Manuel Omar Triscari - Una tremenda voglia di vivere

 

Manuel Omar Triscari

A Caterina Autorino.


Due bambini piangono, mimosa e visciolo sono dolci e profumati, l’ardesia è liscia, la sabbia scorre e scompare, la scorza scoppia, piombo e acqua sono simili, l’incontro e la fuga, si sposano allo stagno, l’argilla intorbidisce l’acqua, l’acqua scioglie il nero, fiammeggiano le foglie rotonde del bosco, ma ancora mi domando chi abbia maciullato il grano, mimosa e visciolo sono fratelli e ci procurano gioia, felici fabbrichiamo carriole, nelle carriole carichiamo zucchero e cannella poiché non è più miele, non è più miele in inverno e poca farina in primavera, nessun uovo fresco in ottobre, in luglio il latte è acido, urtano l’anfora e i cucchiai contro il mestolo incrinato, gelsomino, mimosa e visciolo, e piccoli pani croccanti (fanno parte della festa), nel bosco crescono i funghi e si gonfia il lievito sul letto appena si alza il sole sul tetto del panificio da cui sempre saremo esclusi, il vasaio è tranquillo e calmo e sereno fischietta una canzonetta, le sue mani lisce e grigie, giallo il suo viso che ello mostra e asconde dipinto di colore severo, dalle sfere sono usciti i ragni con il cesto del bucato sotto il braccio, fino ai globi saltano i rospi turbando il giorno e la meraviglia, la gioia della vita è tutta nel globo di un soffione, dalla bocca di mio fratello esce neve a fiocco a fiocco e l’azzurro del cielo è il rosa dei cuscini e degli orsacchiotti e dei cavallucci, il dolcore di certe parole ha il colore del tramonto e del crepuscolo il flebile calore, dico solo ciò che volete sentire ma non dovete prendervela con me se ho perso una scarpa: è che una sola mi bastava, poiché non ho più voglia di correre né camminare.

All’inizio avevamo enormi membri virili, lunghi e spessi, molto appuntiti e chiusi da un anello, molto grassi e vibratili, molto scuri. Poi la luce li ha appassiti.

Quando Mario è nato, Saturno è scomparso ingoiato da una lucertola dal pigmento vivace, la montagna si è messa a girare lentamente su sé stessa e ha partorito con dolcezza ma controvoglia, il terrore era ancora un vento, l’aria trasportava cristalli che giungevano fino al pagliericcio della nostra dimora, un vecchio pagliericcio di barca posato su lastre di scisto.

Mimosa e visciolo sono amici dell’aglio.

Quando Mario è nato, mille aghi furono piantati nella terra e la boscaglia distrutta - più di diecimila aghi infuocati, un lungo sentiero bruciante fino ai cieli - le spezie polverizzate, il caffè messo da parte, mentre la montagna partoriva e l’acqua scorreva nell’orcio che aspettava pieno e ancora risuona e tintinna nel mezzo della notte echeggiante, l’acqua si spandeva sui prati verdi e un solo tempo infinito scorreva nel ruscello dove oggi cresce la menta che adoriamo eterea e gentile.

Quando Mario nacque, bestemmiò, e per questo gli fu tolta la parola. Poi fu gettato nella stalla, tra le bestie che lo cullarono nelle loro mangiatoie.

Quando Mario nacque, la sua tomba era già scavata nella pietra e il fuoco lambiva la marmitta, il vento sospingeva le nubi a forma di pesce rosso, un pulviscolo eolico rimbalzava contro il muro di gesso, una tromba vigorosa suonava su distese di granaglie saporite, dal mastello saliva il vapore, il grifone trascinava con sé il gattopardo e la montagna oscura bussava a una casa non sua.

Che sorpresa quando Mario scomparve. Ridevano i bambini con riso austero, mimosa e visciolo crescevano sempre di più fino a sfiorare la luna, il caprifoglio li legava e torceva i tronchi conducendo i rami alla luce atroce, pertugio di bugigattolo, lente dai bordi solforosi di cui si è persa la custodia e il coperchio durante la guerra, sullo sgabello tu siedi e cominci a sognare, sei il pittore illuminato e il fango dei fossi è il tuo colore preferito, sogno lungo di zafferano e di oro puro che si tuffa nel fiume e viene divorato dalle verdesche, rose degli alberi e fiori delle nuvole ariose che passano nello stretto imbuto della tua pipa, sul seggio ti sorreggi e ripeti il mio nome, le tue parole hanno il gusto del giorno che al tramonto si corica sulla propria versatile ombra vermiglia, gennaio trascorre nei miasmi, mimosa e visciolo sono uguali nella mia testa che si rallegra alla vista del leone polveroso accucciato s’un fianco o del toro che carica sulle zampe anteriori, se avessi un’ascia gli taglierei la testa, nel sogno sei armato di una canna su cui picchio con l’indice della mano sinistra.

Mario è uscito dal ventre di un orso, che aveva passato la notte a bere vino in compagnia di goliardi balordi e giocatori di dadi e furfanti, e con il pelo umido e le zampe poderose e le ciglia arrossate lentamente attraversava la città oppilata di vetture variopinte alla ricerca dell’ombra di una quercia e di buoni funghi, e infine si arrampicò su cancelli e recinti spiccando il volo su ponti elastici e invisibili deserti.

Mimosa e visciolo combattono il tifo e la peste.

Figliò in campagna, accovacciato sul fieno. Dal ventre dell’orso uscì Mario lucente e duro come una noce. Per vivere fu costretto a squarciare la bolla che lo imprigionava servendosi delle sue unghie screziate e di denti orribilmente ricurvi e striati. Dall’uovo che si ruppe eruppe Mario storto e stropicciato. L’aria era così densa e così pungente, così rugosa la terra e coperta di asperità e sassi e ingombra di ghiaia, così impetuosa era l’estate e grave e olente; che più di una volta aveva corso il rischio d’impazzire, ma mimosa e visciolo lo protessero dalla folgore e dalla tormenta chiudendolo in un taciturno riflesso. Le sue labbra rimasero perfettamente lisce e intonse, rosse sotto la sottile membrana protettrice, e il vento fresco le illividiva immediatamente.

Appena mi vide, Mario ebbe una gran voglia d’insultarmi, ma non lo fece, e diresse il proprio odio verso sé stesso: malmenò la sua stessa corona di spighe di grano, posò un dito di merda acre sulle sue labbra scarlatte, poi si sputò nelle mani, scagliando sassi e lanciando grida strazianti.

Poi comparve una figura di donna e Mario si calmò. Nutrita a grani di sale, la donna si avvicinò ed esplorò la sua bocca infilandovi strane pagliuzze di sole, e subito mimosa e visciolo s’innalzarono ai rosai e distrussero i muri e le rocce, l’interno delle gote divenne buono da mangiare, il palato a volta, le gengive lisce, la saliva riprese anzi per la prima volta iniziò a fluire, e Mario poté parlare, e la sua voce fu limpida e pura, alimentata da picchi di nessun clamore. Così, l’uno claudicando, ma stranamente agile e veloce, l’altra rilucendo, audace e festosa, Mario e Caterina entrarono nella mia vita: una tremenda voglia di vivere mi assalì.


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