Anna Rita Merico - "di Sole e di Mare all’alba, dicevano"

 

di  Anna Rita Merico


“Sole, grande astro orientale, berretto d’oro della mente,

che amo portare di traverso, ho voglia di giocare,

perché gioiscano i cuori finché siamo entrambi vivi.

E’ buona questa terra, ci piace, come l’uva riccia

che pende nell’aria azzurra e oscilla nel piovasco.

Dio, la beccano gli spiriti e gli uccelli del vento;

pilucchiamola anche noi, che ci rinfreschi la mente!

…”₁
S’apre l’otre dei venti e versi sbucano volando con gioia insperata nel ventre dei mari dell’anima. E’ Nikos Kazantzakis a saltare in un Novecento incalzato dai grigi di un incombente conflitto mondiale. Il Maestro si ritira in un eremo, la propria casa di Iraklio e interra incipit per un’opera immensa che, di nuovo, cerca Casa nella stessa Casa in cui è nata. La casa è il Mediterraneo e Kazantzakis è in uno dei suoi cuori pulsanti: Creta. Dall’Isola parte la riscrittura dell’Odissea. Un’Odissea ancorata ad una visionarietà giovannea ma scanzonata. Una visionarietà libera da ogni dimensione morale. Una visionarietà infedele ad ogni possibile canone. Una bestemmia lanciata nella pelle delle origini alla ricerca di pertugi capaci di ri-fondare l’umano oltre ogni umanesimo conosciuto, dato in Occidente.



“Tra le mie tempie che pulsano, dentro il grande tino,

pigio i grappoli turgidi , il mosto ribolle fiero,

e la mia testa ride e fuma al culmine del giorno.

E’ la terra che spiega le vele, o il cervello freme

e la Necessità occhi neri intona ebbra il canto?

Sopra di me il cielo ardente, sotto, il mio ventre sfiora

come una gabbianella la schiuma fresca delle onde;

le nari colme di salsedine, i flutti sulla schiena

battono e vanno rapidi, e vado anch’io con loro…”₂
Siamo ospiti alla scrivania del Maestro. Generoso ci mostra le trasformazioni del proprio corpo e della propria mente pronte a scrivere, a catturare narranti passi, a contenere messi di immagini perse e che tornano gioiose tra l’Antico e l’Oggi. E’ la terra a spiegare le vele. Il Maestro lascia che l’Ogni s’incunei nell’imbroglio leggero e voluto dei punti di vista.

Kazantzakis inizia lasciandoci fermi nell’ Aulide, là dove le navi achee salpano alla volta di Ilio. Ma i piani sono sovrapposti. La terra spiega le vele o la Necessità lascia rombare il motore del canto che urge? Ormai il corpo del Maestro si dichiara tutt’uno con salsedine, flutti, ritmi. E’ corpo slittato nel dentro del tutto d’ogni connessione con il creato acquatico. La scrittura è lente di conoscenza, il Maestro ne vuole guida come auriga. Fuori, lungo il cordone degli scogli alti, il silenzio è rotto dall’urgenza eterna delle onde da poco abitate dai plancton delle Origini. Ebbro il canto.



“Sole, grandissimo sole, che dall’alto contempli tutto,

vedo il berretto marino del Distruttore di fortezze;

diamogli un calcio per gioco, vediamo fin dove arriva!

Vedi, il Tempo ha i suoi cicli, e il Destino ha ruote

e la mente dell’uomo, seduta in alto, le fa girare.

Su, diamo un calcio alla terra, facciamola ruzzolare!

