FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - Il rovescio della lingua
![]() |
Zeudi Zacconi |
C’è una lingua sconsacrata e irriverente, temeraria e vorticosa, accesa e forsennata. Una lingua che non lascia scampo, non lascia tempo all’opinione. Ti prende e ti attacca al muro, ti accarezza e ti schiaffeggia, ti mette a sedere e poi in ginocchio. Ti tiene appeso, insiste e ti costringe a sentire. In un crescendo di tensione emotiva, in un ritmo che incalza e non demorde, non teme, ma solo segue la voce nel dire e dire e dire ancora le cose come stanno. Come vanno rimesse al loro posto, per riprenderle di nuovo e spostarle laddove finiscono la presa. Lasciare cadere, parola e voce e vita. Lasciare e tenere, in una interpretazione scortese che non si scusa di essere tale, in una evidenza multiforme che è pennellata di colore graffiante. Che osa infastidire l’aulico per impastarlo con la materia di cui è fatto e non fatto. Che s’aggrappa alla forma scorticata della parola e la solleva ai piani della bellezza lirica.
Tutto ciò non può che creare palpiti contrastanti. Ma è nel contrasto e che si snoda il desiderio, nello scontro violento tra i versi stessi – là – dove tutto fa rumore, urta e ti sbatte contro con inaudita veemenza. Prendere o lasciare insomma, la poesia di Jolanda Insana è questo. In bilico tra umano e animale, tra vivente e morente, una sciarra amara tra due sembianze, quella dell’uomo e quella della bestia, dove non c’è prevaricazione che abbia la meglio, dove nessuno esce vittorioso. In scena – sempre – un continuo azzannarsi, nella confusione dove l’uno ora è sé stesso, ora è l’altro.
Tutto è disaccordo, tensione, spasimo. Una poetica del rifiuto all’adattamento, un’accusa ai modelli convenzionali del mondo contemporaneo, una trama di rabbia che equivale a resistenza. A rivendicazione del diritto al piacere contro chi vuole l’annientamento di ogni passione. Perché scalcolato è il desiderio quando schiuma, e allora apri gli occhi e leggi / prendi prendilo il sogno / e trema trema di desiderio / ma trascinalo alla luce sulle strade / e non sarà più laido. Rabbia, quella di Jolanda Insana che si identifica con la vita stessa. E attraverso la quale ci si riconosce creature inquiete e desideranti.
– perché ti arrabbi tanto? / – mi arrabbio, dunque sono
«Il Desiderio è la forza che muove le cose, è la sottile sostanza che ci tiene in vita, e dunque la Poesia è la poesia del desiderio: desiderio di giustizia di libertà di democrazia, desiderio di pane, di sapori forti, desiderio dell’altro. Non parte la parola dalla cultura (chissà poi se è vero, dal momento che tutto è cultura), la parola parte dai grumi e dalle ferite, dall’umido e dal secco, e va alla cultura, si ritrova nella tradizione e torna indietro più ricca per comunicare emozioni», afferma la poeta.
Un lessico disturbato, una voce insieme trasgressiva e raffinata, sublime e selvaggia, da lei stessa definita bestemmia e insulto. Questo suo fare poetico – o poesificio – questo “teatrino di pupi” le permette di fare, del triccheballacco dell’ironia, un giocoforza. Della derisione al poeta senza pepe, ruffiano pennivendolo e leccacarte, una dissacrazione necessaria alla sopravvivenza della parola stessa: eppure il poeta sfortunato / o s’impicca o è martoriato. E poi: io infuoco la posta / in questo gioco che mi strazia / e punto forte sulla carta, perché è giocoforza perdìo dare fendenti fonici.
e così ti avviso et armo / poeta
Prorompente è il costrutto, che sguscia via continuamente, che non si lascia imbrigliare scalcia, non sa stare al passo – fatta eccezione per quello assolutamente personale dettato da una scansione che esce da dentro – come un ritmo cardiaco irregolare che batte il tempo sul verso. Quasi come una percossa. Quasi come a volerlo possedere – il verso. Un’impalcatura scomposta e scomponibile, dove la lingua viene fatta a pezzi per afferrarne l’imprendibile (“abbrancare l’inabbrancabile”). E che si presta ad essere ricomposta in infiniti modi:
«e così si sconchiglia spalpita s’impoesia e, picchiacuore e fottiverso com’è, introduce nel poesificio il tritaverso e il trangugiaismi, il lustrastilemi e lo sputafonemi, tutta l’attrezzatura insomma, per “vivere canzonando in dolce scontegno”, tra vizi e sfizi in pieno sole».
