Marco Brogi - La “Emily Dickinson Toscana”, Maria Teresa Santa Lucia Scibona.

 

Marco Brogi

Relegata su una sedia a rotelle, unica via di fuga la poesia, Maria Teresa Santalucia Scibona se ne è andata sei anni fa.

Poeta senese che ho avuto il privilegio di frequentare per tanti anni nella sua casetta al primo piano di un condominio in una via periferica di Siena, che in macchina non riuscivo mai a trovare al primo tentativo, Maria ci ha lasciato 12 magnifici doni, le sue sillogi, e una grande lezione di vita: mai arrendersi.

Nemmeno alla malattia, nel suo caso la sclerosi multipla, che lei guardava negli occhi cercando di venirci a patti. Anche con l’aiuto della fede.

 

Per i suoi amici, compreso il sottoscritto, lei era la “Emily Dickinson toscana” per via di quella vita passata a scrivere versi tra le pareti di casa: il suo rifugio, il suo porto, ma anche il luogo da cui provare a volare con l’immaginazione.

 

In Nutrimenti per l’anima, una raccolta che ebbi l’onore di presentare, ci sono anche liriche dedicate ad alcuni poeti: Rimbaud, Quasimodo, Franco Fortini.

 

Anche questa silloge, come un po’ tutto il canzoniere di Maria, è una lunga indagine sul mistero della vita. Maria, poliziotta senza pistola e senza divisa, indaga sugli aspetti dell’esistenza, sulle sue ombre, sulla sua indecifrabilità, sulla sua doppia, tripla, quadrupla personalità. La vita è un rebus che Maria prova risolvere affidandosi allo scavo delle parole, alla riflessione, all’osservazione dei piccoli e dei grandi fatti.

 

Nelle 44 poesie ci sono tante parole e frasi che alludono all’indagine e al giallo-mistero della vita: enigma, ricerchi il vero, impronta, indizio, indizi di primavera, tortuosi labirinti, ti osservo, il ladro che ruba cibo agli orfani, affannosa ricerca, intrisa di mistero, come un segreto, ha seguito le orme, scrutavi assorto.

Quindi, da una parte la consapevolezza che la vita è un giallo senza soluzione, dall’altra l’ostinazione (altra parola che torna spesso nei versi di Maria) nel cercare di risolverlo con la parola sensitiva, con l’estasi visionaria della parola.

I versi di Maria nascono da questo dualismo, da questa conflittualità. La prima e l’ultima parola della raccolta sono, rispettivamente, uomo e dignità.

Sarà anche casuale, ma l’uomo, visto nella sua fragilità e nella sua precarietà, e la dignità, valore spesso dimenticato in questi anni stupidi, sono concetti ricorrenti nel canzoniere di Maria, concetti inscindibili.

 

La dignità è una delle qualità più rare e preziose: una qualità che l’uomo, soprattutto l’uomo occidentale, sta perdendo, accecato dal denaro, dai falsi miti, dalla merce. Maria questo lo sapeva benissimo e non mancano accenni a questo tempo scellerato, anche se questa non è una poesia moralistica. Questi testi non fanno morali, a loro basta alludere per dire, basta fare capolino per entrare, basta uno sguardo per capire, basta un indizio per arrivare nei pressi del vero.

 

Tuttavia non manca l’indignazione, che a volte grida forte, non ce la fa proprio a trattenersi, e allora Maria picchia duro contro l’inumana ingiustizia o contro uomini concupiti dal potere. Ma poi la poesia riprende l’esplorazione, la ricerca del vero, del colpevole, perché è l’indagine il filo rosso che unisce i vari testi. 

 

Due parole, infine, sullo stile. Viviamo un’epoca assurda, in cui la parola è banalizzata, consumata, amputata, derisa, storpiata, uccisa. La poesia di Maria restituisce dignità alla parola, la ricarica del suo significato originario. Maria usa parole antiche, preziose, a rischio di estinzione, contribuendo a salvarle da morte certa. I suoi versi sono pieni di termini rari come serico, diuturna, arpeggia, giunchiglia ecc. Maria non poteva fare la maratona di New York, né regalarsi lunghe passeggiate.

 

Sono i suoi versi a camminare, a correre, a portarci lontano. Versi che hanno gambe e pensieri forti. Le dicevo spesso che lei e la sua poesia erano più vive di cento risvegli. Lo penso ancora.

 


(a Franco Fortini)

 

Invadono tortuosi labirinti

uomini dal convulso fluire,

maniera illusoria di vivere

d’una aliena città.

Formicuzze agguerrite, indifese

con sogni appassiti, le pene

rapprese da mille terrificanti

solitudini e insulse attività.

Di semestre in semestre,

mentre doppiano gli anni

saldano delusioni a disinganni

per raggiungere invano,

un additivo di felicità.

Altrove un cormorano

nel fulgore del cielo

l’infinito celeste

riga di libertà.

 

*

 

Essere madre

 

Ti amai figlio,
prima che gli occhi innocenti
vedessero la luce.
Ti sentivo balzare in me,
mi nutrivo per nutrirti
con la pesca più dolce
che fosse polpa per le tue carni.
Passeggiavo per erbosi sentieri
nella brezza del vento,
perché nel tepore avvolgente
del grembo, tu potessi avvertire
il respiro della natura.
Sognavo per te creatura,
una leggenda individuale
un ricco temperamento.
Non credere che la mia attesa
non fosse venata di spasimi
e paura. Sentivo il peso
di questo - esser madre -
e l’afflizione segreta
d’una temuta sorte
che già nascendo
con serica pelle di luna,
correvi verso il dolore,
correvi verso la morte.
Ma si frantuma la pena
in una bruma di oblio
come la fragile felicità.
E vinse gli oppressi timori
la dolcezza intensa
del tuo divenire.

 (Poesie tratte da Maria Teresa Santa Lucia, Nutrimenti per l’anima, Edizioni Joker, Novi Ligure, 2009)



Commenti

  1. Intensa come la morte e la nascita nel suo continuo accadersi si fa vita … il filo rosso dell’esistenza

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    1. Grazie. Parole che condivido.

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