Su la rosa bianca, Gisella Canzian-Inediti-a cura di Melania Valenti

 

Nota critica a cura di Melania Valenti

Conosco Gisella Canzian attraverso i social. La verità delle persone, per chi vive di piccoli particolari, di poche frasi che scorge nel mare magnum delle condivisioni, appare manifesta anche attraverso lo schermo di un Pc. Da qualche anno sono sui social, da altrettanto tempo sostengo che spesso si conosce meglio una persona, e più velocemente, attraverso il suo modo di vivere il web piuttosto che di presenza. Ma questa è, ovviamente, opinione personale e affatto passibile di smentite soggettive. 

Ciò cui desidero giungere con questa premessa è affermare quanto io mi sia sentita sin da subito catturata dalla enorme dolcezza di gesti e parole della Canzian. E di quanto altrettanto lo sia dalle sue poesie, che non manca di condividermi in una fitta messagistica privata, che da tempo intratteniamo, e dalle sue splendide foto. 


Gisella Canzian è anima dolce e sensibile, generosa e disinteressata, vera amante della Poesia e dei rapporti sinceri. Scrive da qualche anno, trovando nella fotografia un supporto al suo amore per il dettaglio. Nelle sue poesie si intrecciano corpo e anima, speranza e disperazione, tormento e richiesta di aiuto, in una lingua senza timore di esporsi e da cui si respira un dolore muto, un sottofondo sofferto che cerca respiro e cura nella Parola. 


Sono versi inquieti, che trovano una via di fuga attraverso l’uso del verso multiforme, quasi la libertà dell’anima trovi sfogo nella altrettanta libertà da schemi metrici. Nell'inedito che segue, la scelta della allitterazione della lettera “s” crea un effetto sonoro dal significato profondo, arricchendo la poesia e rendendola più coinvolgente. La continua insistenza sulla “s”, l’uso di un lessico specifico (strappo, squarcio), evoca il sordo ripercuotersi fisico del dolore e suscita specifiche emozioni.



I.

Dove lo sguardo cede

squarcia stormi di grida,

sordo boato che preme il costato

l’abisso che spacca nel sonno

l’aurora.

Ora lo strappo è mappato su terra di grazia.

Ne siamo i figli

con lo stesso cielo addosso.

 


Lo stesso dolore percorre gli altri inediti proposti, dove la testa è rasata e muta, dove l’essere madre è vissuto come stato di urgente bisogno di ascolto. 



II.

Il mio essere donna è

la testa rasata senza alcuna voce

eppure sono madre

folle

di voce bianca.



Il Tempo  è senza tempo, l’ora è senza lancetta, quando si è pagato caro l’obolo dovuto



III.

L’ho pagato caro l’obolo dovuto, il saldo

a coaguli che schiacciano 

l’ora senza lancetta.


Cerco venti grammi di pace,

saranno tra banchi di chiese vuote, forse

nel respiro delle vene 

se viene.



Ma la paura di rimanere foglia caduca, trova liberazione nella certezza di avere quelle radici senza le quali certi accadimenti di vita non sarebbero stati sopportabili.



IV.

Senza radici.

Certe foglie cadono

se soffia vento.



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Gisella Canzian risiede in provincia di Belluno dove lavora come docente nella scuola primaria. Da alcuni anni inizia a scrivere in versi seguendo un’impellenza interiore che la spinge ad usare la parola come intima terapia. A livello amatoriale coltiva anche la passione della fotografia, ne ama il dettaglio. Scrivere e fotografare sono impulsi che radicano e sradicano la vita, ne potenziano la percezione d’esistenza; la natura e le cose spesso vengono umanizzate per dare specchio alle molteplici sfumature che necessitano di venire alla luce con urgenza, nell’attesa di riprendere fiato, ascoltarne il fascino, lo stupore e la Bellezza, ogni volta unica . 

Nel 2018 con DBS Edizioni, pubblica la sua prima silloge “2 ottobre”; nel 2019 pubblica “Il mio passo si fa strada”, Urso Edizioni, e da allora compare in riviste ed antologie letterarie. Attualmente ha in lavorazione una raccolta di componimenti che a breve invierà a delle case editrici. 


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