LA MOSSA DEL PEDONE - Daniela Stasi - Il corpo vivo dei monumenti: IL DÒMM DE MILAN si fa cibo (parte prima)
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Daniela Stasi |
Ricchezza
cromatica, vivacità di disegno, eleganza e preziosità compositiva
caratterizzano le opere presenti nel Duomo
di Milano, le cui tematiche sono direttamente riconducibili
all’alimentazione dell’epoca e alla rappresentazione del cibo e della mensa.
Se
"Convivio" rimanda etimologicamente a "cum vivere", vivere
insieme, “mangiare-insieme (un altro carattere
tipico, se non esclusivo, della specie umana) è un altro modo per concepire il
gesto nutrizionale dell’alimentazione in una espressione eminentemente
culturale.
Ciò
che si fa assieme agli altri, infatti, assume per ciò stesso un significato
sociale, un valore di comunicazione, che, nel caso del cibo, appare
particolarmente forte e complesso, data l’essenzialità dell’oggetto rispetto
alla sopravvivenza dell’individuo e della specie. I messaggi possono essere di
varia natura, ma, in ogni caso, trasmettono valori di identità. Identità economica, in particolare: offrire cibi preziosi significa
denotare la propria ricchezza.
Ma anche Identità sociale, perché la quantità e
la qualità del cibo erano in stretto rapporto con l’appartenenza a un certo
gradino della scala gerarchica (il cibo, anzi, era il primo modo per ostentare
le differenze di classe).
Dal
momento che mangiare equivale anche ad integrarsi in un sistema sociale fatto
di riti e codici di comportamento, che variano nel tempo, curiosare tra
differenti varietà di alimenti e tavole rappresentati nelle opere d’arte del Duomo, ci aiuta a
scoprire i vari aspetti legati alla “messa in scena” del cibo.
C'è di
tutto. Dalle consuetudini sociali ai simboli che vi
appaiono, fino ai gusti e alle predilezioni per le preparazioni che venivano
consumate sulle tavole dell’epoca. Le opere che seguono sono particolarmente
interessanti per individuare le abitudini alimentari e le tipologie degli
oggetti della tradizione locale.
Il cibo è talmente importante nella vita degli uomini che ha un ruolo fondamentale anche nella religione. Nel Nuovo Testamento, ad esempio, sono almeno quattro i momenti in cui l'insegnamento di Gesù si collega al cibo: Le nozze di Cana, quando Gesù trasforma l'acqua in vino; La moltiplicazione dei pani e dei pesci; L'ultima cena e La cena di Emmaus.
Il
pane e il vino dei cristiani vanno ben oltre la loro materialità. Ad
esempio, la dieta dei monaci ha sue regole e la quaresima si segnala con l’astinenza da certi cibi; in
altri contesti religiosi, certe esclusioni o tabù alimentari (il maiale e il
vino dell’Islam, la complessa casistica di cibi leciti e illeciti
dell’ebraismo) hanno il ruolo prevalente di segnalare un’appartenenza.
IN
FACCIATA, L’UVA DI CANAAN
Giunsero fino alla valle di Escol, dove tagliarono
un tralcio con un grappolo d'uva, che portarono in due con una stanga, e
presero anche melagrane e fichi.
STORIE DELL’ANTICO TESTAMENTO
Ultimata
nel Quattrocento, la grande vetrata absidale dedicata a questo tema mostra una singolarità
nella omogeneità tematica degli antelli della compagine veterotestamentaria: l’episodio dell’Uva di Canaan. Infatti
è del tutto anomalo l’inserimento di alcuni vetri di soggetto neotestamentario,
tra cui cinque episodi della Passione di Cristo. Il cromatismo di questo
antello rompe le tonalità spesso tenui degli altri, con il fulgore del rosso
della veste e l’azzurro violaceo dell’uva: a conferire all’episodio
rappresentato una straordinaria forza espressiva e un realismo tale da “fare dell'arte viva”, secondo la poetica
propria al realismo contemporaneo
’Arte di
mangiar bene di
Pellegrino Artusi, dove le note sono state curate da Piero Camporesi.
