RONDINI - Melania Valenti - Le parole vivono? Le parole restano?

Melania Valenti



 

Le parole vivono?

Le parole restano?

Osservo i testi migliori sugli scaffali della libreria, quelli sdruciti dall’usura e dal tempo. Mi fermo e sfoglio una antica edizione di quello che è per me il carme per eccellenza, I sepolcri, nemmeno a dirlo, di Ugo Foscolo. Antica edizione, modernissimo carme. Mi immergo sugli appunti a margine presi con cura, scorgo lo studio accanto a ogni verso. Rivedo la mano che scrive, l’udito pronto a carpire nozioni, la mente avida di imparare. Ed immagino chi me lo donò, donna meravigliosa, troppo avanti per nascere nel 1919. Più moderna lei allora di me adesso.




Amava Puccini, la mia prozia, e il bel canto; amava la gentilezza e la neve delle sue pianure lombarde. E il "cappuccio" al bar come piccolo rito quotidiano.

E amava, con la musica, soprattutto i libri. 


Maestra elementare e poi vicepreside per una vita, Maestra di vita ella stessa. In una Italia tra le Guerre, nel suo amato nord Italia della ricostruzione, quel nord che la vide crescere e schierarsi, indomita eppure tanto rispettosa delle regole, mente acuta e carattere libero, come libero fu sempre il suo animo. Un nord che, però, non la vide morire. 

Durante la sua lunga vita, numerose volte venne a trascorrere dei mesi dove il fratello, per lavoro, si era trasferito a vivere per sempre con la giovane moglie, mia nonna, e i tre piccoli figli. Fino a quando, dopo una caduta durante la notte in avanzatissima età, mia madre non la convinse a trasferirsi a casa nostra. E da quel momento, non fece più rientro nella sua piccola e ordinata città lombarda.

Morì qui, in quella Sicilia tanto distante per usi e abitudini dalla vita metodica cui era abituata nella Varese da cui discendo anch’io per metà. Aspettò il mio ritorno da una breve vacanza, per salutarmi sul letto di una clinica e poi chiedermi di non piangere e lasciarla andar via. Io piansi molto, invece, uscendo da quella stanza bianca come il gelo che ebbi dentro; piansi, ma di nascosto, con il riserbo che lei seppe insegnarmi con l'esempio.

Era una grande donna; cultura e gentilezza, sopportazione di una beffarda cecità che la costrinse a non leggere più durante gli ultimi anni della sua vita. E allora io leggevo per lei, e scrivevo. E ascoltavo i suoi racconti e i suoi rammarichi. E lei pregava, ringraziando ugualmente Dio di averle donato quella vita. E sopportava dolori e danni al suo corpo minuto e dolente.

Le parole restano, come la presenza. 

Le parole sono ricordi impressi da chi è passato e rimangono nel tempo a parlare in vece nostra. Quando noi non possiamo più farlo.

 

Abbiate cura di ogni libro, lì c'è la storia che non va dimenticata.


(Dei Sepolcri, Carme, Ugo Foscolo, 1807)


All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro? Ove più il Sole
Per me alla terra non fecondi questa
Bella d’erbe famiglia e d’animali,
E quando vaghe di lusinghe innanzi
A me non danzeran l’ore future,
Nè da te, dolce amico, udrò più il verso
E la mesta armonia che lo governa,
Nè più nel cor mi parlerà lo spirto
Delle vergini Muse e dell’amore,
Unico spirto a mia vita raminga,
Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
Che distingua le mie dalle infinite
Ossa che in terra e in mar semina morte?
[…]




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