FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - "Il Baratto dell’Invisibilità”

 

Zeudi Zacconi

Barattare l’invisibilità con la vertigine. Un vetro appanna la scintilla, il cardio è l’unico rintocco nella nebbia che appesantisce il giorno. Nessun tuono all’orizzonte. Resta accesa un’alba alla finestra – s’impone di resistere – si lascia andare, scivola il barlume indefinito della tua ombra. Verosimile che sia tu. Scompari, non ti vedi. Non ti vedi, scompari. Fra il tavolo e l’uscio troppa strada. Suicida la ragione a filamenti, è sdrucciola amnistia dello scontento. Un sole acceca il buio, pesta l’estate dei sorrisi. Sguardi visi ossa turbate, sonnolente. Sono lente. Ore. Come giorni. Anni, gli uni dietro agli altri messi fila. Migranti. Una cieca sparatoria i pensieri compulsivi. Maniglie d’ottone, che non aprono nessuna porta sul presente. Stato – vegetativo assente. Il tempo scorre, non scorre più, non è più tempo. Non io, non tu. Nel passare, che si fa di lato senza chiedere di te. Resti          avanzo – trapassato – consumate dita alla finestra. A sbranare compromessi. E metti     sotto inchiesta tutte le ragioni del tuo vivere fantasma. Di un’ asma orizzontale che ti schiaccia il cuore e lo comprime. Ora è singhiozzo. Ora è morire. Gli arti non rispondono. La volontà ha perso la lingua. Vile l’ossessione si fa strada nelle appartate stanze del silenzio. Il sibilo un serpente che sa aspettare il suo momento. Si sfama e pulsa, per ogni sonaglio un rapimento della forma. Maschera. Blocca l’afflato al surreale, non scappare più. Restare immobili. Fingersi morti. Non respirare. Non respirare. Non respirare.



La parola frammenta l’Io e lo ricompone, lo scaraventa brutalmente nelle cose del mondo e dalle cose del mondo lo allontana sino a dissolversi. L’alienazione dal reale è straniamento da sé, sdoppiamento, invisibilità. In una immobilità quotidiana che intorpidisce la mente e sfianca il pensiero al punto da contorcerlo, annebbiarlo. Emerge l’alter ego con cui il dialogo interiore si fa ricerca di equilibrio, sul filo di alta tensione che ora tiene a galla ora fulmina, ora salva ora smaterializza. Ora “sono niente non lo vedi / se manca la parola / torno vetro sono urna / per sempre vuota” [1] e ora “nessuna parola è buona, / nessuna poesia.” [2]

 

Un Io instabile, doppio, in bilico tra il troppo sentire e il non sentire nulla – o sentire il     nulla – tra l’eccesso di sé e la propria astrazione. Una scissione che disorienta fino alla scomparsa.

 

Se mi sdoppio sento meno

si divide tra me e l’altra me questo abisso

e per un attimo ci credo

di non esistere davvero [2]

 

Così la percezione dello sdoppiamento, la crisi dell’Io, il trauma della molteplicità – di parti non coincidenti di se stessi – relegano in una dimensione di non-vita.

 

E dentro franano rocce

a dire chi siamo scissioni

fratture, violenti uragani.

Poi, il nulla. [1]

 

I frammenti dell’Io sparpagliati per casa. La tana. Un’immagine labile, precaria, che oscilla tra l’appartenenza e l’assenza. Tra il dentro e il fuori. Intanto la parola, a tentare di ricomporci. A sostituirci. A permettere il transito del verbo intransitivo che ci definisce e ci imprigiona. A traghettarci oltre la frattura.

Tra la sfocatura e la messa a fuoco siamo – e non siamo – esistenze latenti.




In me io ero / e non ero



Il dialogo con l’ombra, il doppio, la rarefazione, sono temi ricorrenti negli scatti di Francesca Woodman. In essi il corpo della fotografa sembra un corpo-fantasma che si confonde con l’ambiente – spazio in decadenza – un luogo-non-luogo decomposto e abbandonato, come decomposta e abbandonata è la sua interiorità.

Una presenza annebbiata che appare e scompare, si manifesta e si dissolve, nel mezzo di una desolazione esterna rivelatrice di un profondo vuoto interiore, dove alberga la perdita e l’Io si polverizza.


