LA MOSSA DEL PEDONE - Daniela Stasi - su "Antigone", su Maria Zambrano. Per una ricognizione

 

di Daniela Stasi


Può una tragedia classica trasmutare in un vero e proprio Manifesto di riscatto e rinascita del pensiero femminile?

La risposta è un sì, deciso!  A patto che della riscrittura si faccia carico una filosofa come Maria Zambrano, nata a Malaga il 22 aprile del 1904, esiliata per più di quarant’anni per essersi opposta al regime franchista (dal 1939  al 1984), costretta  a vivere in  Cile, Messico, Parigi, Cuba, Portorico, prima di poter ritornare in patria.

Riconciliando la parola poetica con la parola filosofica, denuncerà la  sua condizione di sottomissione e la mancanza  di un riconoscimento di una  voce propria. 

Antigone - la fanciulla condannata a essere sepolta viva per avere reso al fratello gli onori dovuti ai morti - diverrà la sua eroina, su cui incentrare la sua riflessione per circa un ventennio.

Antigone, l’eroina della tragedia di Sofocle, si batte contro leggi spietate e violente degli uomini.

La tomba di Antigone”, lo straordinario testo filosofico-poetico-teatrale del 1967, è non solo una nuova lettura in chiave filosofica del personaggio sofocleo, ma è soprattutto una eccelsa riscrittura che fa riappropriare Antigone di se stessa.

Scrive Maria Zambrano ne "Il delirio di Antigone" del 1948: 

<<E tra tutte geme Antigone, la sepolta viva.

Non possiamo evitare di sentirla tra le fessure della sua tomba.

Continua a delirare, speranzosa giustizia senza vendetta, chiarità inesorabile, coscienza vergine sempre in veglia. Non possiamo evitare di sentirla perché la tomba di Antigone è la nostra coscienza ottenebrata.

Antigone è sepolta viva dentro di noi, in ciascuno di noi>>.


***


La riscrittura novecentesca del testo classico apre così alla dimensione del transito: in uno spazio di attesa per una  definitiva e inattesa metamorfosi. 

Ad una Antigone né viva né morta nel sepolcro,  la filosofa concede il tempo del suo riscatto, nella  parola.

Nella lotta tra luce e ombra, Antigone alla fine si fa aurora ed  entrerà nella tomba come fossero le sue stesse  viscere; come fossero quelle di un passato universale a mediare tra Amore e Conoscenza.

La sua riflessione filosofica mira a connettere gli opposti: il mondo femminile e quello maschile, mente e anima; l'idea è il corpo che patisce e vive.

È molto maschile vedersi a partire da un’idea o un personaggio, ma è molto femminile vedersi dal di dentro.

Ecco che in opposizione sia a quanto narra Sofocle e sia alla vicenda del filosofo nella caverna platonica, Antigone per Maria Zambrano entra nella tomba non per suicidarsi, ma per rinascere, senza dover annientare  la vita delle viscere.

 A partire da Maria Zambrano, si comprende  la centralità del pensiero femminile.


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Non solo Antigone si appella al rispetto delle leggi non scritte degli dèi e da sempre "increate", che prevedono per un corpo la giusta sepoltura, ma la sacralità ctonia di una tumulazione esige che si ritorni al "denominare" della Dea Madre, perché si ricrei l'originaria sacralità del "Verbo della Donna".

Ciò è possibile solo agendo "sotto la terra", di nascosto, per riuscire a sottrarre il Significato originario della lingua-madre alle lacerazioni corruttive dei significanti schiavizzati dal potere mondano e feroce di tutti gli Uomini-Creonte della Terra.

Forza sismica della lingua, Antigone è l'archetipo della donna ed è capace di dischiudere i segreti di misteri e le magie della Parola originaria.

Ciò che è ctonio è ciò che è legato alla terra ed è celato nel suo profondo, legato agli arcani che si perdono nelle sue grasse viscere.

Sono Leggi non scritte, la scrittura e il significato che nomina le cose del mondo, secondo il potere maschile sottratto alla donna.

La lotta di Antigone si gioca così nella grotta, di nascosto nel "non detto" di una lingua cromia, archetipica.

Creonte e Antigone rappresentano possibilità etiche inconciliabili, tra la vergine, espressione degli affetti casa, e Creonte, portavoce della polis.

Ismene cerca di dissuadere la sorella ricordando: 

"Bisogna pensare che due donne siamo,

 e non siamo nate per lottare contro uomini

(perché i piani sono antitetici).

Le fa eco un feroce scambio di battute tra Antigone e Creonte: 

"Non condivido l’odio, ma l’amore" afferma la giovane, e le ribatte così lo zio:

"Scendi sotterra e amali, se devi: mai, finch’io viva, prevarrà una donna".

Se in scena e nella storia nulla cambia, è perché gli uomini, gli spettatori, sono stati e sono ancora carnefici, non soltanto vittime; il colpevole ora non è unicamente Creonte, con le sue leggi che non contemplano l’amore.

Il colpevole è il silenzio di chi, anche Donna, a Creonte non si oppone: a nominare le cose che non appartengono al mondo femminile, con nuove parole.

Nel Sogno della Sorella, pag 38 - Cfr

...alcuni uomini, non so chi, passavano di lì, ma senza entrare, perché sapevano che qui, unite ed appartate, c'eravamo noi, vestite tutte e due di bianco.

Eravamo come consegnate, come se avessimo riconosciuto tutto (significati disvelati), un tutto che ci veniva chiesto di riconoscere, ma qualcosa di più ce lo avevamo messo per conto nostro, qualcosa che nessuno sapeva: il nostro segreto.

...un segreto nostro, di sorelle sole".


L'OMBRA DELLA MADRE, pag 54

"Ah, sei tu, Madre, che torni. Che torni anche tu qui.

Non hai trovato riposo.

Dimentica. Potessi tu tornare a essere bambina, giovinetta, e non ti sposare.

No, questo non tornare a farli, né ad avere figli.

...và pure tranquilla, ora. Sprofonda nella terra, visto che te l'hanno data, và incontro alle Madri che ti aspettano, che ti accoglieranno, che laveranno la tua macchia e la tua disgrazia nell'immensità del loro manto.

Loro, le Madri, ti riceveranno.

E lei, la Madre-forza, la Madre degli Dei, ti aprirà il suo firmamento, quel suo abisso.

Poiché tutte le cavità della Terra, del Cielo e dei Mari, anche quelle senza nome, in cui si trovano gli esseri non nati (le parole e i significati nuovi delle donne) e i morti, riposano nel seno della Grande Madre....

Và , Madre, nel tuo Regno, creatura, figlia anche tu. Ora che, sapendo tutto, ti ho chiamato non solo Madre, ma anche figlia..

..e ora, ora non so quelli che mi attende. Purificata dall'ombra di mia madre, attraversata dentro di me, rimango ancora qui.


(MIA ELABORAZIONE)


"Uomini, avete dilaniato le parole date alla superficie, affiorate dalla terra

Le avete sbranate col suono delle mitragliatrici, ne avete annullato il mistero.

Non ho più vista perché non c’è più luce

che sovrasti i vostri neon,

non ho più suoni perché non c’è più niente

nelle mie parole che scaldi il rumore di spada.

Senza più amore.

Qui, nelle mie viscere, solo la fusione

tra la mia pelle e il mio stesso sesso, 

nel mistero della Vita pronunciata"


***


(M. Zambrano, La tomba di Antigone, Milano, La Tartaruga Edizioni, 1995, traduzione di Carlo Ferrucci, p. 79).



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