Deborah Prestileo - Sulla mia pelle-Racconto

 

Deborah Prestileo


Non so precisamente quando cominciai a pensare quelle cose. So soltanto che ci fu un inizio e non una fine, per quanto inutilmente la desiderassi.


Un giorno mi sorpresi, nel tentativo di badare ai miei miserabili pensieri, a graffiare la carne dei miei palmi, e quanto male mi faceva il solo vederli, quei graffi, segni incompresi di un dolore che sapevo già profondo. 


Da lì aveva avuto inizio la lunga passeggiata sulle montagne russe delle mie sinapsi, che mi vien da fare tuttora, come un nomade che si è abituato a vagare a lungo nel tentativo di sentirsi a casa, o come un viaggiatore on the road che non riesce, per quanto alzi la musica dallo stereo, a fermare i propri pensieri, o a farne melodia.


Sulla mia pelle gli altri vedevano pizzicori, graffi, lacerazioni, cicatrici. 

Sulla mia pelle discutevano dermatologi, psicologi, neurologi, psichiatri. 

Sulla mia pelle si riversavano le domande di mia madre, i rimproveri di mio padre, il disagio dei parenti e degli amici in mia presenza. 

Sulla mia pelle si incidevano i pensieri, e si incidono ancora, e io non posso fermarla, la mano che li incide, perché succede prima ancora che io sappia il perché e il come. 


La mia malattia la chiamano disturbo da escoriazione compulsiva, skin picking, dermatillomania. 


Parole altisonanti e ricercate per nascondere la fragilità mentale del mio corpo, marchio impresso con il ferro delle mie nevrosi; parole per descrivere l’attività neurale di pochi centimetri cubi di pelle; parole che nessuno mi chiede mai, queste, come facciano questi pochi centimetri cubi di pelle a contenere in sé il peso di intere catene montuose o di immense distese d’acqua salata. 


Si dice che chi soffra di nevrosi compulsive non sia consapevole di averle: beh, posso giurartelo, mio caro lettore, questo non è assolutamente vero.

 

Seduta alla scrivania della mia stanza, riguardo la lezione del corso di Fisica nucleare che mi ha passato la mia collega di corso, Ginèvre, perché neanche oggi sono andata a lezione, e so che tu sai perché. 


Sono qui, alla voce Radioattività alfa, sotto la quale trovo Energetica dei decadimenti, Soglia di instabilità, Teoria del decadimento alfa. Che buffo, è proprio quello che succede a me, e chissà se posso dirlo, all’assistente del professore, che alla mia radioattività neurale segue una soglia di instabilità cui cerco di resistere con tutte le mie forze, ma avviene un istante in cui cedo per un attimo, e quell’istante è la fine. La fine e l’inizio del mio martirio. 


Chissà se posso, mi chiedo sempre, ma poi non posso mai. La mia vita, un alfa privativo posto davanti qualsiasi parola abbia l’ardire di significare, un significante che non contiene significato e rimane lì: in attesa di sé stesso, vuoto.


Anche se sono lucidamente convinta che farei bene a sfogare la gran botola di emozioni che cuoce nella mia testa, qualcosa poi mi blocca: credo che sia, molto banalmente, imbarazzo, vergogna. 


Cioè, cerca di comprendermi: come posso spiegare a qualcuno con una vita letteralmente perfetta che grattarsi la pelle fino a lacerarsi è un bisogno impellente, un’urgenza primordiale, una condizione fisiologica alla mia stessa esistenza? Che non è un modo per avere attenzioni né un modo di passarsi il tempo né il capriccio di una ragazzina viziata? Come potrebbe esserlo, una cosa che riesce a procurarmi tanto male? Come potrebbe esserlo: saltare una lezione di un corso che mi piace per non spiegare l’ennesima ferita che mi sono provocata, che non volevo ma dovevo


Ieri l’ho detto, alla dottoressa Stark, tutto questo. Le ho detto che sono stanca, che voglio lasciare l’università, che voglio mollare la terapia, tanto tutti questi sforzi non valgono niente. Che ciò che può trovare pace in cinquanta minuti non la mette ad un’esistenza intera. Le ho detto basta pressioni sociali, basta sguardi incollati sulle mie ferite, basta ispezioni sulla mia pelle. La mia pelle è pensiero nudo e crudo, e le ispezioni mi fanno sentire territorio invaso.


Non so come sia avere una vita normale, e lo giuro, non sto esagerando. Ho dei genitori che mi amano, una situazione economica stabile, degli amici meravigliosi, il fiore all’occhiello della mia esistenza. Come sono arrivata qui? A far fatica ad alzare le tapparelle, a non sopportare la luce del sole a mezzogiorno, ad immaginare la notte nera più del nero? 


