Stefania Giammillaro - «Mi chiamano Mimì perché non so»: L’Io, Il Non-Io, Il Super-Io poetico
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di Stefania Giammillaro |
L’aria che segue la celebre «Ma che gelida manina se la lasci riscaldar» de La Bohème di Giacomo Puccini, è la dichiarazione d’amore tra le più sincere, autentiche di sempre: l’amore di ciò che in natura ci circonda, di ciò che più all’anima aggrada e di ciò che si è in grado di accogliere.
Mimì (che in realtà di chiama Lucia) continua affermando: «[…]Mi piaccion quelle cose
Che han sì dolce malìa
Che parlano d'amor, di primavere
Di sogni e di chimere
Quelle cose che han nome poesia»
Che han sì dolce malìa
Che parlano d'amor, di primavere
Di sogni e di chimere
Quelle cose che han nome poesia»
Ed è di poesia che si parla infatti, o meglio ancora, della consapevolezza del sé del poeta e/o dell’invito a questa consapevolezza da parte del poeta. In poesia si ritrova cadenzata nei versi, in modo più o meno latente e costante, una ricerca del proprio “io”. Un “io” che si presenta attraverso lo “sguardo” che, a sua volta, suggerisce “altro” solitamente di invisibile, impalpabile, impercettibile. Si è destinatari di un’irruzione, insomma, cui non ci si può che arrendere e dalla quale si aprono scenari improvvisi, spesso sconosciuti, a volte pericolosi, del proprio “io”.
L’ “Io”, il “Non-Io” e “Il Super-Io” sono i gradi o le altalene cui, a sommesso avviso di chi scrive, ci si imbatte quando si ha a che fare con l’afflato poetico.
Per descrivere l’atteggiarsi e l’affermarsi dell’ “Io”, a massimo livello esemplificativo, riporto Nella Moltitudine(1), poesia del premio Nobel per la Letteratura nel 1996, Wislawa Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1º febbraio 2012).
«Sono quella che sono.
come ogni caso.
In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.
Nel guardaroba della natura
c'è un mucchio di costumi: di
ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.
Anch'io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d'un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.
Un filo d'erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.
E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?
La sorte, finora,
mi è stata benigna.
Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.
Poteva essermi tolta
l'inclinazione a confrontare.
Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso».
Come manifesto del “Non-io”, inteso come contraddizione, negazione, assenza di sé, un “nonostante sé”, ho scelto una delle più sublimi voci del panorama poetico contemporaneo Cettina Caliò (Catania, 1973):
«Cadono cose e restano (2)
Cadute
In questa vita a orario fisso
tuttavia io
nell’assenza che mi porta
dove tu
arreso hai sorriso
vado
e imparo
la figura paziente dello zero»
E infine il “Super- Io” celebrato nel Poeta Nero di Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948), poeta, scrittore, attore, commediografo, regista e teorico, un vero e proprio artista eclettico, che ha vissuto il cuore della barbarie del XX secolo, catturando la propria energia oscura dal sottosuolo dei manicomi.
Artaud sosteneva: “io sono Dio”, “io sono Infinito”. Non l’idea che te ne fai, no, quella è niente, vuoto, spreco, merda, “caduta”. D’altra parte, “io sono Antonin Artaud, mio figlio, mio padre, mia madre e me”(3).
Poète noir
«Poète noir, un sein de pucelle
te hante,
poète aigri, la vie bout
et la ville brûle,
et le ciel se résorbe en pluie,
ta plume gratte au coeur de la vie.
Forêt, forêt, des yeux fourmillent
sur les pignons multipliés ;
cheveux d’orage, les poètes
enfourchent des chevaux, des chiens.
Les yeux ragent, les langues tournent
le ciel afflue dans les narines
comme un lait nourricier et bleu ;
je suis suspendu à vos bouches
femmes, coeurs de vinaigre durs.»
Poeta nero(4)
«Poeta nero, un seno di vergine
ti assilla,
poeta inacidito, la vita ribolle
e la città arde,
e il cielo si riassorbe in pioggia,
la tua penna graffia al cuore della vita.
Foresta, foresta, degli occhi brulicano
sui pinoli disseminati;
capelli di bufera, i poeti
inforcano cavalli e cani.
Gli occhi si infuriano, le lingue svoltano
il cielo affluisce nelle narici
come un latte nutriente e azzurro;
io sono appeso alle vostre bocche
donne, cuori di aspro aceto.»
Del resto, lo stesso Friedrich Nietzsche, teorizzatore del Super-Io, del suo scopo divinatorio, nel suo Ecce Homo – come si diventa ciò che si è(5) prova a spiegare il concetto di ispirazione nei poeti, parlando di qualcosa che «avviene in modo involontario al massimo grado, ma come in un turbine di senso di libertà, di incondizionatezza, di potenza, di divinità… […]». Secondo il filosofo, riproponendo quanto esposto in Così parlò Zarathustra, sembra «come le cose stesse si avvicinassero e si offrissero come simbolo – quasi che – tutte le cose accorrono carezzevoli al tuo discorso e ti lusingano: perché vogliono galopparti sulla schiena. Su ogni simbolo qui tu galoppi verso ogni verità. Qui ti si dischiudono tutte le parole dell’essere, balzando dagli scrigni che le contengono; l’essere tutto vuol diventare parola, e tutto il divenire vuole imparare da te la parola».
Nietzsche rappresenta così la sua esperienza della ispirazione, senza dubitare che qualcun altro fra mille anni la condivida e in essa si riconosca; diversamente da Mimì che non dubita di ben altro, non dubita che:
“quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell'aprile è mio”.
Riferimenti bibliografici:
1. Nella Moltitudine da parte della raccolta Attimo (Milano, Scheiwiller 2004).
2. Dall’ultima raccolta Di tu in Noi di Cettina Caliò, La nave di Teseo, 2021.
5. Friedrich Nietzsche, Ecce Homo – Come si diventa ciò che si è, Adelphi ed., 2018 (piccola biblioteca 276), pp. 98-100
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