Deborah Prestileo - Dalle fiere dantesche ai mostri della società contemporanea

Deborah Prestileo



In una notte di plenilunio, quella del 7 aprile del 1300, Dante si smarrisce in una selva selvaggia e aspra e forte, che solo a ricordarla gli si rinova la paura. Siamo nel I canto della Commedia e Dante inizia il suo viaggio nell’Oltretomba: non sa neanche dirci come c’è finito, in questa selva, tant’era pien di sonno da abbandonare la verace via; a un tratto, però, si ritrova ai piedi di un colle, dalla cui vetta vede spuntare i primi raggi del pianeta. Questa luce gli concede pochi attimi di speranza e così, dopo aver riposato il corpo stanco, riprende a camminare lungo il pendio del colle, anche se con fatica e incertezza. Mentre sta salendo, però, gli si presentano improvvisamente davanti una lonza leggiera e presta molto, / di pel macolato […] coverta, un leone […] con la test’alta e la rabbiosa fame, / che parea che l’aere ne tremesse e, infine, una lupa, che di tutte brame / sembrava carca ne la sua magrezza / e molte genti fé già viver grame.

In queste tre fiere già i commentatori medievali hanno visto la lussuria, l’avarizia e la cupidigia, i tre impedimenta che corrompono la natura umana e la distolgono dall’orizzonte cui dovrebbe naturalmente tendere, e cioè l’amore divino.

Affrontare il discorso sul peccato, sull’espiazione e sulla punizione divina sarebbe poco funzionale rispetto alla direzione massificante e fondata sul gusto dell’esibizione del mondo odierno, in cui anche il concetto di fede risulta essere drasticamente cambiato. In questo lungo processo, anticipato già dalle rivoluzioni sette e ottocentesche, è il Novecento - con le innovazioni industriali e tecnologiche cui si accompagnano profondi e radicali mutamenti sociali e individuali – ad avere un ruolo determinante. E in apertura del nuovo millennio, quali potrebbero essere le fiere del mondo contemporaneo, i tre impedimenti che, al giorno d’oggi, turbano l’essere umano?

Il concetto di serenità è, oggi più che mai, legato a quello di amor proprio. Questa espressione tende a essere spesso e volentieri male interpretata; a volte scambiata per egoismo, altre volte per una forma estrema di individualismo, in realtà fa riferimento alla capacità - sottile e allo stesso tempo rara - di conoscere a fondo la propria persona e la propria personalità, e di fissare in sé stessi le coordinate della vita. Parlare di amor proprio diventa sempre più importante perché, in un mondo nel quale non è più possibile fissare dei punti di riferimento e che ci trascina nelle effimere mode del momento, tale centro va ricercato e fissato dentro di noi: solo così, solo sapendo chi siamo, possiamo affrontare la liquidità, per dirla alla Zygmunt Bauman, in cui siamo costantemente immersi. Di fatto, siamo naufraghi.

Questa capacità è corrotta dai nuovi e continui bisogni che crea il capitalismo; in breve, una volta creati questi bisogni, esso ci induce a credere che, se soddisfatti, potremo vivere meglio: potremo vivere con un contorno occhi più uniformato, con labbra più carnose, con rughe meno evidenziate e così via dicendo; e, attenzione, sebbene sia un fenomeno che colpisce maggiormente le donne, sempre più sono gli uomini che incassano questi colpi. Quando lo avremo fatto, cioè, quando avremo ceduto a questi bisogni, altri ci staranno già aspettando dietro l’angolo; perché, se sono riuscita ad uniformare il contorno occhi con il resto della pelle, allora adesso devo ridurre la visibilità delle rughe e poi dovrò trovare un modo per nascondere la cellulite.

Il sistema capitalista fa leva sulle insicurezze già presenti nella persona o ne genera di nuove (o, semplicemente, entrambe le cose). Nel farlo, viene esibito tutto il campionario di parole, di frasi e di espressioni che hanno a che fare con l’e(ste)tica del miglioramento e con la retorica di (dover) essere la versione migliore di stessi. Noi e le nostre insicurezze siamo merce di scambio, il tasso che permette di guadagnare sul profitto, le linee di un grafico che tendono vertiginosamente verso l’alto. Mentre le aziende crescono, soprattutto quelle del fast fashion – comprare di più equivale a essere di più – , noi diventiamo sempre più insicuri e inadeguati. La bellezza diventa ossessione, e insieme l’alimentazione e l’attività fisica diventano strumenti di controllo e di monitoring. E non siamo mai abbastanza belli, ma dobbiamo esserlo, lo desideriamo, ci viene richiesto. Si innesca e si alimenta sempre più la sensazione di non essere all’altezza degli standard, sensazione che ci espone maggiormente al rischio di pensieri invasivi e disturbanti. Perché i pensieri creano il mondo, non sono neanche un filtro o uno specchio del reale: sono - in tutto e per tutto - la nostra realtà, quella che crediamo, quella a cui ci aggrappiamo, quella in cui viviamo - o crediamo di vivere.

Il fatto di dover sempre apparire al meglio, di sembrare più di ciò che (non) si è, è strettamente legato al concetto di performatività: in altre parole, all’esibizione continua del successo. Non importa se si parli di corpo, di relazioni o di lavoro, l’importante è - si crede - scalare la vetta, scalarla il più possibile, arrivare per primi, costi quel che costi, e soprattutto farlo vedere, che siamo arrivati in cima alla salita. Ma se questo ci impedisce di godere dei panorami durante la scalata, di bere un sorso d’acqua, di stringere i lacci delle scarpe, di prenderci un attimo per respirare, di sentire il sole accarezzarci la pelle, allora tutto il percorso – che è bello più dell’arrivare in cima – si riduce a una disperata corsa contro il tempo.

È questo il capitalismo del tempo: produrre più cose o esperienze nel minor tempo possibile, senza piacere o godimento. Facciamo vedere - anzi, condividiamo (in senso letterale, sui social network) - soltanto la meravigliosa vista dall’alto, e questo genera perplessità, esitazione. Ma ci sono variabili infinite, nella storia personale di ciascuno: ad esempio, i privilegi, anche quelli più sottili, come avere un corpo che ci sostiene nelle nostre attività materiali e mentali e che non ci abbandona mai.

Non c’è spazio per la fragilità che è in noi, in questo buco nero. Essere fragili può avere valore edificante; insegnare, una volta rotti gli equilibri, a costruire in sé la stabilità che manca al mondo esterno, mentre sgretola; a sperimentare sé stessi e il mondo attraverso i propri occhi. La bellezza non c’entra con il possedere, con il dimostrare, con l’esibire, con l’arrivare per primi. Deriva dal modo in cui parliamo, da ciò che pensiamo, dal modo in cui trattiamo gli altri e noi stessi. È mettersi a nudo, manifestarsi negli spigoli, essere foglia che asseconda il vento. Pessoa lo dice meglio: Per sentirmi ho dovuto sentir tutto, sono straripato.


Commenti

  1. Bello il riferimento a Ferdinando Pessoa, autore spesso trascurato, la poesia di quel frammento dovrebbe essere dell'eteronimo Alvaro De Campos

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari