Stefania Giammillaro - Palpito dell’Universo Intero: la Colpa e la Discolpa dell’Amore. Dalla Tosca alla Traviata passando per Donizetti fino alla parabola poetica del cuore
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di Stefania Giammillaro |
Ho
iniziato questo percorso “lirico” che, a pensarci bene, racchiude già ex se la duplice accezione di “poesia”
ed “opera”, parlando de “l’amor mortis
nella predestinazione del femminile”, laddove il termine “a-more”, a sua volta,
etimologicamente si sostanzia in una negazione, da α privativo, negazione della
morte stessa, in cui si esemplificherebbe il sentimento amoroso in una visione
tipicamente romantica di derivazione arcaica che dalla “sapienza” delle Lettere a Lucilio di Seneca: “Vuoi sapere quale sia il più lungo corso
della vita? Quello che ci porta ad acquistare e tradurre in pratica la sapienza”
(L. A. Seneca, Lettera I - Il valore
della vita non è della lunghezza ma nell'attività buona di chi la vive),
giunge fino al movimento dello Sturm und
Drag che esclama nel Faust di Goethe: “Il sentimento è tutto!” (Faust, parte I, vv. 3453-3458).
Ebbene,
la lotta a causa dell’amore e per ragione d’amore è trama che intreccia, caratterizza
e fonda la poesia come l’opera sin dagli albori di entrambe; tuttavia da un più
attento (rectius diverso) sguardo può
cogliersi come l’amore, negazione della morte, affermazione del sé più intimo
ed autentico si trasformi in “colpa”.
La
“colpa” avvicina l’amore alla morte non come negazione di quest’ultima, ma come
veicolo privilegiato verso quest’ultima e la tragedia consiste nel comprendere quanto
la vicinanza di entrambe sia direttamente proporzionale sia nel caso di “condanna”
per “colpa” dell’amore, sia nel caso di “riscatto/vittoria” grazie all’amore.
Pertanto,
provo ad offrirvi, sperando nell’intento, una breve disamina di alcune arie
abbinate ad alcuni testi poetici di autrici di rilievo che renderebbero
testimonianza a questa mia personalissima suggestione “di amorosi sensi” sopra
descritta.
La
cantante Floria Tosca, ad esempio, che nella celebre aria del “Vissi d’arte” dell’omonima
opera di Giacomo Puccini, a chiusura del dialogo - scontro con il Barone Scarpia, si
ripiega in se stessa e si domanda perché “l’amore” cui è stata sempre devota
con “fé sincera” adesso la condanni, condanni a morte la sua anima, il suo
corpo pur di salvare la vita del suo amato Cavaradossi.
Vissi d'arte, vissi d'amore
Non feci mai male ad anima viva
Con man furtiva
Quante miserie conobbi, aiutai
Sempre con fé sincera
La mia preghiera
Ai santi tabernacoli salì
Sempre con fé sincera
Diedi fiori agli altar
Nell'ora del dolore
Perché, perché, Signore?
Perché me ne rimuneri così?
Diedi i gioielli della Madonna al manto
E diedi il canto agli astri, al ciel
Che ne ridean più belli
Nell'ora del dolor
Perché, perché, Signor? Ah, ah
Perché me ne rimuneri così?
L’amore,
quindi, vissuto come àncora di salvezza, opportunità di riscatto alla fine
condanna inaspettatamente.
Già,
“l’inaspettato”…buffo, no? Si attende l’amore che invece arriva all’improvviso
in un “dì tremante”, come racconta Alfredo dichiarandosi a Violetta, ne La Traviata di Giuseppe Verdi, che da quel momento visse “d’ignoto
amor”, “di quell’amor che è palpito dell’universo intero, [..] Croce e Delizia,
Delizia al cor”.
mi balenaste innante,
e da quel dì, tremante,
vissi d’ignoto amor.
Di
quell’amor ch’è palpito
dell’universo intero,
misterioso, altero,
croce e delizia al cor.
L'amore è Croce e Delizia, che anche stavolta condanna, una condanna che tormenta, che ti impone di scegliere tra il coraggio di lottare per la tua felicità o farti sconfiggere dalle convenzioni sociali, come ne uscirà in tal senso "sconfitto" lo stesso Alfredo.
