RONDINI - Melania Valenti - TRE PER TRE. Poesia degli anni '90 - Nagy, Pataro, Cardelli
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Melania Valenti |
Per la mia Rubrica
"RONDINI", inizio oggi una rassegna di poet* contemporane* nat* negli anni '90.
In questo spazio presenterò tre testi di tre poeti/e, senza intervenire in alcun modo e offrendovi la loro fresca lettura
come un vassoio di frutta appena raccolta.
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Noemi Nagy |
*
Poi hai ripreso di colpo a respirare:
ti sei fatto togliere i tubi dalle braccia,
portare le sigarette Philip Morris One
per colazione una manciata di farmaci.
La scorsa notte sei andato
e ai medici pare tu abbia chiesto perché
cazzo ti hanno riportato indietro, poi riso.
Nel caso me lo stessi chiedendo
comunque non c’è proprio nulla di là
nulla: no luce, no tunnel né cazzate
Nostro padre e nostra madre da Lugano su Zoom:
cosa ti hanno detto in ospedale?
Hanno detto Buongiorno
No davvero
hanno detto così.
E poi?
Arrivederci.
Oggi avete cucinato il csirkepaprikás:
facendolo sobbollire a lungo
siete andati a camminare nei boschi
attorno alla casa bianca.
L’hanno ridipinta – fai – è una schifezza
*
«Credi dovrei appendermi?» alla Dosenbach
provando le scarpe in ungherese, ovvio
al terzo antibiotico della settimana
fatichi sulle scale mobili, il tuo sguardo
come di cani in tangenziale legati
al guardrail: «non so cosa dirti, mi dispiace».
Capisco, i trasalimenti di una vita al chiuso
sono minimi o qualcosa del genere
ma così esageri non esci più di casa se non
curvandoti per esporre la schiena
nuda sfili i nervi dalla colonna vertebrale
uno ad uno come scorrendo il rosario
con cura intanto mi rimproveri: ricorda
«malattia non è solo il disordine»
*
Prendere in pieno quel cervo in tangenziale
era inevitabile mentre distinguevi dai sassi
sedimenti altre scorie:
quel buco al centro viene scavato dall’acqua
l’hai sentito in tv, su quella svizzera
pure qui vedi in questa regione di confine
(contro i piloni della luce)
li chiamano specchi guasti. Ma questo dopo,
prima, lungo il tragitto hai smesso di parlare
al pronto soccorso ripetevi solo szépen
lassan.
(da L’osso del collo, in XVI Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2023, a cura di Franco Buffoni, prefazione di Fabio Pusterla)
*****
Noemi Nagy è dottoranda in Filologia moderna presso l'Università di Pavia, dopo essersi laureata con una tesi dal titolo La figura e l'opera di Philippe Jaccottet come traduttore della poesia italiana del XX secolo. È stata caporedattrice della rivista universitaria Inchiostro ed è attualmente caporedattrice del web magazine lay0ut; collabora con la rivista di Cinema, Serie e Teatro Birdmen Magazine.
Compare nel prestigioso Sedicesimo Quaderno italiano di Poesia Contemporanea edito da Marcos y Marcos nel 2023, con la raccolta L’osso del collo.
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Lorenzo Pataro |
*
I morti accatastati come legna
nelle tombe, polvere di semina,
le ossa a brillare accese dai lumini,
i falchi-guardiani a sorvegliare
il loro sonno primordiale.
I morti sono i tarli della neve.
*
Sentire come allora. Bambini-parco-giochi.
Sentire la vita come allora e in un punto
preciso, dentro al petto. Chiaro nitido
pungente. Accorgersi del noto.
Lo spazio tra le cose, tra il piede che si alza
nella corsa e il piede-ancora che tiene.
Polvere, il radioso nello spazio
tra le dita. Sentire un freddo che è lontano,
acuminato. Universo che semina nel petto
qualcosa di antico e benedetto.
In cerchio si osserva la ferita al ginocchio
del bambino, sangue e pelle, il suo frantumo.
Sentire come allora. Farsi tana e nascondersi
era un modo per lasciare il mondo vuoto, farsi
mondo nel mondo e nascondersi nel vuoto
lasciato dalle cose. Qualcuno ci cercava.
E noi acquattati come i morti. In attesa.
Trattenendo il respiro come loro.
