Stefania Giammillaro - Su “Anche Quando è Malora” (Arcipelago Itaca, 2023) di Carlo Giacobbi

 

nota a cura di Stefania Giammillaro


Ho scoperto Carlo Giacobbi per caso, attraverso la condivisione social di alcune pagine della sua Anche quando è malora (Arcipelago Itaca, 2023) da parte di un’altra voce poetica contemporanea, da me parimenti molto stimata, ed è stato colpo di fulmine.


"Anche quando è malora" di Carlo Giacobbi


Mi sono detta “voglio addentrarmi nel labirinto di quei versi”. E così è stato: ho letteralmente assaporato d’un fiato, più che divorato, quelle pagine.


Se, come sostiene uno dei massimi esponenti del panorama poetico attuale, la poesia deve essere scomoda, quella di Giacobbi versifica ed esemplifica alla perfezione questo concetto e in misura talmente potente da riuscire a rendere poesia anche un termine comunemente inteso come “parolaccia”. Non solo. Ti dimostra che sei tu schiavo di quell’accezione, quando hai a disposizione, invece, mille e più strumenti e significanti da riempire come vuoi, esattamente come vuoi e come neanche ti immagineresti.

E’ una lotta al lirismo vuoto e scarno a fronte di una testimonianza sincera del reale, anzi, autentica.

Una lotta nel sociale e del sociale che si fa denuncia poetica attraverso immagini nitide, che non lasciano scampo a fraintendimenti: te la devi meritare, la verità che urla Giacobbi.


21

lui no

una lingua sul collo

un fiato rosso a mormorargli – ti voglio – no

non ce l’ha

l’occhio guercio, il passo cionco

i ragazzini

diavoli in ronda, gli fanno inferno

cantilenano a due note in eco

le sillabe di mostro

le mani a conca sulle orecchie

mentre scappa e scaccia l’aria

con lo sfarfallo da impedito delle braccia

**

l’ha portato alle squillo

uno sdentarsi di risa a scherno

sulla faccia allampanata appena visto

compragli una bambola

riportatelo a casa nonno, su, a nanna

quel suo stare di gesso

la pioggia dentro

***

gli si offre lei

- pietà che non sa cos’altro fare –

nell’audacia oscena e santa di sgranargli la zip

non è amore l’amore

se non sa lo scandalo di sconfinarsi tutto

la ferma, la scansa, dice no, dice

faccio solo, mamma


La citazione in apertura della Szymborska, Voglio una parola cruda […] che descriva più precisa e chiara, è la chiave interpretativa da usare per cogliere la scelta lessicale di Giacobbi: una scelta affatto casuale, ma sbalorditiva nel suo essere “a portata di mano”.


1

notte, luci accese

al bar delle sei

il doppio in un fiato

scartoccia i soldi, gomiti sul bancone

un sisma nelle gambe

nella voce

vuole morire così

lo sfascio nella mente, il buio negli occhi

chissà quale deriva

**

lingua ansante di cane

cespugli di fiato grosso nel freddo

faccia qualcosa, cristo

l’ho sentito dire ad un altro lì fuori

il barista quella volta andato lungo

lo chiami, spingeva la porta

le mani, le vene impazienti

***

no, non volerne sapere

meglio bere

imbambocciarsi per non essere dove si è

quando essere non è più cosa

o è troppo

strozzare fiamme nel groppo fino al delirio

fino al visibilio del vedere

le fioriture dei peschi nel gelo

l’involarsi di rondini luminose dalle tasche

che vanno a cantare

sul luccichio allucinato dei rami ghiacciati

brindare in culo alla pena di non essere amati

o cercare di farlo


Sembra suggerire romanticamente: “svegliatevi amebe”, sgrondatevi dei vostri vacui e superflui –ismi e schiaffeggiatevi di verità, sentite la vostra pelle, cavolo! E mordete ogni giorno finché ce n’è.

Grazie Carlo, pensa a quanto sarebbe bello se ogni parola pronunciata, o meglio, sputata, in questo (s)porco mondo avesse la densità espressiva, il vibrato mirato di un tuo verso!


35

scherzano la morte

supini alla stellata sui binari

nella tutt’allerta del corpo

al tremore della terra, al crescere nel buio dei fari

colpo di reni a smarcarsi

dal fruscio lanciato a delirio

giocarsela così

a un niente, a un filo

i capelli sfasciati sul viso , poi

**

gridano in ballo d’orso il dito medio

quasi bestemmiando alla sorte

venuti d’adrenalina

te l’abbiamo messo lì

o roba da graffiti da panchina

siamo stati, una notte almeno, vita

e tu

che li schifi

puoi scuotere il capo

dirli fulminati quanto vuoi

con chi te la pigli, sono figli tuoi


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Carlo Giacobbi è nato a Rieti nel 1974. Nella città natale risiede e lavora. Ha manifestato, sin dalla prima giovinezza, interesse per la poesia, la letteratura, il teatro, la musica ed il canto. Ha vinto numerosi concorsi nazionali ed internazionali. Finalista al premio Montano 2021. È nella redazione di Arcipelago Itaca e Versante Ripido. Collabora con Macabor Editore. Scrive recensioni su sillogi poetiche pubblicate su blog on line. Ha pubblicato, da ultimo, Abitare il transito (Arcipelago Itaca), Vicende e chiarimenti (puntoacapo editrice) e Anche quando è malora (Arcipelago Itaca).



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