LA MOSSA DEL PEDONE - Daniela Stasi - Il pedone si ferma in città: la topografia della Ferrara di Bassani su scacchiera
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Daniela Stasi |
Disseminata è, la mia testa:
di
frammentari luoghi, spanti;
dacché,
a
metterli assieme, mai a
sesto
regolare
è
al
respiro. Perché non scappi
via
quel
che rimase, del mio passo
destro.
[…]
(Daniela
Stasi)
Per
questo mio contributo ho pensato che solamente lo scrivere per accenni sarebbe
risultato coerente: troppe sarebbero state, altrimenti, le pietre da descrivere,
di una città cara come Ferrara.
L'immagine
di una scacchiera, poi, su cui far muovere principalmente i pedoni - di cui a
scacchi ho amato, più di altri pezzi, le mosse – mi suggestionava.
A
guidarmi sarebbero stati alcuni itinerari cari a Giorgio Bassani
(1916-2000)
[…] il passaggio dalla Ferrara delle mie origini
letterarie, alla Ferrara in tutte lettere dei miei anni maturi, non ha potuto
realizzarsi che lentissimamente e, vi garantisco, mi è costato sudore e lacrime.
Così
Giorgio Bassani nel 1980, a poca distanza dalla seconda edizione in un solo
volume del Romanzo di Ferrara,
sistemazione definitiva della sua opera narrativa in prosa.
“Guardata e indagata da ogni lato”, la sua Ferrara costituisce
il segno dell’inesausta, disperata volontà di possesso della vita stessa; o, ancor
meglio, di recupero di essa, che è il segno di ogni operazione autenticamente
poetica.
La
struttura stessa della Città - a chiudere, come pezzi di una scacchiera, nella
sua cinta muraria - si presta al movimento che fu di Bassani (e anche il mio): quasi
ad opporsi alla forza verso l’interno, che vuole ancorarti al suo cuore.
Trovando
sempre e comunque entro le Mura un punto d’arrivo peculiare, così nella poetica
di Bassani; e il fulcro – anche fisico – nella sua tomba, presso il Cimitero
ebraico di via delle Vigne.
Sulla relazione tra il reale e l’immaginario ho
perciò creduto potesse fondarsi una guida della memoria,
per frammenti, in un costante ri-specchiamento:
tale che, qualora si abbandonassero le vie, le mura, i selciati, gli scorci, i
giardini, la stazione…, questi rimanessero sempre a fondamenta, del sé più
autentico;
come avvenne per Bassani, in special modo nel suo Romanzo di Ferrara.
Una
scacchiera, su cui il Pedone s’apra nobilmente la strada all’idea delle
gloriose Corti, come l’Estense.
Pedone
a cui si deve l’onore: di cristallizzarne la memoria, anche a costo di bloccare
ogni altra mossa
e il gioco.
Sono qui dunque non soltanto per auspicare che le mura
della mia città siano salvate, ma per riaffermare che esse,
le Mura, rappresentano per noi un caso emblematico. […] Le mura di
Ferrara appartengono al centro
storico della città, anzi, entro un certo limite, sono il centro della città medesima. […] Oggi […] fanno parte del
centro storico di una città immensa che, in qualche modo, arriva ormai fino al
mare (lo ha affermato Bruno Zevi, ed io sono d’accordissimo con lui). […] Non si trovano alla periferia della
città, bensì vi stanno dentro,
sono la città.
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Giorgio Bassani |
Se il pedone degli scacchi è il simbolo del potenziale
e della trasformazione (attraverso i suoi movimenti umili che nascondono
la sua importanza strategica nel controllo della scacchiera) così lo è la
scrittura che plasmi e padroneggi - fino a cristallizzarne la memoria - tutte
le sfumature della Città.
In un tentativo eroico che eviti ciò che Claudio
Magris sottolinea nella Prefazione a Le Immagini delle città
di Walter Benjamin: come istantanee
che fermano l'effimero nell'eternità dell'immagine viva ma solo simulacri; perché
le case, le loro strade, i volti dei loro passanti hanno delle crepe che
annunciano, come le rughe su un viso, lo sgretolarsi della vita e della storia.
