Melania Valenti - "Essere donna: Marianna di Leyva, ovvero la Monaca di Monza"

Melania Valenti



Essere donna: fardello, responsabilità, onore ed onere. E quante donne, con le loro storie fuori dall’ordinario o, peggio, assolutamente ordinarie e in linea con il periodo in cui vissero, quante donne ispirarono la penna di scrittori e poeti, che da quelle esperienze trassero spunto per opere senza spazio né tempo.

Così fu per Alessandro Manzoni, che a Gertrude, meglio nota con il nome di Monaca di Monza, affidò tanta e importante parte nel suo I Promessi Sposi.

Ma chi era, in realtà, la donna che colpì tanto l’immaginazione del nostro autore?




Marianna de Leyva, (Milano, 4/12/1575 - Milano, 17/01/1650), nome della donna che ispirò il Manzoni, era figlia di Antonio de Leyva de la Cueva-Cabrera, comandante militare al servizio di Carlo V, e di Virginia Marino, figlia di un ricco commerciante e finanziere genovese, morta di peste appena un anno dopo la nascita della piccola Marianna. La ragazza, appena tredicenne, fu costretta dal padre, che nel frattempo si era sposato in seconde nozze con una nobile valenziana, ad entrare come novizia nell’ordine delle monache benedettine di clausura. Dopo tre anni, all’età di soli sedici anni, per sfuggire all’imposizione del matrimonio con il principe di Butera, di 25 anni più vecchio di lei, Marianna prese i voti nel monastero monzese di S. Margherita con il nome di Suor Virginia, in onore della madre che aveva perso. 

(Piazzetta S. Margherita, Monza)

Come gestire il dopo? Come accettare una vita non voluta, in una società che relegava il ruolo di donna a quello di moglie e madre per procura? Come giudicare adesso, passati i secoli, le scelte, di certo riprovevoli, che determinarono la vita successiva di Marianna?

In convento la giovane donna, dopo alcune vicissitudini che li avevano visti l’uno contro l’altra, con la complicità di due suore, finisce con l’intraprendere una relazione segreta con il ricco e spocchioso Gian Paolo Osio, amore che ebbe risvolti anche drammatici.

Quella fu una relazione nascosta solo di nome: di fatto sapevano in molti, nella Monza di quegli anni, anche per le tante persone coinvolte e complici dei due per permettere loro di incontrarsi.

Nacque allora un primo figlio, ma nacque morto. Da quel momento Suor Virginia iniziò un percorso di pentimento, che la indusse ad atti anche estremi pur di far scemare la passione all’amato. Ma così non fu e nel 1604 la donna diede alla luce una bambina. La stessa notte, le due monache complici della liason affidarono la piccola al padre, che, nonostante le malelingue, riconobbe la figlia e la tenne con sé.

La vicenda di questo amore tormentato e segreto prese le pieghe di un noir, allorquando una conversa del convento, per vendicarsi dei modi aspri della Monaca di Monza, minacciò di rendere pubblico il tutto. L’Osio allora, con la complicità di Suor Virginia e delle due suore coinvolte, si introdusse nel monastero ed eliminò la suora laica, facendone a pezzi il cadavere e sotterrandolo per farne perdere le tracce.

Da lì, una escalation di follia e morte si impadronì della mente dell’uomo, che si mise in testa di eliminare ogni persona coinvolta e a conoscenza della sua relazione con Suor Virginia.

Eros e Thanatos, nella loro freudiana interpretazione, trovano in questa vicenda esemplare manifestazione della mente di chi non riesce più a sostenere gli eventi in modo lucido e razionale.

Gian Paolo Osio, dopo tante vicissitudini e tentativi, riusciti o meno, di mettere a tacere chi fosse al corrente dei fatti, finirà quindi ucciso da un amico che gli aveva dato falsamente ospitalità per permettergli di sfuggire alle autorità.

Suor Virginia, invece, nel 1608 venne imprigionata a vita e rinchiusa in una cella murata. Dopo 14 anni di penitenza e reale pentimento, l’Arcivescovo Borromeo ne decise la scarcerazione, scorgendone i segni di un sentito ravvedimento.

Marianna di Leyva si spense a Milano il 17 gennaio del 1650, passando l’ultima parte della sua vita ad aiutare psicologicamente ed emotivamente le novizie incerte sulla propria effettiva vocazione.

Come non farsi trafiggere da una tale storia? Come non dedicarle attenzione, da parte del padre del romanzo storico in Italia e, insieme a lui, da parte del Ripamonti e di tanti altri illustri scrittori che ne scrissero nelle loro opere?

Chiudo questo mio pezzo, indegna di citare me stessa a fronte di tanta grandezza, con un mio testo ispirato alla storia di Marianna, cercando di mettermi nei suoi panni. E solo con l’intento di dimostrare, qualora ve ne fosse necessità, che le storie singolari, le donne che, per loro natura o costrette dai tempi e da più o meno fortunosi incontri, sopravvivono nei secoli, continueranno a vivere, ignare ai loro tempi di tanto Tempo.


Marianna

Quattordici anni di muro

di buio dal puzzo più raro

di scalpi al ricordo di amore

di morti e tranelli di suore.

 

Marianna, il mio vero nome,

nella terra dei tori io nacqui

oh tu, che mio padre non fosti,

aguzzino dai pensieri più foschi,

 

poco più che bambina

la mia sorte cambiasti.

 

Virginia, come mia madre

già morta e mai conosciuta,

Virginia io volli per nome,

quando un velo sul capo

non un uomo invecchiato

preferii portare

senz'andare all'altare.

 

Sempre l'uomo, il mio danno,

da mio padre all’amato

con l'amore terreno che figli mi diede

togliendomi pace e redenta beltà.

 

E vizi

e menzogne

a donarmi al suo sesso,

mi spinsi nel fondo

del buio profondo.

 

Ma l'ultimo giorno pietà mi trafisse

peccati e delitti pagai dietro un muro,

la morte già in terra io avevo vissuto

perdono mi venne,

perdono e futuro.

 

 



  

 

FONTI:

- https://www.scoprilabrianzatuttoattaccato.it/2013/01/18/il-processo/

- https://www.sardimpex.com/articoli/Virginia%20de%20Leyva.pdf


-https://www.vanillamagazine.it/marianna-de-leyva-la-drammatica-storia-della-vera-monaca-di-monza/




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