Ma l'amore può anche sublimarsi in lucida
constatazione di umana rassegnazione ad esso, al suo decidere: l’amore non è
solo o tanto negazione della morte, ma negazione di ogni autonomo discernimento
e la pena per l’uomo diventa soffrire senza poter dettare regole per uscire da
tale misera condizione.
Questo
è il sentimento amoroso, intenso come condizione di schiavitù al suo imporsi, che vive
Nemorino nei confronti di Adina, come si evince dalla celebre aria “Chiedi all’aura
lusinghiera” tratta da “L’Elisir d’amore”
di Gaetano Donizetti.
ADINA
All'amor mio
Rinunziar, fuggir da me.
NEMORINO
Cara Adina! ... non poss'io.
ADINA
Tu nol puoi? Perché?
NEMORINO
Perché!
Chiedi
al rio perché gemente
Dalla
balza ov'ebbe vita
Corre
al mar che a sè l'invita,
E
nel mar sen va a morir:
Ti
dirà che lo trascina
Un
poter che non sa dir.
ADINA
Dunque vuoi?
NEMORINO
Morir com'esso,
Ma morir seguendo te.
ADINA
Ama altrove: è a te concesso.
NEMORINO
Ah! possibile non è.
Nemorino
non può rinunciare all’amore per Adina, nonostante potrebbe, a maggior ragione
in quanto uomo, seguir “l’usanza” di lei di andar di fiore in fiore “Come chiodo scaccia chiodo, Così amor
discaccia amor”, ma lui preferendo restare fedele a se stesso, finisce coll’essere
condannato a se stesso.
L’amore
neanche qui salva, ma rende schiavi, fino a farsi abbindolare da un mercante
sugli effetti potenti e misteriosi di un elisir d’amore…
L’amore
è marchio di collera, sigillo di tormento che trova fuga e respiro solo nella
poesia.
Si
pensi alla mia adorata “sciarrettiera” Jolanda
Insana (Messina, 18 maggio 1937 – Roma, 27 ottobre 2016), alla quale mi
legano, non solo la comune origine messinese, ma l’afflato passionale e tormentato
che trasuda da suoi versi, ammalati d’amore e di rinnegazione.
La
parabola del cuore (estratto)
vedo nel vuoto dove piove chiara salute e
mi svuoto
del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più
arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate
rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile
rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita
irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di
combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te
sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si
ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la
vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora
nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi
si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla
tua quarta casa
covo di cazzarne e straglio
bastardo e randa
l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi
(Da La clausura, Crocetti 1987 adesso reperibile nella nuova raccolta a lei
dedicata “Jolanda Insana A schiere parole” – poesie scelte con prose e versi
inediti, Marcos Y Marcos, 2024, p. 116 e ss. A schiere Parole - Omaggio a Jolanda Insana )
La
potenza linguistica della poesia della Insana
sta nella ormai ampiamente riconosciuta forza realistica della parola, che, senza
ricorrere alla onomatopea, riproduce nitidamente l’immagine “sonora” del
concetto.
L’amore
per la Insana è colpa ai massimi
livelli, provata da parte di entrambi i protagonisti del rapporto: il
disequilibrio sta nell’accorgersi solo dopo di essere scivolata in un trappola
imbastita dall’altro.
La colpa è nell’amore anche per Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009). La poesia la salva dalla condanna alla malattia mentale che lei stessa ammette, ma solo in quanto status appartenente alla natura umana, non come disturbo da diagnosticare e curare, piuttosto da cullare.
Ruscello
vivo è l’amore che corre...
Ruscello vivo è l’amore che corre
nei giardini dei poeti
e genera rose, e genera pioggia e pianto.
Perché l’amore ha cosi tante varianti di sole?
Perché piange per un nonnulla?
Perché chiede chiede una mano e la rifiuta?
Perché l’amore sente la colpa,
ed è un grande peccato di non accettazione.
Perché la rosa nasce e si sfibra in un solo giorno
perché la toccano tutti
senza pensare che ogni petalo è una bianca vena
e può morire soltanto per un dito
che sbagli nel contatto.