La ricetta 550 dell’Artusi è dedicata al
pavone, che egli apprezzava alquanto: «Il pavone era un piatto trionfale della
cucina rinascimentale, portato in tavola con tutte le penne, dopo essere stato
cotto e rivestito. Costituiva un piatto ornamentale di grande effetto in
banchetti solenni: quella che Barthes chiama la cucina del rivestimento o dell'alibi non è invenzione dei
rotocalchi specializzati. La cucina
ornamentale è parte integrante dei miti alimentari antichi. «La carne di
questo animale - scrive il Tanara- che più tardi d'ogni altra si putrefà
per la sua durezza, cuocesi e servesi ne' sudetti modi de' polli,
capponi, e Galli d'India, et massime i pavoncini di tre mesi, perché pare però,
che fuori dell'occasione d'ornar le tavole nuziali, con la sua coda più breve
ma larga, e lo stesso suo colorato collo servito, in altro modo poco si prattichi.»
LEGAME TRA MELAGRANA, VITE, VINO, GRANO E ULIVO
In
epoca arcaica il melograno era associato ad un essere femminile, Rhoiò
(il nome alludeva alla melagrana, che in greco si diceva roia o roià)
uno dei nomi greci della pianta; questa era figlia di
Stàfylos, il Tralcio d’uva, a sua volta figlia di Dioniso. Il padre irato
l’aveva rinchiusa in una “larnax”, un
recipiente d’argilla, e gettata in mare. Dopo un fortunoso viaggio era
approdata sull’isola di Delo, dove aveva generato Anios, che a sua volta aveva
generato IL FICO, OVVERO L’ALBERO DELLA CONOSCENZA DEL BENE E DEL MALE.
Il Medioevo nel piatto: un inno alla fertilità
Ciò
che fa di un "pomo" un "pomo granato" sono i
"grani", i semi. La melagrana è un frutto costituito dai suoi semi,
situazione inusuale, al limite del paradosso. Non poteva che derivarne una
simbologia costruita attorno al tema della fertilità, che poi ritroviamo in
ambito cristiano, nell' immaginario e nell' iconografia medievale. Questa
potente (prepotente) carica simbolica non ha impedito a questo
frutto di occupare un posto significativo nelle
pratiche di cucina. Il gusto che potremmo definire "premoderno",
dominante dal Medioevo fino al XVII secolo, pareva fatto apposta per prediligere questo frutto, il suo sapore complesso, al
tempo stesso delicato e forte, agro e dolce, con una punta di amaro
astringente. Un sapore come quello della melagrana rispondeva ai canoni
scientifici (dietetici) e gustativi (culinari) del tempo. Quei canoni esigevano
sapori del genere, che, unendo insieme varie qualità sensoriali, parevano utili
alla conservazione della salute, identificata primariamente con il
"temperamento" bilanciato degli opposti. Al punto che, se i sapori
erano troppo semplici, era compito del cuoco renderli più complessi, più
ricchi. Le salse agrodolci- piccanti della cucina medievale erano espressione
di questa convinzione, di queste premesse teoriche elaborate in ambito scientifico.
In queste salse la melagrana entrava spesso e volentieri, a definire i sapori ("sapore" era il nome medievale della
salsa) che si aggiungevano alle vivande. Nel più antico ricettario italiano,
compilato nel XIV secolo alla corte di Napoli, il succo di melagrana serve per
stemperare le spezie (in questo caso, cannella e noce moscata) che si
aggiungono al rosso d'uovo, sale e mollica abbrustolita per comporre la salsa
«pro avibus», suggerita per accompagnare ogni sorta di volatili. Ancora il
succo di melagrana («agra e dolce», si specifica) è protagonista di una ricetta
detta "romania", di origine probabilmente araba, che prevede di
stemperare in questo liquido del pollo soffritto con cipolla e lardo (in ambito
islamico si trattava ovviamente di olio) arricchito con mandorle tritate. Né
mancano liquidi a base di melagrana consigliati «ad confortandum stomachum». Persino
i dietologi del nostro tempo ci spiegano come la melagrana sia un toccasana per la salute. (continua)
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