NUGAE - Doris Bellomusto - Al mio cuore ubriaco

 

Doris Bellomusto

Mi capita, a volte, di stare bene nella mia pelle e non volere altro che vivere la mia vita, per come è.  In quei momenti di piena felicità, ho timore di me. Prometeica nelle mie sfide, temo l'invidia degli dèi, temo la hybris che si insinua nei miei occhi avidi di cielo.

E mentre scrivo penso che ubriacarsi, forse, trova il suo significato più vero quando nasce dalla volontà cieca di sfidare gli dei e peccare di hybris e molto spesso si può essere ubriachi anche senza bere. 


Mi ubriaca la luna

come tutte le cose

lontane che non oso

contare.

Mi stordiscono le luci

accese oltre le finestre,

le lettere nei cassetti,

le parole non dette,

gli atti mancati

gli aborti spontanei

il sangue mio

giunto da chissà dove.



Al mio cuore ubriaco

- se doveste incontrarlo -

parlate piano piano,

portatelo al sole,

fategli il solletico,

tenetelo al guinzaglio,

dategli la buonanotte,

sorridete al suo risveglio,

svelategli che è vivo

e che io lo aspetto.


Sdrucita come le calze nere che indossavo ieri. Fradicia di nostalgia. Ubriaca d'amore e di morte. Borghese, proletaria, elitaria. Stronza. Stretta nei miei panni. Spinta in avanti come fossi onda, ma il mare dov'è? Sono vecchia, bambina, madre, figlia, compagna. Ho sempre il biglietto di andata e ritorno. Sono puntuale. Sono animale domestico. Randagia, quanto basta. Sono fatta di sale, di acqua e di terra. Sono polvere. Sono neve sporca. Sono strada e sentiero. Sono il velo nero che copriva le donne alla messa del venerdì santo. Sono unguento. Sono alcol che brucia in gola. Sono sola. Sono qui, ora, a metà strada fra poesia e prosa, sono una cosa dimenticata, sono la rosa del pakistano. Sono una madre, sono cielo e vento. Sono il mio ventre, sono il mio sangue. Sono questa quando mi abbandono e riesco a sentire una paura allegra, un timore ubriaco.

Resto attenta al brivido che mi ammonisce, alla paura cieca di non vedere nient'altro che la mia luce.


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