La catena di pedoni è stata invece il mio pezzo forte: la formazione più
complessa e importante negli scacchi che definisca la struttura di una
posizione e la caratterizzi. Soprattutto
nel caso di catene bloccate a vicenda, esse costituiscono una vera e propria
barriera per i pezzi di entrambi gli “eserciti”: con l'effetto di limitarne il
raggio d'azione.
Era questo, il modo. Per farli diventare specchio gli uni degli altri; così come per il
mondo poetico di una metafisica dei sogni di Bassani.
Barriera
che consente – come magicamente riuscì a Bassani - di tastare i muri, ascoltare
le strade, vedere e sentire - per osmosi - quello che nessuno vede; e che lui
stesso non immaginava avrebbe continuato a vedere, anche quando andò via.
In Bassani il treno è un elemento frequente. Qui lo ritroviamo in veste
poetica, lungo il percorso che dal capoluogo Bologna porta alla città di Ferrara.
Verso Ferrara
È a quest’ora che vanno per calde erbe infinite/verso Ferrara gli ultimi
treni, con fischi lenti/salutano la sera, affondano indolenti/nel sonno che via
via là spegne pievi rosse, turrite. / Dai finestrini aperti l’alcol delle
marcite/entra un po’ a velare il lustro delle povere panche./ Dei poveri amanti
in maglia scioglie le dita stanche, fa deserti i baci le labbra inaridite.
Non è un caso isolato nella narrativa di Bassani: treni e stazioni appaiono
frequentemente in romanzi come Gli occhiali d’oro o Il giardino dei Finzi-Contini, così come
nelle Cinque storie ferraresi. Si tratta di luoghi che
l’occhio attento del romanziere colma di significato, anche nel segno della
memoria.
Dalle
torri di Ferrara
vola ormai la dolce luce,
ma a una grata nera, avara,
chi ti volge, chi ti induce
o carezza della sera?
Chi risponde a una preghiera,
ad un pianto abbandonato,
con questa esile fanfara?
Oh non cada sera, alcuna
notte mai se non vi porti
per lo spazio, per la bruma,
suoni deboli e distorti,
rari, trepidi segnali,
quando le ore son più eguali,
quando più lontano è il giorno
e ogni grido è sopra il mare.
(da
“Poesie complete”, a cura di Anna Dolfi, 2021)
Al centro di Ferrara
si colloca uno dei luoghi
forse più significativi non solo per la città,
ma anche per la persona e l’opera di Giorgio Bassani: il Castello Estense, e più precisamente il muretto del fossato
su Corso Martiri della Libertà.
Il Corso Roma del Romanzo di Ferrara deve
l’attuale denominazione alla strage di matrice fascista del 15 novembre
1943 attorno a cui si sviluppa
Una notte del ‘43, l’ultima
delle Cinque storie ferraresi.
Di quell’eccidio, il primo della
guerra civile italiana, oltre al dato toponomastico, resta il luogo simbolo, reso attraverso le descrizioni bassaniane.
Da principio si può anche non accorgersene. Ma basta stare seduti per qualche minuto
a un tavolino all’aperto del Caffè della Borsa, avendo davanti la rupe a
picco della Torre dell’Orologio, e, appena
più a destra, la terrazza
merlata dell’Aranciera, perché
la faccenda appaia evidente.
Càpita questo. D’estate come d’inverno, col sole o con la pioggia, è molto raro che chi percorre quel tratto di corso Roma preferisca
tenersi al marciapiede di fronte, lungheggiante in piena luce la bruna spalletta della Fossa del Castello. Se qualcuno lo fa, potrà essere il turista con l’indice infilato
fra le pagine della Guida del Touring
e il naso all’aria, potrà
essere il viaggiatore di commercio che, la borsa di pelle sottobraccio, scappa via frettoloso verso la stazione, potrà essere il
contadino della zona del Delta venuto in città per il mercato, il quale, in attesa della corriera pomeridiana di Comacchio o di Codigoro, porta attorno con
manifesto imbarazzo il proprio corpo reso pesante dal cibo e dal vino ingurgitati poco dopo mezzogiorno in una bettola
di San Romano. Potrà essere
chiunque, insomma, ma non un ferrarese.