*
Il ramo-lucertola spezzato, l’incavo
del riccio di castagna ad accogliere
il respiro dei dispersi nella luce,
le mani-radici nella terra, i palmi-catini
colmi d’acqua, la fronte che è un viale
in attesa delle foglie. Quanti corpi
attraversiamo, in quante forme migriamo
braccati come lupi nella notte.
(Da Amuleti, Ensemble 2022, prefazione di Elio Pecora).
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Lorenzo Pataro (Castrovillari, 1998) laureato in Lettere moderne, studia Filologia Moderna all’Università di Salerno. Ha pubblicato le raccolte di poesie Bruciare la sete (Controluna, 2018) e Amuleti (Ensemble, 2022), semifinalista alla prima edizione di Il Premio Strega poesia. Sue poesie sono state pubblicate su riviste e quotidiani. Fa parte della redazione di Inverso – Giornale di poesia. Ha vinto diversi premi, tra cui Ossi di seppia nel 2021 e Ritratti di poesia nel 2023. Collabora con il quotidiano Il Foglio.
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Pietro Cardelli |
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Rinunciando a qualsiasi diritto
È difficile capire che non c’è ragione né torto nelle cose,
solo sviluppo, azione, avvenimento.
Eppure
quando come unico fine resta l’accettazione
si finisce per perdere anche tutto il sacro
che c’è
nelle cose.
Io, da parte mia, non ci trovo niente di sbagliato
ad essere noi stessi cose.
Così ho imparato a eliminare l’eccesso
e a sostituirlo con una nevrosi di autocontrollo.
Ho iniziato a pensare ai sentimenti
come a file del computer,
da aprire, chiudere, gettare nel cestino
senza che niente, intorno, ne risenta.
Ho capito che l’attesa è importante
e che deve essere coltivata in solitudine
tra silenzio e silenzio,
azione per azione.
*
È preoccupante però
il risultato. Lo spazio tra me e te,
ciò che ci separa,
non è più incomprensione,
ma diversa forma –
cosa e persona.
«Non perdere tempo a cercare una scusa».
Dopo il primo gesto
Si muoveva senza alcun tipo di controllo,
i suoi movimenti, anche i più futili o insensati,
si adeguavano a un ordine prestabilito,
il suo esistere si verificava nell’accettazione.
Era facile trovare la giusta posizione allora,
il tono con cui pronunciare discorsi importanti,
la postura ben eretta, le spalle larghe, il bacino vivo.
Gli altri si conformavano a lui, lui agli altri
c’era rispetto e ammirazione.
Di colpo, dunque, il vetro si è infranto
ma l’insetto dietro la finestra
non ha reagito né ha fatto parola.
Avevamo bisogno di un consiglio, di un ordine,
di un destino, non di frammentarci qui dentro
come animali metallici. È rimasta la paura quindi,
fangosa come una memoria a venire,
profonda nella pelle scavata. Servirà del Cif
per cancellarla, un coltello.
(da Tu devi prendere il potere, collana “Lyra giovani”, Interlinea, 2023, con una nota di Stefano Dal Bianco).
*
Mondi possibili
Le montagne di oggi, grigie e senza neve,
sono l’unico mondo possibile.
Il vento le ha erose rapidamente
anno più anno meno. Rimangono rami
di abeti alla deriva, inclinati verso il precipizio
e una ragnatela di cavi.
Gli sciatori lasciano solchi sulle piste,
ognuno cancellando quelle di chi lo ha preceduto
e parlano lingue slave, con cattiveria;
l’appartamento ha cambiato l’insegna,
la seggiovia ripete il suo cammino.
Tutto questo – e anche ciò che resta
degli inverni passati, della familiarità
di questi luoghi – sento che mi appartiene,
come una colpa o un destino.
Di quello che ieri vedevo ed era permesso
resta poco o nulla. Resta la neve, appena, sui rami,
e i cavi, tralicci che scavano gli abeti.
Quando iniziò la bufera la guardammo tutti
con superiorità e distacco, come fosse un gioco per bambini
o una gioia improvvisa.
Il piacere – dici adesso – non c’è male più grande.
(da Nel pieno di nor, in XVI Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni, prefazione di Massimo Gezzi, Marcos y Marcos, 2023)
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Pietro Cardelli (1994) vive a Firenze. È redattore della rivista on line di poesia e poetica Formavera e fondatore del collettivo Liberamente. Nel 2019 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, La giusta posizione all’interno del volume Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, Milano 2019. Del 2023 è “Tu devi prendere il potere” collana “Lyra giovani” di Interlinea con una nota di Stefano Dal Bianco.
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