Alessandro Cannavale - La misura della dissipazione – Intervista a Ilaria Palomba

 Alessandro Cannavale



L'esatta misura della dissipazione, della generazione di entropia. Nella luce, nella noia, nell'assenza, nel vuoto. Nella freccia del tempo che si insinua nelle carni, nella microscopica parete di ogni cellula. Questa azione del disfarsi progressivo è uno degli asintoti letterari verso cui si volge la scrittura in versi di Ilaria Palomba. I suoi componimenti sono diafane epifanie di una consapevolezza angosciante, di percezioni affannate ed emergenti. Le parole sono adamantine, come luce fredda e spigolosa, quanto veridica. Il verso è fluido, un discorso che travalica la pagina. La poesia è sincera, nitore.

Tra le pieghe dei tuoi Microcosmi pare emergere la consapevolezza che la poesia sorga dalla chimica delle emozioni, della memoria. Qual è il tuo rapporto con le sorgenti dell'ispirazione?

Potrei dire che l’ispirazione sgorghi dalla lettura, ma non sempre è così. Per lo più si tratta di una necessità. Bisognerà poi comprendere quanto la mia necessità di scrivere incontri la necessità del mondo. La lettura, però, lo studio sono fondamentali. Per me sono Saffo, Hölderlin, Rilke, Celan, Artaud, Antonia Pozzi, Amelia Rosselli, Marina Cvetaeva, Alejandra Pizarnik le principali ispirazioni. Ultimamente anche Pierluigi Cappello, Lorenzo Calogero, Mario Benedetti, Francesco Scarabicchi, Alfonso Guida.

Ma posso dire di dover per forza di cose dimenticare tutto ciò, la poesia, la prosa, la metrica, il linguaggio, anche se la scrittura è solo e sempre linguaggio; mi piace la parola dissipare, tanto che raggiungo la pienezza nella dissipazione, nel vuoto. Mentre scrivo, cerco nel verso la parte oscura della vita. 
La mia non è poesia impegnata, non può esserlo, se non nella condanna integrale dell’umano, della sua natura feroce. Non credo che la poesia debba essere al servizio di altro che della poesia stessa: è un tenersi in bilico sull’orlo della psicosi, è una lotta nella morte, per superarla.

Nei tuoi versi, citi diversi musicisti. Quale musica sale dai tuoi Microcosmi?

È divertente, Microcosmi esiste in onore ai Mikrokosmos di Bartók, non al pregevole, geniale libro di Magris, che ho letto poi. Talvolta i titoli si sovrappongono e non ne si conosce bene il motivo. Bartók non è neppure tra i miei compositori prediletti, che sono invece i mostri sacri Vivaldi, Bach, Schubert, Schumann, Beethoven, Wagner. La musica è un farmaco potente: non saprei analizzarla da un punto di vista musicologico, ma mi preme però dissolvermi in lei. Non c’è cosa più grande per me che poter assistere a un concerto. La musica sovrasta il pensiero, la ragione; l’ascolto è il solo modo di pregare che conosca.

Le sezioni della tua silloge intitolate Gravità e Levità sembrano un richiamo alla nostra condizione intermedia. Né angeli né bestie, come avrebbe detto Pascal, ma creature in perenne tensione tra queste due dimensioni. Parlaci, se vuoi, di questa tua scelta.

Le tre sezioni, Gravità, Interludio e Levità, sono i tre modi in cui la parola musicalmente s’inciela. Le leggi del dolore, della pesantezza si scontrano con un abbandono alla brevitas, e nel mezzo sorge un poema a tratti esoterico, dove Roma si mostra nell’inquietudine della città che tutto assorbe e tutti espelle.

La sezione a cui sono più legata è Gravità: inizia con una definizione alquanto bizzarra di lingua, dove le lingue dicono ciò che l’altra non vuole; passa attraverso paesaggi pugliesi vagamente demartiniani, e termina con uno sguardo al mare del Salento, dove l’onnipresente rapisce gli opposti, è una suggestione del sacro, del prima di ogni divisione, la natura.



Commenti

  1. Stupenda intervista intelligente e Palomba risponde con l’ingenuità della persona che depone gli abiti e non sa se sarà modella per pittura o corpo desiderato sessuale!

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari