poetico passa e si riconosce mediante i sensi.

Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. È l’unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri? *[3]

 

La Parola, quando arriva, attraversa tutti gli strati di pelle, scuote ogni arto come bufera; strattona, divampa, rade al suolo, incenerisce. Fa tremare, gelare, sudare, ammalare persino. Mai lascia uguali a prima, mai lascia indenni. Costringe a sentire – fisicamente –spietatamente ogni cosa. Attraverso il corpo la Parola si materializza. E l’atto dello scrivere in questo senso diviene gesto estremo di sopravvivenza.

La Parola sfiora il corpo, suscita, richiama, evoca. Tutto diviene possibile e traducibile nell’attimo estatico del tocco. Sa stringere e infiammare, accendere i sensi e le passioni, farsi carezza e morso, tendere i nervi, pervadere, insinuarsi. Essa denuda, spezza distanze, oltrepassa confini, arriva oltre la soglia del percepito; erotica e sensuale  apre alle dimensioni magiche dei piaceri. Ecco che la Parola si fa così sommossa dei corpi e la privazione di contatto un tremendo martirio.

 

La mia parola / è il tuo corpo in rivolta. *[1]

 

La corporalità della Parola è una danza di acque. Compenetrarsi, nascondersi, restituirsi, rifugiarsi negli incavi di una mano, di un collo, di un ventre. La Parola entra nella dimensione corporea quando è in grado di muovere il desiderio, connetterci ad una eventualità che attrae e seduce, creare affiori e visioni al di là del contingente. Diventa allora dita che scorrono, occhi che guardano, labbra che baciano. Diventa agire possibile, misura valicabile, foresta da esplorare, possibilità di respiro in mezzo al dolore del mondo. Questa cospirazione a due – presente sia nel desiderio sessuale corrisposto che nell’atto poetico condiviso – consiste nel creare insieme uno spazio, un luogo per esimersi dalla ferita inguaribile della carne, per proteggere il corpo desiderato dalla tragedia che lo raffigura. E dare vita a quello che John Berger chiama complotto. *[4]

E se il desiderio è uno scambio di nascondigli *[4], la Poesia sa crearne di meravigliosi, dove è possibile perdersi dentro la Parola, che diviene il corpo desiderato dell’altro, e si fa rifugio dove nessuno potrà mai scovare gli amanti, mai raggiungerli.

Sempre origina da una condizione di mancanza, il desiderio ( ovvero “assenza di stelle” ), per cui dalla tenebra alla luce, dalla privazione all’appagamento la Parola si muove e muove tutto attorno a sé, dando origine a galassie di fiamme desideranti, di impulsi luccicanti d’ardore. Laddove prima non si era – forme nell’ombra – ora si è, se si desidera.

 

Non te ne andare resta / a mancarmi / così che io possa / desiderarti ancora.*[1]

 

Chiede disperatamente un corpo – la Parola – un luogo da abitare, un nido che la accolga e poi la liberi quando è il momento, una forma materica che la renda reale nell’atterraggio e poi la faccia librare di nuovo in aria. Cerca un corpo nell’aspetto di una lettera, nella lunghezza di un verso, nella virgola che la trattiene, nel punto che la arresta, nello spazio che la fa respirare. Respira, la Parola: si restringe incastonata fra due tratti e si dilata nel vuoto di una pagina. S’imprime sul bianco, al silenzio s’impone di nero. Cerca un corpo nella pagina da sfiorare, prende forma nel libro, chiede cura. La cura di un libro come la cura di un corpo. È fatta di premure, piccoli accorgimenti, sfumature delicatissime. 

 

Liscio / o ruvido foglio / parola sei un corpo / di donna da sfiorare. *[1]

 

Dal corpo alla parola e viceversa, dunque, in una restituzione di forme, di fiati e respiri, di venti sospesi, di tempo di non-morte.

 

Nude parole i corpi / spingono il vento / costringono / il tempo a non morirci /

fra le mani. *[1]

 

I desideri del corpo sono contrari a quelli dello spirito” ho ascoltato recentemente in una liturgia, e subito mi è sembrato di sentire qualcosa stridere. Oppure i desideri del corpo sono contrari, mi sono detta, contrari e basta. I desideri sono in rivoluzione. Per essere stati a lungo stigmatizzati e chiusi nelle stanze di un sentire basso e sconveniente, indegno e scandaloso. Ciò che è carnale è davvero opposto a ciò che è spirituale? Il sòma è contro lo spirito? O forse è il corpo capace di un’espressione e un’esplosione insieme spirituale ed erotica altissime? La Parola, in questo senso, ha il grande potere di ricomporre quell’armonia tra l’eccitazione dei sensi e le vibrazioni dello spirito, che è alla base dell’affettività più autentica. Ecco allora che l’ardore fisico e quello mistico si mescolano in un sentimento assoluto che sa sfiorare l’estasi, il sublime.

 

Non era vera

quella cosa

dell’organo dell’amore

tra le orecchie.

 

Il corpo è l’anima. *[5]

 

Brucia così la Parola – assieme alla carne – nella poesia di Anna Segre, in una tensione erotica dei versi che è tutta desiderio e abbandono, verso una dimensione d’amore sconfinata e totalizzante, che non può non realizzarsi attraverso la danza e il suono dei corpi.

 

[…] È una danza,

noi allacciate

il mondo fuori,

noi slacciate

tenute da un punto,

il cosmo dentro

 

***

 

[…] Porterò questo mio pianoforte,

spingendolo e tirandolo,

sulla punta degli scogli

davanti alle onde

e tu, corpo,

suonerai. *[5]

 

Si corre così il rischio dell’ustione, è vero, se con il corpo in sommossa si ama, se con il corpo in sommossa si scrive. Ma di aver sentito tutto – e acceso, sempre – ne sarà valsa la pena.


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 Il peccato è un corpo / che non viene toccato. *[1]


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Foto di Daniela Silvi


Riferimenti:

* [1] Zeudi Zacconi (frammenti di inediti)

* [2] Patrizia Cavalli, “Pigre divinità e pigra sorte” (Einaudi, 2006)

* [3] Emily Dickinson, “Poesie”, 1992;  www.emilydickinson.it , Le lettere

* [4] Jhon Berger, Marc Trivier, “My Beautiful” (traduzione di Milton Fernández)

* [5] Anna Segre, “A corpo vivo” (Marietti, 2023)



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