POESIA? NO, GRAZIE - Vincenzo Lauria - L'albero della poesia
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Vincenzo Lauria |
È
dove non si trovano parole che inizia la poesia.
Se
mi è concesso
vorrei
poter non scegliere
sotto
quale ramo sopire in questa lunga notte.
Di
questo strano albero
ogni
fronda si crede unica figlia
e
ognuna ha foglie lucenti
frutti
di()versi
fiori
di un proprio colore.
Una
propaggine incede lineare
un’altra
s’irraggia per meglio spiccare
una
terza s’avviluppa come a farsi interpretare
...
S’intrecciano
sembianze
gemmano
declinazioni
sbocciano
combinazioni.
A
ogni sibilo di vento
una
voce
un
timbro
una
radice
che
scava parola
muta
silenzi
suona
nel vuoto (grancassa)
scavalla
certezze
squarcia
e fracassa.
(Natura poetica dalla raccolta inedita Alberi improbabili)
Iniziare con un proprio testo
poetico, neanche un granché potreste liberamente dire, è più un eccesso di
protagonismo oppure un semplice modo per rompere il ghiaccio?
Di stratificazioni, sull'argomento
che stiamo per affrontare, sembra se ne siano accumulate parecchie, ma andremo,
e consapevolmente, incontro al rischio di scivolare.
"Poesia? No, grazie"!
Già e se, intenti come siamo alla
ricerca delle motivazioni della disaffezione verso le forme poetiche,
sentissimo l'eco dei primi NOOOOO provenire proprio dal nostro interno?
Se fossimo noi per primi a negare
l'esistenza (la dignità?) di forme poetiche che non siano la propria o di
quelle che ci siamo semplicemente abituati (rassegnàti?) a riconoscere?
Se fossimo proprio noi quelli
sempre pronti ad affermare a spada tratta "questa non è poesia" o a
temere derive di fronte a qualsiasi forma o contenuto che si discosti dai
propri canoni?
Già i canoni. Questione spinosa.
Meglio le tavole della buona
poesia o la poesia della buona tavola?
Poesia sottotavola, da
centrotavola ma mai sottogamba?
Sedato (ma non definitivamente)
l'io marzulliano, rimangono perplessità.
Se il comandamento prevalente si
potrebbe così sintetizzare: "Non ci sarà altra poesia oltre la mia",
perplessità rimangono, invece, su quanti e quali siano i membri di una Corte,
mobile (e poco nobile) ma pur sempre inamovibile.
A volte la fantomatica
"Suprema Corte della Poesia" consta di un unico membro: quel
ridondante e rimbombante IO a ripetere a noi stessi che negare l'altro o il
diverso servirà prima o poi a qualcosa!
Altre volte fa adepti, si unisce
in magici cerchi, proclama editti da affiggere in bacheca, emette verdetti.
Basta poco a scatenare i suoi
strali, vedendo ovunque oltraggi alla sacralità della poesia!
Già la Poesia, quel proprio
e puro monolite immune a mutazioni che mai potrà deludere, l'altare unico di un
unico versificare, quell'eden nel quale non c'è posto per alberi con rami
diseguali. Di fiori cangianti, di piante carnivore, di bestie ululanti nemmeno
a parlarne, la Suprema Corte condanna: sei fuori dal recinto. I capi di
imputazione possono essere i più svariati:
−
ti
sei macchiato del reato di contaminare la poesia con altre arti
−
di
svilire la poesia a contenuto per masse
−
frequenti
il sordido mondo dello slam
−
ti
sei venduto al glam...
D'altronde è così, perché
dubitare?
Perché vivere (e viversi) in uno
spazio aperto? È giusto così, cosa ne sarebbe delle nostre vite senza un
rifiuto a priori?
Concludo riportando il video della
performance "Guerrieri di pace",
ideata dal poeta intermediale Massimo
Mori, che il famoso refrain "questa non è poesia" mi ha riportato
alla mente (anche se il contesto nel quale è usato è profondamente differente),
capirete il perché guardandolo:
La performance, che non ha bisogno di spiegazioni, si è svolta nel 2016, in quel magico luogo che è stato "La Barbagianna, una casa per l'arte contemporanea" di Alessandra Borsetti Venier.
Una casa accogliente nella quale
ho potuto assistere a incontri durante i quali sono stato sempre stimolato
all'apertura alle forme d'arte e allevarie declinazioni poetiche. Una
bellissima esperienza che ha fatto seguito a quel già fortunato inizio che è
stato il gruppo poetico Stanzevolute,
all'interno del quale, con altri 10 portatori speciali di un proprio, diverso e
personale, modo di vivere e convivere in poesia, ho mosso felicemente i miei
primi passi.
È un esercizio continuo chiedersi
se siamo veramente qualificati per giudicare (e spesso aprioristicamente) cosa
sia poesia o meno, se non sarebbe meglio invece accogliere il divenire di
un'idea, del percorso di una o più persone, lasciando che sia il tempo a dare
risposte.
Questo non significa, a mio
avviso, che non si possano avere, com'è naturale, preferenze o sentire maggiori
o minori affinità con una declinazione poetica piuttosto che con un'altra, ma
nemmeno che si debba negarle o vedere una continua deriva in ogni naturale
evoluzione del linguaggio e delle forme di comunicazione.
Avvertenza: Barrare l'articolo
davanti alla parola poesia potrebbe aprire precipizi interiori con conseguenze
inimmaginabili! Ricordate sempre di tornare a chiudere la finestra qualora
decideste di lanciarvi nell'impresa!
Una bella quanto elegante provocazione. Grazie
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