Sole, occhio vivido maliziosi, fulgido segugio,

stana e insegui la preda che amo, e riferiscimi

quello che vedi del mondo, dimmi cos’hai sentito;

io passerò nella fucina segreta del mio cuore,

e piano, col riso e con il gioco, con la carezza fonda,

pietre, acqua, fuoco e terra diventeranno spirito;

l’anima dolce dalle ali di fango lascerà il corpo,

e come una fiamma serena si perderà nel sole!”₃
Il Maestro è solo eppure chiama, chiama tutti al banchetto della trasmutazione, al Viaggio segreto verso la liberazione. Lascia all’egizio sole il compito d’ospitare la morte che porta alla rinascita. Lascia alla mente umana la possibilità di muovere l’empireo che torna in dantesca visione. Lui, nel frattempo, apre al proscenio del cuore. La scrittura nomina lieta il punto da cui sorge. E’ scrittura irrorata dal sentire presocratico cui Kazanztzakis allude tralasciando da parte intelletto e saperi diversi da quelli sapienziali.

Un dio danzante è l’Uomo. E’ Uomo che ride capace di dissolvere le ultime impronte di fango che ne hanno forgiato corpo e visione di trascendenza. E’ un rito capovolto all’interno di un divino completamente annicchiatosi nelle ossa dell’umano.

La cartografia della creazione si muove tra crepe e distruzioni, alvei di rinascite, rapisce corpo e spazio. Il contenimento chiede azione profonda per essere possibile.




“Avete ben banchettato amici, sulla festosa riva,


danze e risa, pizzichi di baci, lenti conversari,


la festa in voi si è compiuta, si è persa nella carne;


ma in me fermenta il vino e la carne si fa spirito…


Se lascio libere le parole di inseguire gli uomini,


cacciarli lungo la riva, temo che mi soffocheranno;


quando la gola sarà chiusa e il dolore un fantasma,


mi alzerò per ballare sulla spiaggia, fatemi spazio!


Dio, toglimi la prudenza, che si aprano le tempie


Si apra la botola della mente e prenda aria il mondo…”₄
La danza sulla spiaggia muove in un sinuoso Sirtaki che sentiamo sin qui. E’ Sirtaki che muove respiro di cellula. Sono pescatori al porto. La loro parola prende corpo al di fuori di ogni libro. Pulsa il vibratile della memoria ancestrale. Il Maestro raccoglie, vuole l’antico della lingua, quella incagliata nei fondi delle reti dell’oblio.

Danza, scrittura, mente-mondo. Il cesello dei preparativi all’Opera dipana tutto il proprio armamentario. E’ un’orgia d’intenti. E’ apertura di orizzonti. Siamo dentro ad un big-bang d’esultanti esplosioni. Il Maestro ci mostra i passi da Lui compiuti per accingersi all’Opera. Cosa lascia sedimentare e cosa lascia cadere nella danza del Nuovo che va impilando?




“La Libertà, fratelli, non è un vino, né una donna dolce,

né beni nelle dispense, non è un figlio nella culla;

è un canto altero e solitario che nel vento muore!

Bevete l’acqua amara di Lete, schiaritevi la mente,

dimenticate le vostre pene e gli ignobili profitti,

ritrovate il cuore fragile e vergine di un bimbo;

il cervello sia un ramo in fiore su cui canta l’usignolo!

Vegliardi, urlate forte, che vi rispuntino i denti,

i capelli si anneriscano, la mente impazzi ancora!

Giuro sul nostro signore Sole, sulla nostra regina Luna:

è un sogno fallace la vecchiaia, fantasia la morte,

tutti artifici dell’anima, giocattoli della mente,

sono un meltemi soave che soffia e schiude le tempie;

il lieve sogno di un sogno che ha generato il mondo;

assoggettiamo il mondo, amici, con il nostro canto!₅


La dichiarazione del punto di arrivo: la Libertà. Nulla che sia tra i possessi e gli oggetti che riteniamo siano piccinamente nostri. Un cambio di marcia repentino. Una radicalità capace di nominare il fardello inutile dei possessi ritenuti panacea da un sistema che mostra i propri tentacoli tossici solo a chi sa scorgerli. Il Maestro vede, pieno, l’inganno della millanteria del progresso, del cambio dei modelli di produzione. Al Maestro urge radice dalla contemporaneità per rifondare contemporaneità e possibilità di abitare il mondo.

