RUGIADE. Novità sugli scaffali - Ester Guglielmino - Considerazioni a margine de "Agli orli della notte" di Stefania La Via
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Stefania La Via, Agli orli della notte, Italic-peQuod, Ancona, 2024 |
Resta la solitudine Agli orli della notte, e il silenzio muto e calmo della terra che finalmente ha fatto pace con la terra. C’è un freddo umido, però, che penetra le ossa e ti ricorda quanto il nero possa essere feroce, quando smarrisci la dimensione della luce. È così che succede, quando le fiammelle dell’anima si perdono per strada, e possono essere state passioni, sogni, desideri oppure corpi e nomi che sono cresciuti al nostro fianco, che ci hanno prestato la voce e il sorriso, il sostegno di stare saldi assieme in questo spicchio condiviso di universo. Sabrina è uno di quei corpi, è uno di quei nomi, e sta ferma - in alto - ad apertura di questo bel poemetto di Stefania. Nome e corpo, caro agli occhi e caro al cuore. Potrebbe essere nostra sorella o la nostra migliore amica, la compagna di tante gioie o la carezza lieve sulle sconfitte che s’accampano più amare nei ricordi. Chi di noi non ha una Sabrina cara nella propria vita? A solcare assieme i passi che ci dividono da tutti i piccoli traguardi? Ed eccolo affiorare, allora, il passato delle risate bambine, delle ore al pianoforte che promettono pomeriggi di emozioni, e poi mariti, figli, passeggiate al mare a ricordarci che la vita è un bene che si moltiplica tra le mani degli amici:
[...]
Stendo la mano sul lenzuolo
nel letto grande e vuoto
e trovo le tue dita
quando bambine ci abbracciavamo
in sottoveste negli infiniti pomeriggi di sole
gli occhi velati, una pace
senza rumore
e tua madre che lenta accostava
le tende, per non disturbare
il nostro sonno.
Ora Sabrina non c’è più e io ho pianto per lei - giuro - pur non avendola mai vista. Mi sono immersa nella sua pelle, oltre quel cancello sconsolato che separa la vita normale dalla malattia, mi sono aggrappata al braccio che mi veniva offerto con tutta la dignità che si può trovare dentro la paura, ho incrociato per un attimo un consueto sguardo amico e ho pregato non crollasse lungo quella strada che porta verso una fine che non riusciamo a immaginare:
[...]
Per l’ultima volta hai attraversato
il cancello rosso
ti ho seguita con lo sguardo oltre la curva
dei rampicanti,
abbracciata a tuo marito.
Il tramonto ti accendeva riflessi
chiari sui capelli radi
sulla veste a fiori,
lontana sembrava ancora
la via dell’inverno
la notte cupa
che ci ha slegate.
Poi, per un lungo tratto, tra queste pagine accorate, sono stata anche Stefania: ho parlato con una presenza ormai smarrita durante le lunghe passeggiate al mare, ridendo di tutto o forse anche di niente, piangendo e benedicendo il tempo dell’estate. Perché l’amicizia è questo, è essere dall’una e dall’altra parte nello stesso tempo, è una comunione di anime che ti consente di vedere fuori ciò che puoi riconoscere in te stesso. Puoi toccare il nero, cospargerlo come cenere tra le scriminature dei capelli, benedire un pianto, confonderlo col tuo.
Eppure si conservano anche scampoli di luna Agli orli della notte, scie luminose che si riverberano attorno al vuoto del dolore: sono le mani di un figlio che ricordano quelle di una madre, una frase che arriva - improvvisa - dal passato a dimostrarti che ogni passaggio è ricchezza infinita, che per ogni perdita esiste un tesoro già capitalizzato:
Sono identiche alle tue
le mani di tuo figlio,
commossa le guardo e per un attimo
rivivi
in un dettaglio.
[...]
Allora, puoi chinare il capo, tendere le mani, rovistare con furia nuova in quel tesoro, rintracciarvi la forma e il suono; puoi scolpirli nella parola, che è ricordo, è persistenza, è gioia che consola. La parola che mai muore e che è dono di sopravvivenza, ancora e ancora:
[...]
Si sparpagliano le sillabe, si fanno
campo da fecondare
per nuove messi di dolore.
Tu sei poesia perché sei assenza,
foglio bianco, sussurro che riecheggia
dentro al nostro canto.
A tutto questo ho pensato, scorrendo la scrittura limpida, autentica, sincera di Stefania La Via; una scrittura che non cerca giochi di prestigio per consegnarci un’esperienza vera. Ho pensato a quanto possa essere lucido lo sguardo sul dolore; a quanto la parola possa sollevare in alto la consapevolezza della vita e far durare, eterno, lo spazio quotidiano:
Tu sei il tuo andartene,
il primo compleanno non festeggiato
e tutti gli altri, incompleti di te
sei le domande sospese
agli orli della notte,
perfette nell’incompiutezza
della non risposta
[...]
E, infine, ho pensato a quanta bellezza rechi in sé il mistero dell’amore, quando batte col piede sulla terra bruna e ridiventa linfa verde, parto intatto, alito d’umano che resiste allo sconforto:
[...]
E tu rinasci dalle doglie del dolore,
partorita da un verso. Intatta.
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