Alessandro Cannavale - Intervista a Giuseppe di Matteo

 

Alessandro Cannavale


Giuseppe Di Matteo è un giornalista professionista. Si occupa prevalentemente di cultura. Collabora con QN e altre testate. Scrive poesie da molti anni, adottando preferibilmente la versificazione tramite il frammento, quasi a significare l’esito di una detonazione emotiva, il lavorio quotidiano sulle macerie che molti, tanti nostri contemporanei devono fronteggiare, sul piano lavorativo o su quello relazionale. I versi di Di Matteo sono diretti, graffianti, talvolta latori di languore e nostalgia.

Ha pubblicato due sillogi con l’editore Les Flâneurs: ‘Frammenti di un precario’ e ‘Cronache quotidiane’ e, con 4Punte edizioni, ha pubblicato ‘Meridionale’ e, ora, il suo nuovo lavoro: ‘Volevo fare il giornalista’. Su quest’ultimo, ho voluto rivolgergli alcune domande.

Giuseppe Di Matteo


Una precarietà poliedrica è il motivo dominante del tuo nuovo lavoro. Il frammento è forse la forma che più si addice alla condizione precaria?

«Non so se si addica alla precarietà, di certo si addice al mio modo di raccontarla, in ogni sua forma. Il frammento mi permette di cristallizzarla. Non mi interessano i giri di parole né gli artifici retorici. Intendo colpire chi legge in modo chiaro e diretto, ovviamente cercando di giocare un minimo con le parole. Non sono versi buttati un po’ lì o pensieri pop, ci tengo a sottolinearlo. Lascio queste strategie di marketing letterario ad altri».




Oltre la disillusione si coglie, forse, la scoperta di nuove vocazioni. I naufragi danno senso e rotta?

«Non credo. Stiamo andando verso il peggio, ma proviamo ad abbellirlo in ogni modo. Tra l’altro, spesso spacciamo per vocazioni ciò che in realtà sono professioni o abilità. Aggiungo, visto che lo scrivo in modo chiaro: nella nostra società “Vincono i cattivi/perdono i buoni”. Funziona così, il resto sono chiacchiere consolatorie o zucchero su parole vuote o fredde. Per questo poi vincono una certa letteratura o poesia che tendono a consolare».




Si può parlare di una silloge di amore odio per la professione giornalistica?

«Né l’uno né l’altro. Nel mio caso restano solo tanta rabbia e delusione. ‘Volevo fare il giornalista’ è tra l’altro solo l’ultima tappa di un viaggio di parole che è cominciato qualche anno fa con l’analisi poetica di una parola in particolare: precarietà; che non è legata solo alla mancanza di lavoro e di un futuro certo. In quest’ultimo caso, e mi riferisco a ‘Volevo fare il giornalista’, ho cercato di raccontare i problemi legati a una professione che a mio parere non è affatto la più bella del mondo. Con una precisazione: la mia è ovviamente la voce di chi non ce l’ha fatta. E tuttavia: se anche avessi fatto un minimo di carriera e le cose fossero andate meglio, non avrei cambiato idea. Per ciò che ho visto e vissuto, questo è un mestiere caratterizzato da sgarberie, colpi bassi, ingiustizie quotidiane. Nessuno ne parla. Poi c’è la questione portafoglio: i giornalisti, a meno che non siano divi, fanno la fame. Le assunzioni si contano sulle dita di una mano. Ma soprattutto: spesso è difficile avere un’occasione perché quello giornalistico è un mondo all’interno del quale spesso – per fortuna non sempre - contano molto le relazioni; il talento conta molto meno. Ho cercato di raccontare tutto questo partendo dal mio vissuto personale per mettere insieme un patrimonio, triste, di esperienze comuni. Lo preciso: la mia non è un’autobiografia poetica. Chi leggerà il libro si ritroverà facilmente in tante situazioni».

Volevo Fare Il Giornalista - Giuseppe Di Matteo



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