Siamo nel periodo che va 1925 al 1938 gli echi all’ode della produzione, al capitale, all’economia, al progresso sono ancora presenti in taluni ambienti. Nubi s’addensano. Kazantzakis torna al sogno e chiede compagni di passo e di sguardo. La Sua scrittura si stacca da forme di realismo che avevano osannato positivismi progressisti.



“Compagni di viaggio, ai remi, arriva il Capitano;

madri, date il seno ai neonati perché non piangano!

Coraggio! <prestatemi ascolto, e bando alle amarezze,

narro i tormenti e le passioni del famoso Ulisse!>”₆

Qualcosa di grande è accaduto nel Mediterraneo letterario. Visioni e intenti hanno riattraversato increspature di onde lente. 33.333 versi iniziano a scorrere. Il Sole torna nell’Epilogo dopo aver pervaso l’intera Opera.



“Sole, grande astro orientale, hai gli occhi lacrimati,

il mondo intero si è oscurato, la vita ha le vertigini,

ora scendi da tua madre nella casetta delle onde.

E lei, che ti aspetta trepida in piedi sulla soglia,

ha una lampada per farti luce, vino per accoglierti.

‘ Figlio, la cena è pronta, mangia e conforta il cuore;

ho sfornato quaranta pani, figlio, quaranta otri di vino,

quaranta fanciulle annegate, ceri per farti luce;

figlio, un letto di rose è pronto, cuscini di viole;

per lunghe notti ti ho aspettato con ansia, figlio caro!’


‘Madre mangiala tu la cena, bevilo tu il vino,

madre, sul letto di rose riposa le ossa stanche;

madre, non voglio bere il vino né toccare il pane;

oggi ho visto svanire come un pensiero il mio amato’ “.₇

Il Sole torna. E’ l’ente simbolico che pervade l’intera Opera. Opera tutta snodata nel ritmo battente del respiro primordiale.

L’Odissea è stata sguantata. E’ l’immensità di una lezione su come sia possibile rifondare sapere: non da intelligenza artificiale ma da ritorno a strutture valoriali mutabili dall’azione decisionale umana.

E’ rivoluzione letteraria che intacca il simbolico dell’umanità occidentale. E’ rivoluzione capace di indicare modi attraverso cui l’esistente può essere mutato. Kazantzakis supera la consapevolezza del danno apportato all’uomo dal progresso tecnologico grazie ad un umanesimo che torna mostrandosi altro da sé. Lascia avvenire ciò dopo la lezione nietzschiana e dopo la lezione hegeliana che aveva dichiarato “la fine” della possibilità d’ogni sistema filosofico. Kazantzakis torna dichiarando la possibilità di un processo di umanizzazione che vuole indicare altro dell’umanità. Lo fa collocandosi a meditare sul termine di un percorso evolutivo che, Lui, non ritiene né vuole sia l’unico possibile.

Nella stanza accanto del pensare in poesia si dipanano le profonde connessioni tra campi di sapere. La poesia sfonda ogni steccato e, nel dirsi, diviene filosofia, storia. Entra nel dentro dello spazio letterario e ne impazza l’essenza. Così per l’Odissea di Nikos Kazantzakis.

Kazantzakis dichiara, con quest’Opera, l’infinito delle possibilità umane. E’ riscrittura dell’apertura d’ogni Sfera Mobile e Immobile. E’ Gioia dell’andare oltre la razionalità conosciuta. E’ lezione al cuore della nostra contemporaneità.



1. Nikos Kazantzakis, Odissea, Crocetti editore 2020. Traduzione e introduzione di Nicola Crocetti, Proemio pg 1 vv 1-7

2. Ivi vv 8-16

3. ivi, vv 17-30
4. ivi vv 31-34 e 41-45
5. ivi vv 55-69
6. ivi vv 70-74
7. ivi vv 1397-1406 e 1415-1417 pg 795

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