Simona Garbarino - La preziosità delle parole

 

di Simona Garbarino


Parliamo di parole, sì, parliamone, che è già un ossimoro se vogliamo: parlare di parole attraverso parole. D'altra parte troverei difficile parlare delle parole con altri strumenti: in ogni caso mi troverei costretta a cercare modalità che, necessariamente, susciterebbero a loro volta l'emersione di parole. Pertanto, mi arrendo.

Parlerò delle parole con la complicità delle parole. Per forza, non se ne esce.

E quindi parlerò della preziosa unicità delle parole, della loro potenza, mendacia, efficacia, perversione, ricchezza e povertà. "Una parola uccide, una parola salva". Una sintesi per dire che ciascuno di noi è impastato di parole che arrivano da lontano, portatrici di storia e storie.

Parole che ci legano perché arrivano dai nostri legami, dalle nostre radici, migliaia di parole declinate nella lingua materna, intrise di dialetti, di lingue morte, lontane, sradicate, perse nel cosmo. Un'unica grande pancia di parole che determina che io parli in questo modo e non in un altro, poiché anch'io sono portatrice di gomitoli di parole ereditate, afferrate, imparate, rincorse, cercate. Sì, soprattutto cercate. Perché le parole non arrivano sempre al momento giusto, a volte si sottraggono. Per pudicizia, per dispetto, per stanchezza o, più semplicemente, perché è intervenuta una malattia e il nostro cervello non sa più produrle: le ha dimenticate in qualche stanza chiusa a chiave, lontane mille miglia dal nostro intendimento.

Perdere la parola allora diventa tragedia. Io non sono più esposta alla funzionalità della parola, non sono servita dalla parola, non sono comunicabile, né posso comunicare per esporre un concetto, un desiderio...un desiderio. Da quella mancanza, da quel lacerante preciso momento, ci accorgiamo della benedizione della parola, della sua sacralità, della sua prodigiosa estendibilità in termini ontologici.

Io sono la mia parola.

In mancanza di questa, io sono sul ciglio del baratro: rischio di smarrire la mia vis identitaria. Parola e voce, voce e corpo: un unicum che mi determina, che garantisce e testimonia il mio essere qui, su questa terra, in questo tempo, con questa comunità o famiglia che dir si voglia.

Allora? Allora dobbiamo curarle le parole. Curarle e cullarle perché non si spaurino, perché non si smarriscano, perché non perdano la loro lucentezza, la loro mirabile verità, la loro capacità evocativa. La loro poesia. Ogni parola è poetica. Manubrio, coltello, cicala, detersivo, seppure, introvabile, guardarobe. Provate a fare una lista di parole a caso: ogni parola, se libera, sprigionerà un incanto, un racconto, una storia, una filastrocca, una poesia. Provateci: non lasciate che le parole scivolino a caso, sotto il fare inconsapevole della vostra lingua.

Assaporate ogni suono, ogni vibrazione che ciascuna sillaba, consonante e vocale liberano nell'aria e siate presenti davanti alle vostre parole, presenti e prudenti... perché le parole sanno quello che fanno. Le parole sono indipendenti, hanno echi, riverberi, luci e ombre, sanno di maglie calde e lame affilate; le parole sono terribili, maledette, sacrileghe ma sanno anche essere sante, portatrici di bene. Le parole fluttuano nell'aria come libellule o saettano come frecce e come frecce feriscono, talvolta uccidono.

"Le parole sono creature", dice Eugenio Borgna. Ecco, sono creature. Perciò attenti, attenti, attenti: maneggiamole con cura. Siamo confidenti, si, confidenti nel senso etimologico del termine: entriamo in confidenza con le parole come fossero persone alle quali affidare i nostri più riposti segreti e sentimenti. Allora le parole si sentiranno a casa e docili si appoggeranno sulle vostre spalle, cingendovi come può fare un buon amico quando ci sentiamo smarriti, impotenti, affranti. Ecco, le parole sanno adattarsi alla nostra coltivazione interiore. Se il terreno è arido, impoverito, brullo, allora le parole arriveranno intirizzite, taglienti, povere, grossolane ma quando il terreno è coltivato, curato ecco che arriveranno roteando, scintillanti nei loro abiti puliti e stirati a dovere, con un loro chiacchiericcio speciale, quasi un tintinnio sottile ma udibile, udibile, vi assicuro.

Occorre muoversi con grazia con le parole, imparare il linguaggio del colibrì, le asimmetrie del gatto, l'ondeggiare spensierato dei fiori a primavera. Troppo lirismo? Mai abbastanza, per scorgere la millenaria sapienza delle parole, il loro canto, il loro urlo, la loro preghiera. Allora, forse, dobbiamo ritornare bambini: stupirci di tutto, dei loro suoni, senza chiedere neppure il significato, affidarsi solo al loro cicaleccio, al loro risplendere in mezzo al buio. Sì, in mezzo al buio. Soprattutto lì, nelle tenebre. Nelle tenebre.

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