L'INGRATO - David La Mantia - La Maledetta Maremma di Dante
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David La Mantia |
Dante Alighieri (Firenze 1265, Ravenna 1321) parla della Maremma in più occasioni, descrivendola come intricata, selvaggia e difficile da attraversare o da governare, nel suo capolavoro, La Divina Commedia. Questa terra è dipinta come vittima della corruzione e della decadenza politica delle famiglie nobili italiane. I suoi antichi padroni, i conti Aldobrandeschi di Santa Fiora, sono ormai decaduti, schiacciati dalla potenza del giovane comune di Siena.
La Maremma del Medioevo era un'area inospitale, riempita di macchie impenetrabili e paludi nefaste ed insalubri. Quando Dante descrive la selva dei suicidi, il girone infernale in cui i violenti contro se stessi subiscono la punizione della trasformazione in alberi "nodosi e involti", il termine di paragone immediato è il lucus maremmano, intercettato nei suoi limiti estremi, Cecina e Corneto:
non han sì aspri sterpi né sì folti/ quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno/ tra Cecina e Corneto i luoghi cólti...
Gli acquitrini, le distese di acqua ferma, gemellano simbolicamente malaria e Maremma, attraverso i suoi orridi abitanti, le bisce che infestano la bolgia dei ladri, così numerose che Dante afferma senza dubbi che “Maremma non cred’io che tante n’abbia” .
La triste fama di luogo nefasto e impervio è poi ricordata in If XXIX, quando Dante descrive gli orrori della decima bolgia, in cui lo spettacolo di sofferenza non si vedrebbe neppure se “e di Maremma e di Sardigna i mali/ fossero in una fossa tutti ‘nsembre"
Castellazzara
“Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente”
(Purgatorio, VI canto)
Alla famiglia degli Aldobrandeschi e al loro rapporto con l’Amiata si riferisce un altro passo della Divina Commedia, contenuto nel VI Canto del Purgatorio: quello sul gioco della zara, l’antico gioco d’azzardo con i dadi, molto in voga nel Medioevo.
Fondato dagli Aldobrandeschi di Santa Fiora nel XIII secolo, le leggende locali narrano di tre fratelli Aldobrandeschi, Bonifacio, Ildebrando, e Guglielmo, ciascuno dei quali voleva costruirvi un imponente castello. Incapaci di decidere a chi spettasse l’onore, se lo giocarono a zara, un gioco di dadi d’azzardo, e il vincitore Bonifacio costruì il suo castello con tre torri, una per ogni fratello. La tradizione vuole che intorno a quell’ edificio imponente sia nato il borgo amiatino di Castell’Azzara.
Santa Fiora
Santa Fiora, nel Medioevo contea Aldobrandesca e quindi ghibellina, è citata da Dante Alighieri nel VI canto del Purgatorio della Divina Commedia, citazione che nel corso della storia è stata riportata in almeno tre differenti versioni (com'è oscura; com'è sicura; come si cura), anche se la più probabile resta la seguente:
“Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne
e vedrai Santafior com’è oscura!"
(Purgatorio, VI, v. 111)
Dante deplora la politica dell’Imperatore Alberto d’Asburgo che trascura i comuni italiani. Dante, in particolare, si riferisce alla città come esempio del potere ghibellino ormai in decadenza, rappresentato dalla famiglia degli Aldobrandeschi, antichi signori del luogo.
Oggi Santa Fiora è uno splendido borgo del Monte Amiata, ricco di attrazioni e attività, ma il ricordo della citazione è ancora presente nella piazza centrale: qui infatti è affissa una targa rettangolare che accoglie i visitatori riportando il verso dantesco.
Pia dei Tolomei
“ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma”.
(Divina Commedia, Purgatorio. V, 130-136)
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Pia dei Tolomei |
Personaggio di incerta identificazione, anche se secondo molti degli antichi commentatori membro importante della famiglia dei Tolomei di Siena: andata in sposa a Nello dei Pannocchieschi, podestà di Volterra, signore di Massa Marittima e capitano della Taglia guelfa nel 1284, sarebbe stata uccisa dal marito che la fece precipitare dal balcone del suo castello della Pietra, in Maremma.
La causa del delitto sarebbe, secondo alcuni, la punizione di un'infedeltà, più probabilmente la volontà di lui di passare a seconde nozze con la giovane e ricchissima vedova Margherita Aldobrandeschi, ambita anche dai parenti del Papa Bonifacio VIII.
Dante la include tra i morti per forza e peccatori fino all'ultima ora, che attendono nel secondo balzo dell'Antipurgatorio (Purg., V, 130-136): la penitente si rivolge a Dante, chiedendogli di ricordarsi di lei dopo che sarà tornato nel mondo. Si presenta come la Pia, nata a Siena e uccisa in Maremma, come ben sa colui che l'aveva chiesta in sposa regalandole l'anello nuziale.
Omberto Aldobrandeschi
L'antico sangue e l'opere leggiadre
d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
ogn' uomo ebbi in despetto
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Omberto Aldobrandeschi |
Di famiglia guelfa (mentre l'altro ramo della famiglia, i conti di Santafiora, era di parte ghibellina) continuò la politica del padre di opposizione alla ghibellina Siena, anche con l'aiuto dei fiorentini. Omberto ebbe la signoria di Campagnatico, nella valle dell'Ombrone grossetano, dal quale sortiva per depredare i viandanti e per recar danno ai Senesi. Morì nel 1259 probabilmente combattendo valorosamente contro gli eterni nemici, che avevano organizzato una spedizione per ucciderlo. Secondo altre testimonianze trecentesche, Omberto fu soffocato nel letto da sicari di Siena, travestiti da frati.
Omberto Aldobrandeschi compare nella Divina Commedia di Dante Alighieri nel Purgatorio. Il poeta vede in lui il peccato di superbia: la superbia originata dall'orgoglio di appartenere ad un antico casato e perciò disprezzare gli altri, dimenticando la comune origine di tutti gli uomini. È lo stesso Omberto Aldobrandeschi, curvo sotto il “sasso/ che la cervice sua superba doma”, come tutti i superbi, ad ammettere la sua colpa. Da ricordare che Dante stesso aveva attribuito a se stesso, tra le sue colpe maggiori, questo peccato.
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