Un’oscillazione di voci, una tensione dialogica e teatrale che sfocia ora in disputa ora in scherno, offesa, scongiuro. Fino alla maledizione.
e di te diranno / è morto e va cantando
***
alla poesia non c’è rimedio / chi ce l’ha se la gratta come rogna
Pronti o meno ad ascoltare, la lingua viscerale e sanguinosa di Jolanda Insana arriva a carpire il midollo dalla realtà, indaga questa carne-materia che siamo, la serve al taglio senza convenevoli né mezze misure. E sa fare carne la parola stessa, che freme e ribolle nella bocca. Mastica il quotidiano e lo rigetta quando ne ha abbastanza. “Una parola morsa dalla fame” che si sfama divorandosi, che sbrama e sbrana. Una mente cannibala “mai sazia di aggredire sé stessa e tutto il resto”.
vengo dalla fame nera che si taglia con il coltello
Un corpo a corpo con le parole, a grattare via la crosta, a raschiare la superfice ruvida dell’esistenza. Covarla – ogni singola parola – e aspettare che nasca, che esploda. Dimenticarne il senso e carpirla nuda. E poi spolparla, farla a brandelli.
Una lingua come una battaglia, come una tagliola. Una voce famelica e insaziabile. Una bocca immonda. Un arco teso. Un frammento di realtà in continua demolizione. In continua ricostruzione.
E in questo ricostruirsi della storia, anche l’uomo distrugge e reinventa la propria identità, riconoscendo l’altro in sé.
«L’uomo è una accumulazione di varie bestie. L’identità è in difficoltà già a partire dalle domande: che bestia sono io? E l’altro che è in me che bestia è? Con quante bestie convivo, se in un solo centimetro di pelle ho milioni di altre bestie?».
Questi sono i quesiti che la poeta si pone, e se da un lato sembra non avere dubbi sulla risposta: io sono un’anguilla / e scivolo / scivolo via, dall’altro c’è il tentativo di mettere a tacere l’animale: voglio restare orfana e sola / non voglio parlare con i leoni / non mi serve nessun’altra lingua / non sono una bestia / e tu taci / non fare versi.
Il conflitto della bestia clandestina che ci abita non resta lotta solitaria dell’Io, ma si fa lotta collettiva di un’umanità storta, come storti sono i nostri corpi. E dilaniati. E infermi. Eppure avidi di vita.
L’urgenza materica è urgenza linguistica, che dirompe dalla lacerazione profondissima del singolo, conficcata in quella del mondo. Saltano tutti i punti di sutura che tentato di ricucire, chiudere, riallacciare. È nell’apertura che fuoriesce lo sgarbo urlante, che insorgono scurrili pelle e voce, nei verbi e negli aggettivi dell’aggressione e della lesione – in un linguaggio potente e distorto – come tutto attorno e dentro è distorto. Nessuna possibilità di guarigione per una ferita che ha la sua radice nel cuore dell’esistenza stessa. Scegliere di vivere equivale a cibarsi della radice. E scrivere è nominarla viva e impellente.
chi non parla muore
«Al fondo la poesia di Insana mette in scena sentimenti viscerali di rabbia, di protesta, di invettiva prima che denuncia. La poesia non può essere in questo senso olimpica conciliazione col mondo, non elegge parole avvolgenti, ma forza le parole per costringerle a esprimere l’urgenza del dire».
(Giuseppe Lo Castro)
e se le parole fossero scoppiettate?
Il poeta non può restare in silenzio di fronte agli accadimenti del mondo, per questo costringe la lingua a piegarsi alle sue esigenze.
Una poesia radicale ed ispida, violenta e diretta come un assalto. Di una schiettezza così brutale da provocare imbarazzo, da voler silenziare. E dalla quale si è tentati di fuggire. E la poeta questo lo sa: mi cuci la bocca / per non sentire la mia voce. Oppure si rimane inchiodati ad ascoltare – tanto può attrarre – a lasciarsi divorare dalla sua voracità.
C’è un’unione inscindibile nella poetica di Jolanda Insana tra temi, linguaggio, corpo e suono. La poesia è un accadimento corporeo. L’atto poetico avviene attraverso un sobbalzo carnale. L’emissione del suono attraverso il movimento che fuoriesce dal corpo. Ecco allora la voce che marchia il foglio come un segno prepotente di vita, che ora sussurra ora strilla, ora biascica ora inveisce, ma mai può esimersi dal dire. A questo servono allitterazioni e onomatopee, richiami volgari e contaminazioni dialettali, assonanze, suffissi e neoformazioni. Il risultato è impetuoso, prorompente, in grado di creare uno stress sonoro che disorienta: “le parole sono prima di tutto suono, e mi affascinano e legano… le parole escono dal corpo, hanno il loro centro negli organi del corpo e sulla pelle, prima che nel cervello”, dice la poeta stessa, autodefinendosi “sputafonemi” e “gabbalessemi”, nell’intento di recuperare una lingua materica e primordiale, voce bestiale dell’animale di dentro.
