FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - Ho scritto addosso la poesia

 

Zeudi Zacconi



Oggi finisce la farsa
della prigionia della mia pelle
posso sopportare tutto
guardandolo da qui.


Chiudimi la bocca. Arrossa le narici. Nero pece questa rabbia come gabbia di finzioni. Sarò io il tuo vessillo, il sigillo di altro bene, messo a decifrare il senso di ogni assenza di ogni ebbrezza. La carezza che mi hai dato ha schiaffeggiato questa farsa, ora danza la mia pelle senza sesso né colore. Dice in faccia ciò che ha visto, spazza via ogni dolore. Sono libera da qui io dimentico il mio nome. Sola danza questa voce, suo è il passo di ogni tempo, suo il tempo di ogni addio. Sono donna sono uomo, l’animale dentro il mondo – desiderio e pulsazione – del cristallo la chiarezza, la fierezza di un leone. Le mie mani sono ali, sono terra sono cielo. Io riscrivo mille vite per gettarle nell’eterno. Rovesciare questa morte. E non scordarne più nessuna.

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Che si uniscano alla mia lotta / se davvero vogliono vivere
in una mano la luna / nell’altra l’avvenire.


***

Quando il quotidiano strozza l’azione ma non la voce. Quando i luoghi strillano la vergogna di una libertà mutilata. Quando la strada è pericolo, la casa un’insidia, il pensiero umano vigliacco e rapace fagocita una verità-minaccia. Allora il corpo strappa all’oppressore la lama della parola e si fa sopportazione e lotta, sacrificio e riscatto, preghiera e rivolta. Come alla pietra resta affissa la parola al sillabario delle ragioni, con l’urgenza dell’eterno. A gridare – pulsante – mai più.

Scrivere, fino a perdere le mani. Fino a perdere il respiro. Può essere questo il costo della parola? Il costo di una vita?

Lo è stato per Susana Chávez Castillo il 6 gennaio 2011, giorno in cui è stata uccisa a soli 36 anni a Cuanhténoc, suo quartiere natale, nella città considerata la più pericolosa al mondo, Ciudad Juárez, in Messico.

Amputata della mano con cui aveva osato scrivere: la ferocia, la barbarie, l’atrocità di un gesto che non lascia scampo, non lascia fuga, non lascia appello né parole in più da pronunciare. Un taglio netto all’arto che è stato taglio alla vita e alla libertà, un taglio all’essere donna. Eppure, da quel taglio ramifica una indignazione vivida e corale che abbraccia innumerevoli voci da tutto il mondo, a gridare: “Non una di più”.

Un corpo punito e mutilato, quello della poeta, psicologa e attivista messicana, per essere stato un’opera poetica e un’azione politica. Un corpo ucciso per aver scritto addosso poesia.


[…] che nulla mi duole di più, se non il tuo corpo.
esci da me e torna dentro, perché io sono
esplosa
e i miei ricordi si tingono in te.



Non è quando rende che vale, è quando costa” dice Concita De Gregorio alla presentazione di ‹‹Prima Tempesta›› in sala Sirio, durante la fiera Più Libri Più Liberi di Roma lo scorso sabato 7 dicembre. E quella di Susana è stata una vita che è costata.

Una delle donne perdute che ha fatto della sua esistenza e della sua opera poetica una lotta contro le iniquità, un grido di rivendicazione verso la propria natura, una difesa altissima all’essere ciò che si è – donna, scrittrice e omosessuale: tre colpe tanto imperdonabili da meritare la morte.


Nessun sole deve esistere
perché lì ci manipolano
ci osservano attentamente
per mutilarci dentro.

E se tutta la sua breve esistenza ha dato corpo alla potenza e alla ferocia della parola ardente e viva, la sua scomparsa ci ha sbattuto in faccia la pochezza e l’atrocità di cui è capace l’uomo, ingabbiato nella paura e nel dogma che castra ogni balzo al di fuori dell’incasellamento giudicante ed esiliante. Ecco dunque che quel “sangue mio” diventa “sangue nostro”. Quell’intima ribellione un movimento collettivo di rivolta al sopruso, una pluralità di voci a tracciare una direzione luminosa dell’avvenire, in nome dell’unione. Per uscire dalle celle del giudizio, per staccare le etichette e addentrarsi in quella meraviglia che è la moltitudine dell’umano. Risorsa del mondo che si vorrebbe davvero abitare. E Susana questo mondo lo ha incarnato – prima ancora di conoscerlo – con tutta sé stessa.


SANGUE NOSTRO

Sangue mio,
di alba,
di luna spaccata,
del silenzio,
di roccia morta,
di donna a letto,
che salta nel vuoto,

Aperta alla follia.

Sangue chiaro e definito,
fertile e seme,

Sangue incomprensibile viaggio,
Sangue liberazione di sé stesso,
Sangue fiume del mio canto,
Mare dei miei abissi.

Sangue istante dove nasco nel dolore,
Nutrita dalla mia ultima presenza.


Tutto è sempre ora, tutto sta accadendo in un presente rovente.” Continua così Concita, a dire di una dimensione poetica dove non esiste un prima e non esiste un dopo, ma soltanto l’attimo della parola che accende la vita mentre si vive.

E poi ancora “La sua opera ha una potenza di fuoco che non somiglia a niente. È ruvida, difficile, diversa. Violenta come un’onda d’urto che travolge”.

Un’opera poetica viva, scritta in una linguamondo che cattura, scaraventa dentro, traduce in versi un sentire universale e brutalmente presente.