CITTA DELL’ARIOSTO
Giorgio
Bassani amava in modo assoluto l’Ariosto, un suo modello letterario principe. Dal
2018 la Casa di Ludovico Ariosto ospita la Fondazione
Giorgio Bassani, nata nell’aprile 2002 al fine di onorare e mantenere viva in Italia e nel mondo la memoria di Bassani. Si può ammirare la ricostruzione dello studio romano di Giorgio Bassani.
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LA CERTOSA
Per avere un’idea
di che cosa sia piazza
della Certosa, si pensi a un prato aperto, pressoché, vuoto, sparso a
distanza di rari monumenti funebri di acattolici illuminati del secolo scorso:
una specie di piazza
d’armi, insomma. A destra, la scabra facciata
incompiuta della chiesa
di San Cristoforo, nonché,
flettendosi in ampio semicerchio fin sotto le mura urbane, un rosso porticato
del primo Cinquecento, contro il
quale certi pomeriggi il sole batte davvero a gloria; a sinistra, soltanto
basse casette di tipo semi-rustico, soltanto
muriccioli delimitanti i grandi orti di cui ancora adesso questa estrema
zona nord della città è abbastanza ricca.
[...]
Sarà per [...] la sua quasi perfetta
e per- petua solitudine, fatto sta che piazza della Certosa è sempre stata
meta di convegni
di innamorati.
[G. Bassani, Gli ultimi giorni di Clelia Trotti]
CORSO
DELLA GIOVECCA
Collegherebbe all’antico luogo, detto Zudeca dei Torresini che sorge- va in prossimità della fossa della
città, poi convertita in ampia strada, oppure al provenzale Juvec, che significa Gioco, in riferimento ai giochi che si tenevano qui nel Medioevo
per la festa di San Giorgio. Un’altra ipotesi si collega all’attività della concia,
praticata da un gruppo di ebrei: il termine giudecca alluderebbe all’attività stessa e indicherebbe la conceria, indipendentemente da chi vi operava.
A introdurre il lettore in questa via è l’incipit della seconda delle Cinque storie ferraresi. Ancora oggi può succedere, frugando in certe bottegucce di
Ferrara, di mettere le mani su cartoline vecchie di quasi cento
anni. Sono vedute spesso ingiallite, macchiate, talvolta a dire il vero poco decifrabili… Una delle tante mostra corso Giovecca,
la principale arteria cittadina, come era allora, nella seconda metà dell’Ottocento. A destra e in ombra,
a guisa di quinta, si staglia lo sperone del Teatro
Comunale, mentre la luce, che è quella tipica di un dorato crepuscolo primaverile emiliano, converge interamente sul lato sinistro dell’immagine. Da questa parte le case sono basse, per lo più a un solo piano, coi tetti ricoperti di grosse tegole
brune, alla base qualche piccolo negozio, una
pizzicheria,
l’antro di un carbonaio, una macelleria equina, eccetera: tutta roba che nel
‘30, anno ottavo dell’E. F., quando pressoché di contro al Teatro Comunale fu
decisa la costruzione dell’enorme palazzo in candido travertino
romano delle Assicurazioni Generali, venne rasa al suolo senza pietà.
[G. Bassani, La passeggiata prima di cena]
Corso della Giovecca si conclude con l’arco monumentale della Prospettiva, realizzato con funzione
scenografica da Francesco Mazzarelli tra
il 1703 e il 1704
La porta monumentale compare in uno dei componimenti poetici di Giorgio Bassani,
con la porta che sembra
ingigantirsi provenendo e procedendo dal Castello.