La scrittura diventa l’unico modo per tenere insieme i pezzi, per non sentirsi destrutturati, polverizzati, per salvarsi. Così è per Alejandra Pizarnik, “Persisto perché se non scrivo sono un essere frantumato”. E ancora, “devo scrivere o morire”.

Nello sdoppiamento noi siamo l’alienatore e il mostro, l’esecutore e il sabotatore, la metà che muore e la metà che sopravvive alla morte. Quella prima persona singolare ferita: “la mia persona è ferita / la mia prima persona singolare”.

Una scissione che spaventa – quella dello specchio – tanto da sentirsi invasi, abitati dall’altro-da-sé. Altro che conduce alla caduta, alla scomparsa, all’oblio: “Paura di essere due / sulla via dello specchio: / qualcuno che dorme in me / mi mangia e mi beve.”



Scivolare nel dentro senza perdersi, silenziare la voce senza silenziarsi, specchiarsi con l’immagine latente – la terza persona singolare da cui si è abitati – senza distruggersi, senza esserne fagocitati, senza soccombere all’inerzia divoratrice. Senza sparire.

Riappropriarsi delle proprie mancanze specchiate – e in qualche modo restituirsi ad un Io integro – è un lavoro di ricostruzione continua e costante che non esclude ricadute. Demolirsi totalmente per una nuova epifania di sé, possibile soltanto con l’uccisione dell’Io estraneo, con la fusione tra le due versioni.

 

Ma se da un lato le parole cercano di ricomporre, suturare parti, dare una forma, configurare questa persona: “tutta la notte attendo che il linguaggio riesca a configurarmi” tanto che “Forse le parole sono l’unica cosa che esiste”, dall’altro fanno emergere la terribile dissociazione dal reale e da se stessi, l’irrimediabile distanza che le fa precipitare nel vuoto dell’assenza, “verso la nera liquefazione”. Vuoto incapace di proteggere dall’assalto della frantumazione schizofrenica. E allora, solo resta “lo sfacelo delle parole”.

Dalla ‘parola-cura’ alla ‘parola-trauma’ dunque, e viceversa, nella ricerca di un luogo interiore di non abbandono e di non perdita, in grado di riflettere interamente e integralmente chi siamo.

La ricerca poetica (e così anche la ricerca fotografica) corre costantemente il rischio di cadere in quell’impossibilità di dire l’inquietudine di un mondo ‘troppo indicibile’. Mentre ad esso tenta disperatamente di sopravvivere, intera. Visibile.

 

 

La frammentazione dell’Io


Dentro di me addensano

tante Io, troppe che poi

non so più dire di me

l’Io che sono.

Sfugge la rotta dell’una

nel tentativo di raggiungere l’altra.

E sempre la singola mi perde.

Mi disorienta l’intero, lontano

il tutto di me che non sono

inarrivabile forse – questa assenza

di struttura è pericolo. Riesco

a fiutarlo, lo sento

arrivarmi alle spalle.

Sceglie sempre la notte, il silenzio.

Non giunge a coprifuoco la

ricomposizione della cenere –

sovrappone sconfina divampa

e non contiene mai il tutto che

sfugge. In questo rincorrermi

nell’altra me – non solo

mi sdoppio – mi strappo,

a me vengo meno, mi manco.

E poi mi frammento. [1]



 “Sì, bisogna ricoprire di poesia le fratture, le crepe, i buchi…tutto quello che convoca la presenza dell’assenza (o dell’assente).”

 

 

 

Riferimenti:

- Alejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia, Crocetti, 2004 (trad. di C. Cinti)

- Alejandra Pizarnik, Il ponte sognato. Diari, vol 1 (1954-1960), La Noce d’Oro, 2022

- Alejandra Pizarnik, L’altra voce. Lettere 1955-1972, Giometti & Antonello, Macerata, 2019

[1] Zeudi Zacconi, frammenti di inediti

[2] Zeudi Zacconi, stralci da Senz’angoli è il mare a cui mi aggrappo, 4 Punte Edizioni, 2023

* Scatti di Francesca Woodman (1958/1981) https://archive./orgdetails/066371woodman/


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