Tomaso Binga/Bianca Pucciarelli Menna, di Daniele Agnelli

di Daniele Agnelli
 



Non sono un uomo / Non sono una poetessa / Scrivo ma non so
leggere / Il mio corpo è anche il corpo della parola.

(Tomaso Binga)



E Bianca divenne Tomaso...

Gli anni Settanta segnano un punto chiave nella storia dell'arte italiana in termini di consapevolezza socio-politica e di protesta, attraverso una serie di iniziative di donne artiste, curatrici e critiche d'arte. La rivolta femminista italiana insisteva sulla necessità di riconsiderare le donne come soggetti politici, rivendicando il loro diritto all'autodeterminazione e all'autonomia sul proprio corpo, sul proprio lavoro e sulla propria sessualità. Il 15 giugno 1977, durante una performance alla galleria Campo D di Roma, ebbe luogo il matrimonio fittizio tra Bianca Pucciarelli Menna e il suo alter ego Tomaso Binga. Questa celebrazione segna la definitiva metamorfosi di Bianca, la donna impegnata, in Tomaso, l'artista a priori maschile, e suggella una relazione di sette anni tra i due. La scelta del nome Tomaso è un omaggio al fondatore del movimento futurista, Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944). Bianca/Tomaso era affascinata da questo scrittore e poeta, ma ne comprendeva anche le contraddizioni, tra cui la propensione dei futuristi per il fascismo e la loro innegabile misoginia. Quando si è appropriata del nome, ha rimosso la seconda "m" da "Tommaso" per minare quello che vedeva come il carattere maschile dominante, destabilizzando così il nucleo sonoro e visivo della parola. Questa operazione ortografica e semantica le ha permesso di stabilire regole proprie e ha sottolineato il suo desiderio di cambiare la struttura patriarcale del linguaggio. Il nome di famiglia - Binga - è una pronuncia infantile del suo vero nome, Bianca, dove il nome è stato dotato di una "g" vocale e rigida al centro, come un'intonazione.

Nata nel 1931 a Salerno, dal 1971 ha usato l'ironia e l'anticonformismo per sfidare i privilegi del mondo maschile nella società in generale e nel mondo dell'arte in particolare. La sua pratica si sviluppa attraverso il collage, l'assemblaggio, la poesia, la pittura e la performance. Attraverso i suoi scritti, che oscillano brillantemente tra testo e immagini, si colloca tra le figure di spicco della poesia performativa italiana.



IL CORPO MANIFESTO

Già nel 1972 Tomaso Binga inizia a utilizzare la scrittura "desemantizzata", una forma di scrittura automatica e illeggibile che l'artista identifica come "subliminale e silenziosa" e come «un essere vivente che prolifera come tante cellule che invadono l'ambiente». Il processo di scrittura desemantizzata è diventato uno strumento per liberarsi dalla pesantezza dei significati e delle regole linguistiche imposte. Così, la scrittura diventa quasi subliminale, agendo sullo spettatore indipendentemente dal significato fattuale o simbolico delle parole. Questo rigore e questo impegno di emancipazione si ritrovano nei lavori performativi che Tomaso Binga ha realizzato nel corso della sua carriera, come Donna in gabbia, una performance presentata nel 1974.

Donna in gabbia sfida l'immagine della donna manipolata dagli artisti maschi nella storia dell'arte moderna e contemporanea, riappropriandosi ironicamente di una certa iconografia e gestualità. Indossando una cuffietta tradizionale, Tomaso Binga mette la testa in una gabbia per uccelli, ricordando il manichino femminile che l'artista André Masson (1896-1987) mise in scena nell'ambito dell'Exposition Internationale du Surréalisme a Parigi nel 1938.

Vera e propria ode alla donna che è e che incarna, A me fonde scrittura desemantizzata e performance, facendo del corpo dell'artista il veicolo stesso di un messaggio che è allo stesso tempo artistico, sociale e politico. In quest'opera, il corpo riceve un'attenzione nuova, in quanto viene utilizzato per un complesso scopo semantico con diverse modalità di lettura.

La serie Scrittura arrampicata mette in relazione la scrittura e il corpo; dando l'impressione di trovarsi a cavallo di linee di scrittura, Tomaso Binga crea composizioni libere, in cui l'alfabeto del corpo si fonde armoniosamente con segmenti di scrittura desemantizzata.

La sintesi del rapporto del corpo con lo spazio e con la scrittura si concretizza nel lavoro di Tomaso Binga con la serie Scrittura vivente, in cui l'artista posa nuda imitando le lettere dell'alfabeto. Queste silhouettes sono apparse per la prima volta nel 1975, quando l'amica fotografa Verita Monselles (1929-2005) la invitò a posare nel suo studio. Il corpo come alfabeto diventa poi protagonista di alcune opere di Tomaso Binga della seconda metà degli anni Settanta, come Alfabeto murale. In quest'opera, l'artista trasforma letteralmente il suo corpo in scrittura in tutte le sue dimensioni fisiche, sociali e politiche, per creare un'alternativa radicale al linguaggio patriarcale.

Sulla scia della scrittura desemantizzata, e nell'ottica di un'ulteriore de-personalizzazione della scrittura, a partire dal 1978 Tomaso Binga sviluppa un nuovo corpus di opere utilizzando una specifica macchina da scrivere: i Dattilocodice sono poesie visive ottenute sovrapponendo le lettere dell'alfabeto. Questa sovrapposizione non produce testi illeggibili o giochi ottici visivi; al contrario, suggerisce una finissima stilizzazione dei simboli, in cui le lettere alfabetiche non si assomigliano più: diventando più dense, scomparendo o allontanandosi, queste lettere creano sequenze improvvise di ideogrammi inventati a caso.

Negli anni Ottanta, Tomaso Binga ha applicato i suoi esperimenti sui gesti della scrittura alla scala e alla texture della tela. Il risultato è una serie di dipinti di grande formato in cui sagome colorate di parole e lettere tremolanti si stagliano in una vibrazione dinamica del segno.



Fonti:
Tomaso Binga – Storie di ordinaria scrittura 1970/1987 (A.A.M/COOP., 1987)
Arabeschi, n° 18/2021
Corps-poesie, catalogo della mostra presso la Galerie Noisy-le-Sec (2023)

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