RUGIADE - Stefania Giammillaro su "Scrivere cura il nervo" di Sebastiano Adernò
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Stefania Giammillaro |
“Scrivere cura il nervo”, la nuova silloge di Sebastiano Adernò di imminente uscita per la Casa editrice siciliana Ilglomerulodisale, è preghiera occipitale che, come il corrispondente anatomico – celebrale, cura il nervo favorendo la visione dell’insieme umano.
Un Umano che dalla “Terra vomita Atlantide” e anela al “non plus ultra” delle Colonne d’Ercole, aprendosi alla conoscenza dell’ “oltre-il-possibile” verso un’ascesi che brulica il sentire sotto pelle e non ha il sapore di gloria, ma di realtà nuda, cruda e, al contempo, ardentemente spirituale.
Adernò ci trascina negli angoli più spigolosi di uno sciamanico vibrare mistico, solleticando il Divino cui non crede, ma sfida ad armi pari: Dio è maiuscolo, ma solo per qualche ultimo strascico obliterato di educazione.
“Dopo aver ucciso Dio a colpi di tosse”
Dio è deriso, additato, un “Dio genuflesso” al quale “cadde il mondo dalle gambe” e diventa ancora una volta strumento, cavia, capro espiatorio della condanna dell’uomo sull’uomo, ma, stavolta, il capo d’accusa è formulato dal poeta-osservatore attento.
“Dove? Vostro Onore? Mi mostri.
Ora che è appeso alla croce,
e di quale identità precaria
vorrebbe inchiodare ancora il Salvatore?
D’aver poco pubblico o di confondere
la preghiera con lo spettatore?”
Il nostro autore sembra stigmatizzare la divinizzazione – sociale della “identità precaria” moderna che non si redime dal peccato della cecità egotica, “che martella i piedi alla redenzione” e, per l’effetto, non ha possibilità di salvezza.
“Dio è la folgore, Dio è il tuono.
Padre, figlio, frastuono”
Ma Dio è anche tenero bambino capace di inventare le più belle poesie d’amore:
“Da queste camere separate.
Ogni tramonto è una sentenza, a sera.
Il silenzio t'assale e resta da riparare.
Sarà fango, ma ti amo.
Serve altra questua? Altra offerta?
Stupendo strazio.
Luce, fame ed il suo frastuono.
Il verme orgoglioso d'aver bacato tutto da solo.
É un mosaico. Da ricomporsi.
Il mattatoio di fronte al mare.
Mastico che non esisto.
Zingara cinta da un lago.
Brindiamo alle croci storte
Trema la luce.
Cresce poco la semina.
Aste truccate. Bambine scalze.
Ti amo e non capiresti
che bugie così belle finora solo Dio
le aveva inventate”
Se “Dio si fa bella. Rompe il mistero”, “Dio si fa buono. Tuona. Perfino”, la Madonna fotosensibile è sempre madre, esente da colpa, liberata e assolta poiché il cielo non sussiste e il figlio non esiste se non in sua presenza: “getta l’àncora, le spade, l’amore per questo/figlio che deve nascere tra l’edera/e le carte s’arrampica”.
Nelle trame intrecciate di questa poetica invocazione, l’attenzione per la parola, o meglio, per il “suono” della parola, si fa nervo che intercetta ogni più recondito scandaglio semantico.
Adernò è dotato di un acume geniale nella cura del linguaggio, che rievoca la potenza musicale di rosselliana memoria o la sinuosità versificatoria alla Dylan Thomas maniera.
La forza evocativa della parola poetica è corroborata e si identifica nel significato “altro” che l’autore recupera attraverso l’estensione sonora della stessa. In ausilio a siffatto lavorio poetico-semantico si annoverano le allitterazioni quasi onomatopeiche: “La Croce ostina la pelle/dove l’urto è rappreso/fino all’ustione/L’urlo è rappreso/come i gemiti di uno stupro/La Croce ostina con sopruso/ad estirpare fino all’ultimo fiore.
La cadenza ritmica è regolata scrupolosamente da rime alternate, anche baciate, a volte interne, come attraverso l’adozione di uno stile “cantilenante” che richiama l’andamento del salmo responsoriale o della preghiera dei fedeli, ove si insinuano tracce dannunziane.
Rosa di sangue, mentre
per mano e per carne
mi porti al malanno
io baratto le armi
col tormento
di affondare nella polpa
porpora delle tue labbra.
Kyrie eleison
Col morso
amore al frutto
pace al corpo.
Kyrie eleison
Con amore
mordo il frutto
arreso al mondo.
Kyrie eleison
É giorno. Disegno un cuore
Lo faccio tondo. Mi ci infilo.
Colpevole senza sconto.
Kyrie eleison
Piove. Taci.
Col dolce insorgere
pace dei tuoi baci.
Piove, e tu mi dici:
prendi quest’acqua.
Esercizio della sete
come le scale, come
la pace. Principiante.
Da ripetere.
Sapiente ed originale anche l’uso incrociato di figure retoriche, come la metafora nella sineddoche “strapperà le tonsille dal campanile” o l’ossimoro nella paronomasia: “Carestia eucaristica”.
Quello di Adernò non è solo un viaggio, ma un recriminare i fondali marini, dalla Sicilia “deposito delle radici”, attraversando binari su un “cielo color Parigi” per ritornare nuovamente alla Catania “Zingara del parco”.
E’ un sublime gioco di emozioni pure, semplici, ma imperscrutabili, che confonde “un tumore al posto delle fragole” e recita un’ultima richiesta: “Padre Nostro” “prendi questo corpo rotto e fanne verbo” “che non bastano i giorni/per tutte le ragioni del pianto”.
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Sebastiano Adernò |
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