Per toccare una rosa
ci vuole un credo di Dio,
una magica aspettazione e nessun tempo.
Rifiutare un amore
è come rifiutare un grande banchetto
dove sei il primo invitato
e forse ti dà fastidio la sedia,
ti dan fastidio gli applausi,
forse ti dà fastidio quel trono che non vorresti
lasciare.
Perché rifiuti l’amore?
Perché sai che la sedia è provvisoria
e che il banchetto dura una sola giornata.
L’uomo per sé vuole le cose eterne
e non sa come dirlo all’altro
che non ha capito niente.
(da Poesie, XX sec.)
L’amore
è condanna alla non comprensione dell’ “eterno che non esiste”, o meglio, non
può essere garantito, ed è colpa del rifiuto all’invito dove sei l’ospite d’onore
e ti danno fastidio tutte le attenzioni a te rivolte.
Insomma,
l’amore è colpa e condanna se assorbito, incanalato nella versione terrena, “erotica”
dello stesso, nel seme greco del termine che richiama ad un rapporto fondato
sul do ut des – facio ut facias.
La
discolpa dell’amore si affaccia, invece, quando lo si accoglie e lo si coglie
in una visione progressivamente più affrancata dal mondo e in una prospettiva “agapica”
gratuita, disinteressata.
E’
l’amore che si trova nella purezza poetica di Emily Dickinson (Amherst, 10
dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886), che si libera dall’umano per
rigenerarsi e ritrovarsi nella natura (vedi essenza) di ogni cosa: l’amore, o
meglio, “la consapevolezza di essere amati” perché amore è "esistere", ritorna ad
essere negazione della morte, divenendo veicolo possibile per l’immortalità.
Chi
è amato non conosce morte,
perché
l’amore è immortalità,
o
meglio, è sostanza divina.
Chi
ama non conosce morte,
perché
l’amore fa rinascere la vita
nella
divinità.
D’altronde, accorgersi che
tutto è amore, che noi siamo amore e meritevoli di donarlo a noi stessi costituisce,
o dovrebbe costituire, il punto di partenza su cui intavolare qualsivoglia tipo
di rapporto che implichi questo travagliato sentimento.
Lo conferma anche uno dei più
grandi filosofi contemporanei Erich Fromm (Francoforte 1900 - Locarno 1980) massimo
teorizzatore dell’amore che nel suo saggio “L’arte Di Amare”
(Mondadori, ed. 2016) sostiene: "Non
vi è essere umano che non senta questo richiamo ed è l'amore con le sue
certezze e con i suoi misteri, col suo mondo ineffabile che riesce a realizzare
quella dimensione dell'infinito a cui ciascun essere, inevitabilmente, tende.
Quando questo sentimento si realizza nella sua più profonda espressione
l'inquietudine dell'uomo si scioglie e il vuoto interiore si placa. L'uomo si
sente in grado di agire e di realizzarsi in armonia con se stesso e con quella
realtà nella quale si sviluppa la sua vita. Nel momento in cui noi riusciamo ad
amare riusciamo, anche, a rivelare a noi stessi quel mondo ineffabile di
sentimenti e pensieri, quella realtà più profonda in cui si esprime il mistero
di ogni essere ed anche il significato stesso della sua esistenza."
Riuscire quindi a ritrovare un contatto con la nostra sorgente di vita
rappresenta, per l'autore, la possibilità per ciascuno di ritrovare la verità
che rende liberi dall'attaccamento terreno, abbandonando quella disposizione
egotica dell'individuo che struttura la vita secondo la modalità dell'avere
piuttosto che dell'essere (cfr. arte-di-amare - erich fromm).
L’ineffabile si svela nelle
parole dell’amore e ci conduce all’eternità dell’essere, così fecondi di
vivere nel cuore di chi ci ama anche dopo questa vita, oltre la morte.
Bravissima , questa sinergia tra poesia e opera lirica non è’ da tutti , grazie 🤩 nadia Chiaverini
RispondiEliminaGrazie mille Nadia carissima 🙏❤️
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