Riprenderla nel corpo, tradurla, è stata una festa di resurrezione. È stato come se fosse tornata, intatta, a parlare” ci confida sempre Concita nella prefazione di ‹‹Prima Tempesta››. Ecco dunque la forza intrinseca della parola che cambia forma attraversando terre e linguaggi così distanti tra loro, eppure non muta la potenza dell’intenzione originaria: quella febbre, quella rabbia, quel desiderio continuano a vibrare nella nostra lingua. E SuChaCa, come si faceva chiamare dalle amiche, torna ad essere “una compagnia lucente, illuminante, scandalosa e – in un modo molto profondo – gioiosa.”

Stare nell’opera e non nella notizia: questo è il desiderio del lavoro di restituzione poetica. Portare il lettore con sé in “questo viaggio tra i ghiacci e le fiamme”. Lì dove è bello dire, lì dove è bello stare.

Lei era dove tutto questo accadeva prima che il mondo lo vedesse, lo sapesse. […] Lei faceva senza annunciare, non annunciava senza fare. Viveva e basta, nel solo modo possibile. Nell’incanto, nella rabbia, nel desiderio e nell’errore. Lei ha segnato la strada, per tutte.



[…] e poiché volevi fermarmi, ti ho graffiato gli occhi,
ho morso le tue grida.
Ho capito che la libertà non ha catene di sangue,
che il credo non si eredita,
sono unica.


Un corpo e un testo, quelli abitati da Susana, dove le donne non potevano esistere, non negli anni Novanta, non a Ciudad Juárez. E forse proprio per questo una scrittura impetuosa e indomabile la sua, senza filtri e senza barriere, una scrittura-donna, che più vogliono far sparire più cerca vie d’uscita. Che risale dalle fosse delle vergogne – quelle vergogne che “gridano come selvaggi” – e arriva a bucare la notte dell’anima.

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[…] perché c’è libertà nella mia anima
perché oggi pomeriggio impazzirò
e non me ne importa nulla.



Ora, in un tempo dove “ogni parola ha un’eco nel mondo” non ci è più dato essere ciechi, essere sordi. Abbiamo la responsabilità della parola che irrompe e risuona, che smuove e dissotterra, che scardina e resta – questo fuoco vivo tra le mani. A noi l’audacia dell’agire, per non avere più “povera l’anima”. Perché “l’imprevisto di Juarez” continui ad essere un quotidiano inatteso che spiazza la violenza di ogni genere.



[…] Non badate al numero dei miei anni
non discriminate la mia rivoluzione
non limitatemi nel desiderio carnale

perché questo
oggi porta una musica dolce

e angeli
che si manifestano nella salvezza.



***


Divento dolore inchiodato
carne vuota,
inseguito che ti insegue,
minatore di urla,
divento abitante
di questo corpo
deserto.


[da “Corpo deserto”]


***



Dovrò tornare,
dovrò togliermi la pelle
per cadere sulla tua anima,
per entrare,
uscire dalla tua bocca.


[da “Dove la pelle si toglie”]


***


Donna istante,
ascia
che trascini,
che tagli lingue disperdendole
nella mano di Dio che si contorce dal ridere
con te.

Fuggitiva uscirò dalla tua cattura
sapendo perfettamente
che sei invincibile.

[da “Donna ascia”]


***


Certe parole cercano la tua bocca
e divorano il tuo respiro
sentendole nella carne che prende vita,
certe frasi ti riconoscono
contro te stessa, da un altro sangue,
da altri libri, da altre frasi.

[…]

Non vogliono essere sussurri
non vogliono un altro specchio,
vogliono gettarsi nelle tue mani,
fermare la notte,
separare le tue cosce,
vogliono infrangersi nella tua voce,
per risvegliare la radice della tua saliva.


Certe parole ti guardano
come un bambino smarrito che piange,
certe parole vedono in te il loro volo,
si aggirano intorno
al loro stesso desiderio.


[da “La radice della tua saliva”]



***

‹‹Innamorata della presenza e incantata dall’assenza, la poesia di Susan Chávez Castillo è un materiale incandescente: dolorosa, erotica, ironica, domestica, intrecciata al fiume di anime del mondo. È una flebo di luce che entra nelle vene vive di una terra e di un tempo dove ogni cosa di donna muore. L’incontro con le sue parole è una rivelazione, un sussurro, un’antifona di consapevolezza: da lei in avanti nessuno potrà più dire non sapevo, non credevo››.

Concita De Gregorio

#Videoentrevista Nosotras hablamos: Susana Chávez Castillo - Este País


[…] perché non ho regole per scrivere / ma scrivo per riuscire a sentire

E allora, perché quel sole che non deve esistere esista, invece. Perché questo primo giorno dell’anno sia un indizio di luce, un imprevisto di splendore nel cammino. Perché sia una scandalosa gioia, una prima tempesta.

***




Riferimenti e approfondimenti:

- Susana Chávez Castillo, Prima tempesta. Non una donna di meno, non una morta di più, a cura di Concita De Gregorio (SUR, 2024);

- https://primeratormenta.blogspot.com/ Blog aperto da SuChaCa il 26 maggio 2001 e successivamente curato dalla famiglia;
- https://youtu.be/etQT28H_VO0?feature=shared Videoentrevista Nosotras hablamos: Irma Gallo entrevista a Cristina Rivera Garza, Sylvia Aguilar-Zéleny e Hilda Sotelo sobre el Susana Chávez Castillo y su poemario Primera Tormenta, el primer libro publicado por la editorial Canal Press de la Universidad de Houston.

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