Deborah Prestileo - Su Dario Bellezza - La bestia che è in me latra
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Deborah Prestileo |
Se è vero che nomen omen, cioè il
nome è un presagio – come dicevano i latini - così fu per lui: la bellezza, con
tutto ciò che le gravita attorno, segnò tragicamente il suo destino.
Dario vive nel quartiere Monteverde,
dove vi abitano Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni e per qualche
tempo anche Pier Paolo Pasolini.
Qui sente divampare in sé la necessità della
scrittura: lui, reietto sin dalla giovinezza, vive in cattività in un mondo non
ancora capace di comprendere la naturalità di un sentimento d’amore
omosessuale, e non può fare altro che mettersi in versi, narrarsi.
Verso la fine degli anni Sessanta, Dario
sente sempre più forte la necessità di allontanarsi dalla propria famiglia, e
inizia a condurre una vita sregolata e senza leggi, all’insegna della libertà
dalle convenzioni fisse e immutabili.
Nel 1968 conosce il buon Enzo Siciliano,
e alcuni suoi versi compaiono su Nuovi Argomenti; nello stesso anno,
conosce Pier Paolo Pasolini, la persona che gli spalancherà le porte per
l’ingresso nel mondo della poesia: infatti, costui diventa non solo fedele
collaboratore e stretto confidente di Pasolini, ma anche suo compagno di
strada, e di fughe notturne e dei salotti della borghesia romana.
Anche se si pone già all’attenzione del
pubblico con l’Innocenza (1970), un romanzo breve e in parte
autobiografico - è la storia di
un’adolescenza tormentata, come del resto lo è la sua - e di cui è Alberto
Moravia a scrivere la prefazione, è solo nel 1971, anno della pubblicazione
della prima raccolta di poesie, dal titolo Invettive e licenze, che Bellezza
riesce a conquistarsi un posto definito nel panorama letterario italiano: non
passa inosservato il giudizio di Pasolini, che, com’è noto, presenta Bellezza come
il miglior poeta della nuova generazione; di conseguenza, i lettori e la
critica si interessano alla cultura e alla produzione poetica di un giovane
uomo che soffre, e sa di soffrire.
L’esibizione quasi sfrontata di
un’oscurità interiore si configura come la cifra della sua esistenza, che viene
accompagnata da un autentico e profondo romanticismo, in cui, però, una via di
salvezza non è più possibile.
Cavalcando l’onda del successo, Dario
prova a radicarsi nel territorio romano e prende casa a Campo de’ Fiori.
Prova a costruirsi una propria
quotidianità, una propria normalità, ma non c’è tentativo che tenga: la
bestia che è in me e latra è l’unica sua certezza di un mondo di cui ignora
il senso e il corso della storia, e di cui non trova pace in questa sordida
lotta / contro la mia rovina, il suo sfacelo.
La poesia di Bellezza, scrive Roberto
Deidier, si atteggia a tentativo di fuga: “una certa pesantezza della
struttura impedisce movimenti troppo verticali, sollevamenti repentini del
senso, scarti ritmici”, in “un’incessante altalena di simulazione e
dissimulazione”, che ricordano un po’ da vicino certi procedimenti
rosselliani.
Seguono i romanzi Lettere da Sodoma
(1972) e Il carnefice (1973), che, come si può ben intuire, sono
ispirati a temi autobiografici, tra cui il sentimento d’amore di un diverso in
una società, ai suoi occhi, di uguali: sentimento, peraltro, vissuto con un
atteggiamento che ricorda da vicino quello dei poeti maledetti della stagione
simbolista, nell’ossessionata e inarrestabile ricerca di un bellissimo
assassino che possa ucciderlo.
Questo è il Bellezza della “catarsi
erotica”, della “corporalità tradita e disillusa”, per citare ancora Roberto
Deidier, nel cui orizzonte ci sono emarginati e una sessualità spesso in
vendita, che si presenta nei confini angusti di un eterno presente e la cui corporalità
recita il richiamo della malattia e della morte, della scissione, di un amore
imperfetto che deve rimanere sempre “potenziale, possibile e mai realizzato”.
In sostanza, il corpo diventa il medium con cui Bellezza esibisce
le proprie ossessioni, quasi prefigurando la malattia che gli accadrà.
Il 2 novembre del 1975 Pasolini muore:
se Bellezza è già addolorato per la scomparsa di un confidente intimo come lo
era il suo caro Pier Paolo, rimane profondamente sconvolto per le circostanze tragiche
che la determinano: brutalmente assassinato, il corpo viene ritrovato nel
lungomare di Ostia senza vita.
Dinanzi questa morte così tragica, in
cui ancora una volta è il corpo a gravitare intorno al mondo, forse Bellezza
aveva già scorto anche la propria, di fine tragica: del resto, chi ha a che
fare con la cura delle parole, non può esimersi dal percepire come un
visionario.
Nel 1976 esce Morte segreta, una
raccolta di poesie con cui vince il Premio Viareggio. L’opera
costituisce a tutti gli effetti una summa della produzione poetica di Bellezza,
nella forma di una parola che si fa scarna e che va incontro a un atto di resa.
Nel 1979 viene pubblicato Angelo,
una testimonianza commossa all’unico amore che sia riuscito a sostenerlo senza
giudizio in una vita per lui troppo crudele, cioè la letteratura; subito dopo
vengono pubblicati Turbamento (1984) e L’amore felice (1986).
Negli anni Ottanta, Bellezza è già una
figura di riferimento del panorama letterario ed editoriale italiano: collabora
con autori esordienti o non più accettati dalla grande editoria, come Anna
Maria Ortese e Goliarda Sapienza, ed entra a far parte della
direzione di Nuovi Argomenti.
Nei suoi ultimi anni torna a Trastevere,
dove si stabilisce in un piccolo appartamento.
I suoi testi per il teatro cominciano a
essere rappresentati: in particolare Testamento di sangue partecipa al Festival
di Taormina nell’agosto del 1990, per la regia di Renato Giordano.
Ma un’altra bestia stava già iniziando a
latrare nell’ombra del suo corpo e a divorarlo: l’AIDS. Bellezza non
perde, fino alla fine, la sua forza di diverso e di ribelle, e si spegne all’età
di cinquantatré anni, il 31 marzo del ‘96. «Addio cuori, addio amori» sono i versi che
vuole sulla sua tomba.
Ma
il poema della vita che sto scrivendo
non sarà una falsa congiura contro i vivi
né un diabolico alfabeto per introdurre
ai misteri del mio io inesplicabile.
Solo,
per scriverlo, m’occulto nel fondo
della stanza e aspetto intrepido
che risorga dalla notte il bel mattino
per dirmi in pace e pietà immensa
che il momento è giunto, di uccidermi.
(da Morte segreta,1976)
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