"Quando ci sei tu, per me ci sono tutti". Su una poesia di Alba Gnazi- a cura di David LaMantia
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Nota critica di David La Mantia |
Dire che Alba Gnazi è una poeta di valore e di valori sembra una ovvietà, una delle tante banalità presenti a vario titolo nel mondo della poesia. Valori. Ecco, i versi della Gnazi vivono della piccolezza, della consuetudine, del perpetuarsi degli eventi naturali che la circondano, un mondo in cui si stagliano, come personaggi e portavoce del vario sentire la realtà, l'io dell'artista, i genitori, la nonna, la figlia, mai stereotipati, con il loro forsennato e gioioso agire ed agitarsi quotidiano. Il tutto su uno sfondo di lutti non ancora rielaborati, un mare di elegiaca sofferenza rappresa nei gesti.
La sua poesia è scritta con un linguaggio chiaro, semplice, ma esatto, che si nutre, con il passare delle sillogi, di contaminazioni, perché la lingua vive nella vita stessa, in fieri, in corpi che si muovono e cambiano. E noi con lei.
Un lessico che porta dritto al cuore delle cose, con un duplice intento. Da una parte creare un nido, un porto franco di accoglienza, rispetto all'orrore di una terra guasta, malata nel midollo, come in Levi, nel Montale di Satura e de La Bufera e nel The Waste land di Eliot. Dall'altra smuovere le coscienze, come nel miglior Sereni, come in Raboni. Luogo dove analizzare i conflitti presenti dentro e fuori di noi. Poesia che si faccia sguardo e mani, alito e stomaco, ventre caldo e sofferente come in Pierluigi Cappello, passo dolente come in Pavese. Che vuol dire poi fare una poesia onesta, come per Saba, perché la vita è cosa umile, che ci affratella nel comune cammino, perché "il dolore ha una voce" .
Ecco. Da qui nasce la necessità per la Gnazi di perseguire un costante equilibrio tra significante e significato, tra scrivente e lettore, tanto che un suo testo non sembra mai nascere per essere attraversato, percorso, per essere luogo risolto, quanto per spingere a restarci dentro, a precipitare nell'abisso, fino a impregnarci di dolore, a sedimentare in noi un cambiamento. Come nella Plath, sicuramente nella Gualtieri. Se vale per tutta la poesia, di sicuro dalle poesie della Gnazi non si torna mai uguali a prima.
Sopravvivenza in acqua
Mia madre raccoglieva giù all'orto
i grispigni per l'insalata.
Con questo caldo, diceva,
manco va di masticare.
Apparecchia che è pronto,
ma si può sapere dove sei.
Ma perché ti devo sempre chiamare.
Il padre a volte faceva tardi.
Non gli andava di parlare.
Sedeva a tavola, mangiava svelto,
ritirato nel suo guscio - così distante
e opaco. Così simile al mio -.
Chissà dov'è finita
quell'attesa del pranzo,
sempre troppo tempo fino a cena.
Leggere se non c'era da pulire,
cacciare il vino, sistemare,
con nonna che addolciva con la mano
i panni cotti dal sole
e diceva
Quando ci sei tu, per me ci sono tutti.
Chissà se le ho mai risposto.
Cosa avrei potuto dire.
È quella la voce che ricordo.
La sua, la loro, nel libeccio
irretito dall'estate.
La polvere, le cicale.
Il cane addormito su un fianco
nel mezzo del piazzale.
(2022)
La poesia si presenta in principio in forma descrittivo narrativa, con tono quasi di ballata popolare, con la memoria de La camera da letto di Bertolucci e l’esaltazione di un mondo contadino di protezione e verità, di dignità assoluta. Non c’è una particolare attenzione al ritmo metrico, infatti troviamo endecasillabi alternati a versi di ogni lunghezza, persino doppi quinari. Eppure la Gnazi chiude con la rima cicale- piazzale, come a ribadire l’appartenenza ad una tradizione. L’interesse sonoro è rivolto all’omoteleuto in forma di rima o interno al verso (cacciava- sistemava), dal poliptoto insistito con il verbo dire, da alcuni enjambement,
E’ distinguibile una raccolta di voci talvolta introdotte dai verbi dicendi, altre volte in forma di indiretto libero (Apparecchia che è pronto,/ ma si può sapere dove sei./Ma perché ti devo sempre chiamare.), con una tecnica tipica del verismo, ma già significativamente presente nel Gozzano de Le soglie, anche li, non casualmente, con tono di rimprovero. Emerge, in senso pascoliano, un mondo di purezza da preservare almeno nel ricordo di fronte alla pochezza di certa realtà contemporanea. (È quella la voce che ricordo./ La sua, la loro, nel libeccio/ irretito dall'estate.). Voci che si perdono nel vento, come nel Montale di Voce giunta con le folaghe, anch’essa legata alla memoria dei genitori, o più genericamente ad altri passi del poeta genovese( si pensi alla presenza delle cicale, al cane, animali totemici nella visione de La Bufera).
C’è sempre nella Gnazi una idea da difendere, un intento morale ed etico, spesso sentito con nostalgia. Una cosa ormai rara nella poesia contemporanea. Eppure, la sua non è mai una poesia comiziale, di certezze. Perché c’è sempre negli occhi e nelle sue parole uno spaesamento, un essere fuori tempo, una mancanza di risposte (e diceva/ Quando ci sei tu, per me ci sono tutti./ Chissà se le ho mai risposto./ Cosa avrei potuto dire).
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Dipinge con parole e piace a me lontano anche da lei!
RispondiEliminaDipinge con parole e piace anche a me lontano anche da nei. Luigi Nespoli
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