Deborah Prestileo - Dalle fiere dantesche ai mostri della società contemporanea
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Deborah Prestileo |
In
queste tre fiere già i commentatori medievali hanno visto la lussuria,
l’avarizia e la cupidigia, i tre impedimenta
che corrompono la natura umana e la distolgono dall’orizzonte cui dovrebbe
naturalmente tendere, e cioè l’amore divino.
Affrontare il discorso sul
peccato, sull’espiazione e sulla punizione divina sarebbe poco funzionale rispetto alla
direzione massificante e fondata sul gusto dell’esibizione del mondo odierno,
in cui anche il concetto di fede risulta essere drasticamente cambiato. In
questo lungo processo, anticipato già dalle rivoluzioni sette e ottocentesche, è
il Novecento - con le innovazioni industriali e tecnologiche cui si
accompagnano profondi e radicali mutamenti sociali e individuali – ad avere un
ruolo determinante. E in apertura del nuovo millennio, quali potrebbero essere le
fiere del mondo contemporaneo, i tre impedimenti che, al giorno d’oggi, turbano
l’essere umano?
Il concetto di serenità è,
oggi più che mai, legato a quello di amor proprio. Questa espressione tende a
essere spesso e volentieri male interpretata; a volte scambiata per egoismo,
altre volte per una forma estrema di individualismo, in realtà fa riferimento alla capacità - sottile e allo stesso tempo rara - di conoscere a
fondo la propria persona e la propria personalità, e di fissare in sé stessi le
coordinate della vita. Parlare di amor proprio diventa
sempre più importante perché, in un mondo nel quale
non è più possibile fissare dei punti di riferimento e che ci trascina nelle effimere
mode del momento, tale centro va ricercato e fissato dentro di noi: solo così,
solo sapendo chi siamo, possiamo affrontare la liquidità, per dirla alla Zygmunt
Bauman, in cui siamo costantemente immersi. Di fatto, siamo naufraghi.
Questa
capacità è corrotta dai nuovi e continui bisogni che crea il capitalismo; in
breve, una volta creati questi bisogni, esso ci induce a credere che, se
soddisfatti, potremo vivere meglio: potremo vivere con un contorno
occhi più uniformato, con labbra più carnose, con rughe meno evidenziate
e così via dicendo; e, attenzione, sebbene sia un fenomeno che colpisce
maggiormente le donne, sempre più sono gli uomini che incassano questi colpi.
Quando lo avremo fatto, cioè, quando avremo ceduto a questi bisogni, altri ci
staranno già aspettando dietro l’angolo; perché, se sono riuscita ad uniformare
il contorno occhi con il resto della pelle, allora adesso devo ridurre la
visibilità delle rughe e poi dovrò trovare un modo per nascondere la cellulite.
Il
sistema capitalista fa leva sulle insicurezze già presenti nella persona o ne genera
di nuove (o, semplicemente,
entrambe le cose). Nel farlo, viene esibito tutto il campionario di parole, di
frasi e di espressioni che hanno a che fare con l’e(ste)tica del miglioramento
e con la retorica di (dover)
essere la versione
migliore di sé stessi. Noi e le nostre
insicurezze siamo merce di scambio, il tasso che permette di guadagnare sul
profitto, le linee di un grafico che tendono vertiginosamente verso l’alto.
Mentre le aziende crescono, soprattutto quelle del fast fashion – comprare di più equivale a essere di più – , noi
diventiamo sempre più insicuri e inadeguati. La bellezza diventa ossessione, e
insieme l’alimentazione e l’attività fisica diventano strumenti di controllo e
di monitoring. E non siamo mai
abbastanza belli, ma dobbiamo esserlo, lo desideriamo, ci viene richiesto. Si
innesca e si alimenta sempre più la sensazione di non essere all’altezza degli
standard, sensazione che ci espone maggiormente al rischio di pensieri invasivi e disturbanti. Perché i pensieri creano il mondo, non sono
neanche un filtro o uno specchio del reale: sono - in tutto e per tutto - la
nostra realtà, quella che crediamo, quella a cui ci aggrappiamo, quella in cui
viviamo - o crediamo di vivere.
Il
fatto di dover sempre apparire al
meglio, di sembrare più di ciò che (non) si è, è strettamente legato al
concetto di performatività: in altre parole, all’esibizione continua del
successo. Non importa se si parli di corpo, di relazioni o di lavoro,
l’importante è - si crede - scalare la vetta, scalarla il più possibile,
arrivare per primi, costi quel che costi, e soprattutto farlo vedere, che siamo
arrivati in cima alla salita. Ma se questo ci impedisce di godere dei panorami durante
la scalata, di bere un sorso d’acqua,
di stringere i lacci delle
scarpe, di prenderci un
attimo per respirare, di sentire il sole accarezzarci la pelle, allora tutto il
percorso – che è bello più dell’arrivare in cima – si riduce a una disperata
corsa contro il tempo.
È
questo il capitalismo del tempo: produrre più cose o esperienze nel minor tempo
possibile, senza piacere o godimento. Facciamo
vedere - anzi,
condividiamo (in senso
letterale, sui social
network) - soltanto la meravigliosa vista dall’alto,
e questo genera perplessità, esitazione. Ma ci sono variabili infinite, nella
storia personale di ciascuno: ad esempio, i privilegi, anche quelli più
sottili, come avere un corpo che ci sostiene nelle nostre attività materiali e
mentali e che non ci abbandona mai.
Non
c’è spazio per la fragilità che è in noi, in questo buco nero. Essere fragili
può avere valore edificante; insegnare,
una volta rotti gli equilibri, a costruire in sé la stabilità che manca al
mondo esterno, mentre sgretola; a sperimentare sé stessi e il mondo attraverso
i propri occhi. La bellezza non c’entra con il possedere, con il
dimostrare, con l’esibire, con l’arrivare per primi. Deriva dal modo in cui parliamo, da ciò che pensiamo, dal modo in cui trattiamo gli altri e noi
stessi. È mettersi a nudo, manifestarsi negli spigoli, essere foglia che
asseconda il vento. Pessoa lo dice meglio: Per sentirmi ho dovuto
sentir tutto, sono straripato.
Bello il riferimento a Ferdinando Pessoa, autore spesso trascurato, la poesia di quel frammento dovrebbe essere dell'eteronimo Alvaro De Campos
RispondiEliminaGrazie tante
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