Su "Avanza un'ora di luce" di Enzo Cannizzo- a cura di Melania Valenti

 

Recensione a cura di Melania Valenti


Sin dalle prime pagine di "Avanza un'ora di luce", Algra Editore, collana "Ginestra dell'Etna del catanese Enzo Cannizzo, mi sono subito trovata immersa al centro del suo mondo. Un mondo che, data l’identità di nascita e residenza con l’autore, conosco e ri-conosco.
Già dal titolo siamo portati a interrogarci sul moto della luce, come rilevato al principio della prefazione dal mio "amico ritrovato" Miguel Ángel Cuevas, poeta e italianista all’Università di Siviglia: è una luce che procede (in tal caso, verso il buio dell’incipiente notte?), o è una luce che resta, una luce rimasta e su cui si punta l’ultima speranza del giorno?

Procedendo nella lettura, si chiarisce il dubbio, e si stringe metaforicamente la mano all’autore per la scelta del titolo, che, come si sa, è metà della sorte di un’opera:


di stanza in stanza

erosa dai liquami

alle diciotto la città

sospende i rumori

là fuori avanza un’ora di luce

puledra di pietra

e zoccoli fasciati



Il poeta chiede aiuto alla carta, la supplica quasi di resistere, di accogliere i suoi versi nonostante 


disabitato il buio / geme di rotori / e lamiere ondulate


ma è nella peste, che si vive, quella che si versa sul foglio per cercare salvezza e cura 


è peste finché carta non crolli / con grazia e congedo d’ali


Quelle di Enzo Cannizzo sono liriche asciutte, essenziali, puntano dritte alla materia parlando al cuore attraverso oggetti di uso comune, oggetti immersi nella sostanza della sua terra. 

La quasi totale assenza di punteggiatura comunica il rifiuto di ogni categorizzazione - importa il significante o il significato?-, si registra il passare dei mesi, delle tante stagioni segnate dal sole o dalla pioggia che rincara la dose


In ogni verso si respira il Sud, i singoli lemmi parlano di Sicilia, di lava del basolato, di sabbia e mare, di cavalli sfiancati dalle corse clandestine


oggi la sabbia ingravida il mare 

e ragione se ne faccia

lo scirocco mentre il greto

la pietra rivela

a secreto e usura 

di radici


ferro forra carcassa 

ma aerea sei


lingua e altrove 

cera e aculeo 

lingua e caccia nel fitto 

colliquato del fogliame


In questo libro prezioso si respira tutta la fatica del Meridione, si toccano le piccole cose che vivono nei giorni, le minime risorse di una terra senza più risorsa, il sudore quotidiano della povera gente


a maggio trionfano le messi 

l’agave la polvere l’aneto 


superstiti all’eclissi 

i vivi rompono le botti


***********

all'estate il rimorso 

alla pioggia la vertigine 


la notte è deserta poche stelle 

vedranno la vendemmia 


la mattanza di sguardi 

nelle ore di san lorenzo


***********

nudi si levarono gli oscuri 

le carni in ceppi tra i fonemi 


carri di polvere e amianto 

i cecchini al soldo del nome


È un incedere senza tregua di suoni aspri a indicare un’aspra vita, di termini che si inseguono cercando una via di salvezza, di figure retoriche cui si chiede aiuto per rimanere in sé e dietro l’uso delle quali traspare anche una innegabile cura, quasi un divertimento del comporre. 

Si procede per accumulazioni, allitterazioni, anafore, enjambement, si gusta il sapore dei classici, della Sicilia andata, del mondo della povera gente, ma il tutto respirando al contempo aria di nuovo, di scontro con la stessa tradizione che si porta a galla, di richiesta (di rivalsa?) con versi che confermano la perizia dell’autore e che di certo rimangono dentro a germogliare.


a morso a inciampo a balbettio

il silfio il soffio lo zahir

l’amianto lo zolfo l’alluminio

gli uscieri le rovine il labirinto

bruciava l’olio nel lantanio

nel pane si spezzava la parola

una tundra di rame stendeva le ali


***********

il basilisco la chimera il tirafiato

il dittongo lo iato la malora

il gheppio l’allocco la poiana

la gazza che becca la carogna

affilata dell’istrice arrotato

ovunque il cielo attecchisca

il tramonto vive di rendita


***********

l’arancia impazziva di luce

tra le trame di lame di giada

ali sezioni d’insetto

frantumi emersi dal pretempo

pulviscolo pirata in fuga tra gli scuri

vascello alieno partorito da una crepa


***********

gli uscieri si davano buon tempo

assisi al tavolo del destino

era un disordine di carte marce

il re di coppe il sette d’oro il tre

di spade a smuovere l’aria a sorte

a cencio lercio a morte contro i vetri

prescelti da dio in un giorno di noia

algoritmi sbarbati la domenica

muro di pane a difesa del tempio

______________________


Ph. da CataniaToday.it

Enzo Cannizzo è nato a Catania, dove vive e lavora. Già libraio, da anni gestisce con amore un wine bar, Città Vecchia, in pieno centro storico della città, all’interno del quale organizza readings di poesia ed eventi culturali che vedono alternarsi persone di rilievo e note o anche figure emergenti del panorama artistico e letterario. Alcune sue poesie sono apparse in un quaderno collettivo edito da Neon. 

"Avanza un'ora di luce" è la sua seconda raccolta poetica, dopo “Il cielo pende dai lampioni”, pubblicata sempre con Algra Editore, con preziosa prefazione della poetessa Maria Attanasio e postfazione di Giovanni Miraglia.



Commenti

Posta un commento

Post più popolari