Spesso ripenso a quando, da bambina, mia madre veniva a svegliarmi, ed io scendevo giù dal letto ad una velocità che adesso non ho più; e subito correvo in cucina, dove ad aspettarmi c’erano una tazza di caffellatte caldo e un muffin ai mirtilli rossi. 


Sai, mio caro lettore, quella sensazione di sentirsi felici solo perché ci si sente vivi? La sensazione di dover iniziare la giornata a tutti i costi perché potrebbe succedere di tutto? Ecco, questo modo di sentirsi qui, il fatto che non lo provi più, è la radice di tutti i miei mali. Il mio è un dolore in absentia. 

Te lo dicevo, l’alfa privativo è la costante della mia vita, quella che va risolta in funzione di tutti gli altri numeri. E dovevo dirlo, ieri, alla dottoressa Stark, ma non ci ho pensato: perché indaghiamo su quello che c’è, e non su ciò che ci manca?

E cosa mi manca, mio caro lettore? Perché sono così? Perché devo arrecare tutto questo dolore? Perché non posso smettere? Perché ho così tanto bisogno della mia malattia?


Dicevamo, la mia malattia, la dermatillomania. A volte, quando i miei genitori dormono e tutte le luci della casa sono spente, accendo il pc e faccio delle ricerche. Su di me, su cosa significa essere dermatillomani… Sai, magari scopro che non sono io. E invece sono proprio io, e a questo io non c’è soluzione. 


Non toglierti le pellicine, mi dicono; non strapparti le ciglia, mi ripetono; non grattarti i gomiti, insistono; non graffiarti la carne, continuano. Non seguito sempre e solo da un imperativo. 


Te lo dicevo, no? Alfa privativo è la mia vita, anche nel linguaggio. Anzi, la vita è linguaggio. I pensieri sono linguaggio. Il modo di amare è linguaggio. Ma le parole che mi si rivolgono sono solo raccomandazioni a non fare ciò a cui mi sono miserabilmente ridotta. Non trovi sia frustrante vivere così? Sì – rispondo – ma non è una scelta.


La prima volta che mi fecero la diagnosi la ricordo ancora. Un medico spilungone e con i baffi alla Nietzsche disse che, a quanto pare – allora mi sembrava assurdo anche solo il fatto di trovarmi nel suo Studio – nel mondo della salute mentale diagnosticare i disturbi è una cosa di una complessità enorme, perché i sintomi patologici vanno e vengono, occupando tutto lo spazio che c’è; e che, neanche a dirlo, ci si mette pure il rischio di assorbire nuovi sintomi, di essere esposti ad altri tipi di pensieri. 


Insomma, pare che se ti ammali di mente una volta, sei più suscettibile ad ammalarti di mente una seconda volta: una cosa chiamata, se non sbaglio, comorbidità. Sempre a volerlo ascoltare, pochi disturbi si sottraggono a questa difficoltà, per la presenza di sintomi patologici caratterizzanti, proprio come i miei, uno in particolare: la tendenza a togliersi e graffiarsi ripetutamente la pelle, azioni spesso precedute da una sensazione di tensione alleviata dall'escoriazione. 


Usò proprio queste parole. La mia vita in una manciata di parole dure e fredde come quella stanza d’ospedale di periferia. Ovviamente non gli credetti: com’era possibile che togliersi qualche pellicina o qualche callo ogni tanto era diventato disturbo mentale? Che assurdità. 

Mi alzai un po’ superbamente, girai i tacchi e tornai a casa.


Con il tempo capii che poteva avere ragione, e lo capii da me, perché un dolore così grande diventa sabbia, e ogni granello si fa sempre più pesante. Adesso so con certezza che quelle parole erano vere, anche se quella diagnosi non era ancora completa. Ahimè, il dottor Nietzsche aveva ragione sulle comorbidità: la mia era una melancolia profonda, un tunnel da cui uscire non era più possibile. 


Te lo giuro, mio caro lettore, non era più possibile, non avevo altra scelta. Da tempo sentivo che non sarei mai più scesa dal letto con velocità, che non avrei più tollerato la luce del sole, neanche quella che filtra dalle tapparelle con dolcezza, che non avrei più provato gioia dinanzi un caffellatte caldo e un muffin. Ogni secondo in più sulla terra diventava granello ulteriore, e quindi ho scelto di forzare la botola nell’unico modo che, tu, mio caro lettore, puoi immaginare. 


Non te lo racconto, perché nella mia immaginazione sei sensibile, e non voglio turbarti più di quanto non stia facendo con queste parole. Tu puoi sentirmi, ma la mia famiglia, i miei amici, Ginèvre, la dottoressa Stark, persino il dottor Nietzsche, loro non possono più. 

E a loro chiedo perdono.


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