Deborah Prestileo - Marina attraversa i muri
Esistono
libri che chiunque dovrebbe leggere una volta nella vita, e la biografia di
Marina Abramovic è uno di questi. Scritto in collaborazione con James Kaplan e
pubblicato in Italia per Bompiani, Attraversare
i muri è un libro emotivamente insostenibile, ed è questo elemento che ne
fa un’esperienza di lettura mostruosa, nel senso che intendevano gli antichi, e
cioè prodigiosa, portentosa, nel bene e nel male. E lo è già dal titolo, che ci mette davanti
alla realtà del limite: chi lo crea, e chi lo distrugge?
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https://www.bompiani.it/catalogo/attraversare-i-muri-9788845295751 |
Dagli orrori della deprivazione comunista e dalle mancanze di un contatto che possa dirsi materno, Marina arriva a sperimentare, con il proprio corpo e la propria anima, tra Occidente e Oriente, tutto ciò che può essere sperimentato: la natura umana, l’arricchimento del dolore, la conoscenza profonda del Sé interiore. Si espone al primitivo dualismo tra bestialità umana e istinto di protezione, e non si risparmia: rimane granitica e piange, come in un mistero inesplicabile. È, oserei dire, un’autobiografia delle fragilità, in cui Marina si mette a nudo, e spoglia l’esperienza di una vita intera vestendosi di parole, e in cui nulla è facile ma tutto è utile, in senso strettamente ovidiano. Dolor hic tibi proderit olim, scrive Ovidio negli Amores, “un giorno tutto questo dolore ti sarà utile”.
I
fallimenti sono molto importanti. Li trovo sempre molto significativi. Dopo un
flop, entro in una profonda depressione in una parte oscura del mio corpo, ma
presto torno alla vita, pronta a qualcos'altro. Sono sospettosa degli artisti
che hanno sempre e comunque successo; penso che ciò significhi solo che si
ripetono e non corrono abbastanza rischi. Se fai esperimenti, è inevitabile
sbagliare. Sperimentare significa andare in territori dove non sei mai stato,
dove il fallimento è molto probabile. Come fai a sapere che ce la farai? Per
prima cosa bisogna avere il coraggio di affrontare l'ignoto. A me piace vivere
nelle terre di mezzo, nei posti dove ti lasci alle spalle le comodità della tua
casa e delle tue abitudini e ti apri completamente al caso, dice Marina.
Nel libro,
il racconto di ogni performance è accompagnato da una fotografia e da una serie
di rivelazioni in merito all’origine dell’idea, alle modalità di realizzazione,
agli elementi che si vogliono comunicare, o più spesso capire. Ho trovato la
scelta di inserire il reportage delle performance molto funzionale alla
costruzione ex-post della vita
dell’artista serba. Rappresentandole visivamente in mente – o cercandole anche
su Youtube – si comprende come in ogni sua opera artistica, Marina abbia messo
sé stessa, la natura umana e l’esperienza-limite del dolore, spesso e
volentieri coinvolgendo anche il pubblico, che ne rimane atterrito, spiazzato.
Perché non sa come reagire a una donna che esercita un potere e un controllo
sul proprio corpo e sulla propria anima alienante, in modo disturbante ma che
attira come un magnete. E vi stupirà sapere che questo disturbo arriva a
sconvolgere persino le dinamiche politiche e gli equilibri mondiali.
Solitamente
i miei consigli di lettura sono sempre costruiti sulla persona che ho di
fronte, ma questo libro lo consiglio indistintamente a chiunque. Perché è un
libro in cui la spiritualità viene celebrata attraverso la consapevolezza della
carne, del corpo, dello spazio che occupiamo – e che siamo. E, in una società
come quella attuale, troppo egocentrica ed individualista per riconoscere che
l’esperienza della paura e del dolore, o quella dell’errore, può coinvolgere
tutti noi, riscoprire gli abissi di certi interrogativi è fondamentale. Quello
del tempo, tanto per iniziare. Pensiamo ad essere sempre più belli, sempre più
ricchi, e non pensiamo a cosa potrà rimanerci alla fine di questa vita, o
durante. Ci sfugge via. Abbiamo perso ogni contatto con l’umanità, con la
spiritualità, e l’occasione per fare qualcosa di importante per l’altro, ogni
giorno. Marina scopre il mondo della performance
art da un’illuminazione: perché
limitarmi a due dimensioni, quando potevo fare arte con il fuoco, l'acqua, il
corpo umano? [...] mi resi conto
che essere artisti significava avere l'immensa libertà di lavorare con
qualunque cosa, o con nulla. E questa la mia illuminazione, al termine
della lettura: anche a noi manca una
terza dimensione, che è quella della spiritualità, del dialogo con sé stessi e
dell’esistere non “al”, ma “nel” mondo, in una dimensione di contatto
immanente. Per accettare l’oscurità come parte della luce, e non,
differentemente da ciò che abbiamo sempre creduto, come suo opposto.
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