Si tratta di Rolls Royce, una delle liriche
bassaniane più alte ed efficaci nel raccontare il sentimento dell’esule. Con
la voluta e commossa sapienza di avvicinare e dare una necessità a momenti
diversi, Bassani può offrirci la profondità simbolica del cammino verso il nulla,
tra ricordo dell'infanzia ed evocazione scandita con il nome delle strade e dei
luoghi di Ferrara, in un componimento esemplare come Rolls-Royce: «subito
dopo aver chiuso gli occhi per sempre / eccomi ancora una volta chissà come a
riattraversare Ferrara in macchina [...] Avrei voluto gridare alt al rigido /
chauffeur e scendere ma la Rolls [...] ormai fuori / Porta già volava per
strade ampie e deserte/ prive affatto di tetti ai lati e affatto sconosciute».
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Scorcio di Ferrara |
Subito dopo aver chiuso gli occhi per sempre
eccomi ancora una volta chissà come a riattraversare Ferrara in macchina
– una grossa berlina metallizzata di marca straniera dai grandi
cupi cristalli forse una Rolls –
A scendere ancora una volta dal castello Estense giù per il corso Giovecca verso il roseo
ghirigoro terminale della Prospettiva che intanto piano piano si faceva grande entro il concavo
rettangolo del parabrise
Lo chauffeur d’alta e dura collottola seduto a dritta davanti certo lo sapeva molto bene da che parte dirigersi né io d’altronde
mi sognavo minimamente
di rammentarglielo
ansioso com’ero di riconoscere sulla sinistra la chiesa di San Carlo
più in là a destra
quella dei Teatini
a lei contro già fermi così di buon’ora in crocchio sul marciapiede dinanzi alla pasticceria
Folchini
gli amici di mio padre
quando lui era giovane
i più con larghe lobbie
beige in capo alcuni con tanto di mazza dal pomo d’argento
in pugno
ansioso anzi smanioso
com’ero insomma di ripercorrere l’intera
Main Street della mia città in un giorno qualsiasi
di maggio-giugno attorno
alla metà degli anni Venti un quarto d’ora avanti
le nove di mattina
Quasi sospinta dal suo stesso soffio lussuoso
infine la Rolls svoltava laggiù per via Madama
e di lì a poco in via
Cisterna del Follo
e a questo punto ero io non più che decenne
le guance di fuoco per il timore d’arrivar tardi a scuola
a uscire in quel preciso istante coi libri
sottobraccio dal portone
numero
uno
ero io che pur continuando a correre mi giravo indietro
verso la mamma spenzolata dalla finestra di sopra a raccomandarmi qualcosa
ero io proprio io che un attimo
prima di sparire
alla vista di lei ragazza dietro l’angolo levavo il braccio sinistro in
un gesto
d’insofferenza e insieme
d’addio
Avrei voluto gridare alt al rigido chauffeur e scendere ma la Rolls
sobbalzando mollemente già lungheggiava il Montagnone anzi ormai fuori
porta già volava per strade ampie deserte
prive affatto di tetti ai lati e affatto sconosciute
Riferimenti bibliografici
G. Bassani, Una notte del ‘43,
in Opere, Il romanzo
di Ferrara, Mondadori, Milano 2001
G. Bassani,
Il giardino dei Finzi-Contini, in Opere, Il romanzo
di Ferrara, Mondadori, Milano 2001
G. Bassani, Gli ultimi
giorni di Clelia
Trotti, in Opere, Il romanzo di Ferrara, Mondadori, Milano 2001
G. Bassani, Dietro la porta, in Opere, Il romanzo di Ferrara, Mondadori, Milano 2001
G. Bassani, La passeggiata prima di cena, in Opere, Il romanzo
di Ferrara, Mondadori,
Milano 2001
G. Bassani, Gli occhiali
d’oro, in Opere, Il romanzo di Ferrara, Mondadori, Milano 2001
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