La bellezza coincide con una verità che ha punte aguzze e squarcia, lama affilatissima che entra nelle carni come un coltello. E Jolanda è pienamente consapevole del potere trafiggente della scrittura, e della sua nudità: quand’è il caso / mi calo la visiera / e do coltellate di bellezza, tanto che al fumo dei “poeti senza pepe” risponde con la cruda parola-verità.
Corpi dilaniati, tagliole, fendenti, organi e buchi a cielo aperto sono immagini che ritornano nei testi della poeta, come a dire che non si può guardare altrove, che si deve tornare là dove è stato inferto il taglio, dove si sanguina e cento metri di garza non bastano. Dove è celata la verità e il segreto continua a far male.
Corporalità, coralità e paradosso si compenetrano in una mescolanza di toni che ridipingono l’ordinario. Classicità e volgare, lirica e invettiva abitano i componimenti, tra la dissacrazione e il pathos, la sacralità e la profanazione della parola poetica. Ora in alto ora in basso – al pari del suono – che si fa acuto e grave. Come le oscillazioni della vita che innalzano a sfiorare le alte vette armoniche, per poi precipitare nelle bassezze del grottesco. Come il respiro – dilatato e affannoso. Come gli spasmi del corpo.
Una voce pulsante tra dramma e ironia, tra l’avvinghiarsi alla vita e l’abbandonarsi alla caduta, tra il non arrendersi e il lasciarsi andare.
Un duello aperto tra due potenze dirompenti: da un lato la morte bocchinara e tentatrice delle oscurità, dall’altro lo scroscio della luce.
«[…] dietro o al di là della beffa, dietro o al di là dell’acuto, atroce sarcasmo, è in ogni caso, e senza scherzi, questione di vita o di morte: ed è questo, certo, a far circolare nella poesia della Insana, nel suo personalissimo impasto di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale, nel suo epigrammismo che, per naturale paradosso tende a farsi voce ininterrotta, declamazione, poema, una vena di minacciosa, rabbrividente cupezza».
Giovanni Raboni
***
Un dialogo acre e spassoso con la propria ombra, uno sguardo su quel doppio “assai poco conciliante di sé stessa e della propria poesia”, che sembra spiarla.
E un rivolgersi trafelato all’anima sbausciata, poiché il suo tremore è per il niente / maledettamente.
Una poesia teatro, teatrino, opera dei pupi. E la poeta una pupara sì, ma anche una mastra di trame e di telai, una tessitrice di vita senza riverenza alcuna, una lanciatrice di coltelli, una giocoliera di parole che crea e distrugge paradigmi lessicali con gli scatti tuonanti della voce, una macchina scarnatrice di realtà.
Hands of the Puppeteer - Tina Modotti, Mexico, 1926 |
Allora, sul palco osceno e selvaggio della vita siamo chiamati tutti – corpi trafitti – a questa interminabile lotta fra sommerso e traboccante, vivo e morente. A volte burattinai altre burattini, ma comunque presenti tra i feriti. Attori volenti e dolenti che mettono in scena questo traboccante desiderio dell’anima di sbraitar cantando / perché l’ultima parola non è detta.
Riferimenti e approfondimenti
- J. Insana, Sciarra amara, «Quaderno collettivo della Fenice» n. 26, Guanda 1977
- J. Insana, Fendenti Fonici, Società di poesia, Milano 1982
- J. Insana, Il collettame, Società di poesia, Milano1985
- J. Insana, L’occhio dormiente, Marsilio poesia 1997
- J. Insana, La stortura, Garzanti 2002
- J. Insana, La tagliola del disamore, Garzanti 2005
- J. Insana, Satura di cartuscelle, Giulio Perrone Editore, Roma 2009
- J. Insana, Turbativa d’incanto, Garzanti 2012
- J. Insana, A schiere le parole - Poesie scelte con prose e versi inediti, Marcos y Marcos 2024
- (Doria A. 2003, 8-9) Passaggi attraverso stretti, Intervista a Jolanda Insana, «Il Segnale» n.65
- «Pupara Sono» Per la poesia di Jolanda Insana, a cura di Gianfranco Ferraro e Giuseppe Lo Castro, Falco Editore -Cosenza 2019
- Giovanni Raboni, Quaderno collettivo della Fenice (Guanda)
- Autodizionario degli scrittori italiani, a cura di Felice Piemontese, Leonardo, Milano 1989
- J. Insana, La Punta della Lingua 2016 https://youtu.be/q5tqCWZKgqs?feature=shared
- J. Insana, Intervista di Roberta De Vito https://youtu.be/33VfwuAQYWI?feature=shared
Commenti
Posta un commento